Mancata notifica appello presso Avvocatura generale dello Stato, nullità: sanatoria con costituzione in giudizio PA

Consiglio di Stato sentenza n. 3485 2 agosto 2016

Se è vero che nel processo amministrativo, ai sensi dell’art. 11 del r. d. 30 ottobre 1933, n.1611, la notifica dell’appello effettuata nei confronti delle Amministrazioni pubbliche che si avvalgono del patrocinio del foro erariale deve avvenire a pena di nullità unicamente presso l’Avvocatura generale dello Stato, e non già presso l’ Avvocatura distrettuale nel cui distretto si trova il giudice che ha emanato la sentenza che si va a gravare, è vero anche che la nullità suddetta è sanata con la costituzione in giudizio dell’Amministrazione evocata, in applicazione del principio di conservazione degli atti processuali ed essendosi comunque realizzato lo scopo sotteso all’art. 156 c.p.c..

 

E’ inammissibile il motivo del ricorso giurisdizionale non dedotto con il precedente ricorso gerarchico

 

 

Consiglio di Stato

sentenza n. 3485 2 agosto 2016

[…]

FATTO e DIRITTO

ritenuto che sussistano i presupposti per decidere con sentenza in forma semplificata e con motivazione abbreviata in base a quanto dispone l’art. 74 del cod. proc. amm. , posto che l’appello è chiaramente infondato e da respingere;

richiamato quanto esposto dalla parte appellante nell’atto di appello;

rilevato in via preliminare, con riferimento all’eccezione di nullità della notifica dell’appello, eccezione sollevata dall’Amministrazione –costituitasi in giudizio- nel corso dell’udienza pubblica del 14 luglio 2016, che se è vero che nel processo amministrativo, ai sensi dell’art. 11 del r. d. 30 ottobre 1933, n.1611, la notifica dell’appello effettuata nei confronti delle Amministrazioni pubbliche che si avvalgono del patrocinio del foro erariale deve avvenire a pena di nullità unicamente presso l’Avvocatura generale dello Stato, e non già presso l’ Avvocatura distrettuale nel cui distretto si trova il giudice che ha emanato la sentenza che si va a gravare (come è avvenuto nella specie, dato che l’appello risulta effettivamente essere stato notificato presso l’Avvocatura distrettuale dello Stato di Venezia), è vero anche che la nullità suddetta è sanata con la costituzione in giudizio dell’Amministrazione evocata, in applicazione del principio di conservazione degli atti processuali ed essendosi comunque realizzato lo scopo sotteso all’art. 156 c.p.c. (giurisprudenza pacifica: v. , tra le sentenze più recenti, Cons. Stato, nn. 4167, 4099, 4062 e 3917 del 2015);

che nel caso in esame il Ministero del lavoro si è costituito in giudizio sicché la nullità suddetta deve considerarsi sanata e l’appello deve ritenersi ammissibile;

considerato che l’appello va però respinto e l’impugnata sentenza di rigetto del ricorso va confermata. E infatti:

-sul primo motivo, riguardante, essenzialmente, illogicità manifesta e travisamento dei fatti, diversamente da quanto si afferma nell’atto di appello, dal verbale di primo accesso ispettivo del 23 gennaio 2015 e dalla relazione dei Carabinieri –Nucleo Ispettorato del Lavoro di Udine, in data 5 febbraio 2015, e relativi allegati, in atti, si ricava che  Omissis, al momento dell’accesso ispettivo degli ufficiali di p. g. operanti presso la trattoria Omissis a Faedis (UD), il 23 gennaio 2015, alle ore 17, si trovava dietro il banco bar ed era impegnata a servire avventori svolgendo mansioni di barista –banconiera, avendo inoltre dichiarato di essere al lavoro presso il locale da tre settimane e, più precisamente, dal 5 gennaio 2015. A differenza di quanto si sostiene nel ricorso in appello, dagli atti risulta una descrizione delle modalità di impiego della Omissis presso il locale tutt’altro che insufficiente o sommaria o arbitraria o comunque priva di elementi oggettivi idonei a rivelare lo svolgimento, da parte della stessa, di compiti di barista –banconiera. A nulla poi vale il riferimento a una nuova e successiva dichiarazione rilasciata dalla Omissis con cui la medesima afferma di non avere rilasciato dichiarazioni ai Carabinieri all’atto dell’ispezione del 23 gennaio 2015, posto che il verbale di accesso fa piena prova fino a querela di falso ai sensi dell’art. 2700 cod. civ. . In modo corretto dunque la sentenza ha respinto la censura basata sull’affermato omesso approfondimento circa le modalità di impiego della lavoratrice e le attività svolte da quest’ultima. Quanto all’affermata insufficiente conoscenza della lingua italiana da parte della Omissis, è vero che, come viene puntualizzato dall’appellante, la memoria difensiva presentata al Nucleo Carabinieri Ispettorato del Lavoro di Udine era stata scritta non dalla Omissis ma dalla titolare Omissis. E’ vero anche però, e ciò basta per smentire il profilo di censura sollevato con l’appello, che dagli atti risulta che la stessa Omissis, al momento dell’accesso, si era rivolta ai carabinieri operanti chiedendo in italiano comprensibile che cosa desiderassero. Dagli atti risulta inoltre che la Omissis si esprimeva in maniera sufficientemente chiara in lingua italiana tanto che i carabinieri operanti hanno potuto “escuterla a sommarie informazioni”. La Omissis ha sottoscritto la dichiarazioni circostanziata rilasciata agli ispettori. Le considerazioni appena esposte consentono di superare anche il secondo motivo, imperniato sul fraintendimento, da parte del Tar, circa la “memoria difensiva scritta di proprio pugno” dalla Omissis (v. pag. 6 sent.) quando invece, in effetti, le osservazioni in sede procedimentale erano state scritte e presentate al Nucleo Carabinieri presso la DTL di Udine dalla Omissis. Ciò, tuttavia, come rilevato sopra, non influisce sull’esito del gravame;

-quanto al terzo motivo, in merito cioè all’asseritamente erronea omessa qualificazione dell’azienda della Omissis come “microimpresa”, e alle dimissioni della lavoratrice Omissis, in primo luogo il motivo di ricorso, dinanzi al Tar, era da ritenersi inammissibile poiché nuovo, non essendo stato proposto in sede di ricorso amministrativo avanti alla Direzione Interregionale del Lavoro di Venezia (sulla inammissibilità del motivo del ricorso giurisdizionale non dedotto con il precedente ricorso gerarchico v., “ex multis”, Cons. Stato, IV, n. 785 del 1997). In ogni caso, nel merito appare sufficiente evidenziare che bene in sentenza è stato respinto il motivo basato sull’affermata qualificazione della ditta come “microimpresa”, tipologia nei confronti della quale non è ammessa, ai sensi dell’art. 14, comma 11, del d. lgs. n. 81 del 2008, la misura della sospensione dell’attività imprenditoriale. E infatti, come rilevato in sentenza, all’atto dell’accertamento risultava esservi alle dipendenze dell’azienda un’ulteriore lavoratrice, Omissis, posto che la ricorrente e odierna appellante non risulta avere comprovato l’avvenuta convalida delle dimissioni della Omissis (dimissioni risalenti, si sostiene, al 16 gennaio 2015) con riferimento a data anteriore al 23 gennaio sempre del 2015, e ciò indipendentemente dalle ragioni della omessa convalida delle dimissioni: di qui, l’improduttività degli effetti delle dimissioni e la non qualificabilità dell’azienda come “microimpresa”;

considerato che dunque l’appello va respinto ma che, tuttavia, avuto riguardo alla natura della controversia e alla difesa di mera forma svolta dal Ministero, sussistono ragioni eccezionali per compensare tra le parti le spese e gli onorari del grado di giudizio;

P.Q.M.

Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale (Sezione Sesta), definitivamente pronunciando sull’appello, come in epigrafe proposto, lo respinge confermando, per l’effetto, la sentenza impugnata.

Spese del grado del giudizio compensate.

Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall’autorità amministrativa.

Così deciso in Roma nella camera di consiglio del 14 luglio 2016 […]

 

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