Moglie querela per minacce: divieto detenzione armi è legittimo

Sulla questione se la querela per minacce presentata da una donna nei confronti del marito dopo la separazione consensuale possa giustificare un divieto di detenzione di armi e munizioni si è recentemente pronunciato il Consiglio di Stato.

Allorquando vengano a conoscenza della formulazione di minacce da parte di un titolare di una licenza di porto d’armi, gli organi del Ministero dell’Interno – anche quando si tratti di una fase di ‘crisi della coppia’ – ben possono valutare se sussistano i presupposti per emanare il divieto di detenere armi e munizioni, ai sensi dell’art. 39 del testo unico, specie se tali minacce si inseriscono in un contesto tale da poter far temere che la situazione possa degenerare.

Al riguardo è di per sé ragionevole – e comunque insindacabile nella sede della giurisdizione di legittimità – la scelta dell’Amministrazione di prevenire che la situazione possa degenerare, vietando la detenzione di armi e munizioni nei confronti di chi abbia formulato minacce, anche in assenza del contestuale uso di armi.

 

Consiglio di Stato sentenza n. 4263 14 ottobre 2016

[…]

per la riforma

della sentenza del T.A.R. per l’Emilia Romagna, Sezione staccata di Parma, n. -OMISSIS-, resa tra le parti, concernente un divieto di detenzione di armi e munizioni;

[…]

FATTO e DIRITTO

1. Con atto del 25 marzo 2015, la Prefettura di Reggio Emilia ha emanato nei confronti dell’appellato un divieto di detenere armi e munizioni, in applicazione dell’art. 39 del testo unico n. 773 del 2016, poiché è stata presentata nei suoi confronti una querela per minacce dalla moglie da cui si è separato.

2. Col ricorso di primo grado n. -OMISSIS-proposto al TAR per l’Emilia Romagna, Sezione staccata di Parma), l’interessato ha impugnato l’atto del 25 marzo 2015, chiedendone l’annullamento per violazione di legge ed eccesso di potere.

3. Il TAR ha accolto il ricorso, rilevando che:

– «non è inusuale che, soprattutto durante le prime fasi di una crisi che poi sfocia nella separazione, i coniugi siano solito querelarsi, ed allora va vagliata la situazione complessiva per valutare se la situazione di crisi sia di tale natura da richiedere un cautelare ritiro delle armi che poi sfoci in una revoca»;

– «nel caso di specie si è dato rilievo ad una frase riportata da una querela senza tener conto che tra i coniugi è stato trovato un ragionevole assetto di interessi»;

– il provvedimento emesso il 25 marzo 2015 «si è limitato a dare atto dell’esistenza di una querela per minacce e a riportare una massima giurisprudenziale piuttosto datata».

4. Con l’appello in esame, il Ministero dell’Interno ha impugnato la sentenza del TAR ed ha chiesto che, in sua riforma, il ricorso di primo grado sia respinto.

Il Ministero appellante:

– ha richiamato la giurisprudenza sull’ambito della discrezionalità amministrativa nel valutare i fatti; – ha evidenziato che la relazione dei Carabinieri di -OMISSIS- aveva segnalato una situazione ‘potenzialmente esplosiva’ tra i coniugi;

– ha precisato che la querela – richiamata nell’atto impugnato – è stata presentata il 12 marzo 2015, successivamente all’accordo di separazione consensuale firmato il 3 febbraio 2015, sicché non si può ragionevolmente affermare che il Prefetto avrebbe dovuto tener conto di un sostanziale superamento delle ‘problematiche domestiche’.

5. L’appellato si è costituito in giudizio ed ha chiesto che l’appello sia respinto.

Egli, nella propria memoria difensiva, ha ricostruito le vicende che hanno condotto alla separazione ed ha dedotto che la sentenza impugnata si è basata su un ragionamento ineccepibile.

6. All’udienza del 29 settembre 2016, la causa è stata trattenuta per la decisione.

7. Ritiene la Sezione che l’appello del Ministero dell’Interno sia fondato e vada accolto.

7.1. Per comodità di lettura, va riportato il contenuto degli articoli 11, 39 e 43 del testo unico n. 773 del 1931.

L’art. 11 dispone che «Salve le condizioni particolari stabilite dalla legge nei singoli casi, le autorizzazioni di polizia debbono essere negate:

1) a chi ha riportato una condanna a pena restrittiva della libertà personale superiore a tre anni per delitto non colposo e non ha ottenuto la riabilitazione;

2) a chi è sottoposto all’ammonizione o a misura di sicurezza personale o è stato dichiarato delinquente abituale, professionale o per tendenza.

Le autorizzazioni di polizia possono essere negate a chi ha riportato condanna per delitti contro la personalità dello Stato o contro l’ordine pubblico, ovvero per delitti contro le persone commessi con violenza, o per furto, rapina, estorsione, sequestro di persona a scopo di rapina o di estorsione, o per violenza o resistenza all’autorità, e a chi non può provare la sua buona condotta.

Le autorizzazioni devono essere revocate quando nella persona autorizzata vengono a mancare, in tutto o in parte, le condizioni alle quali sono subordinate, e possono essere revocate quando sopraggiungono o vengono a risultare circostanze che avrebbero imposto o consentito il diniego della autorizzazione».

L’art. 39 dispone che «Il Prefetto ha facoltà di vietare la detenzione delle armi, munizioni e materie esplodenti, denunciate ai termini dell’articolo precedente, alle persone ritenute capaci di abusarne».

L’art. 43 dispone che «oltre a quanto è stabilito dall’art. 11 non può essere conceduta la licenza di portare armi:

a) a chi ha riportato condanna alla reclusione per delitti non colposi contro le persone commessi con violenza, ovvero per furto, rapina, estorsione, sequestro di persona a scopo di rapina o di estorsione;

b) a chi ha riportato condanna a pena restrittiva della libertà personale per violenza o resistenza all’autorità o per delitti contro la personalità dello Stato o contro l’ordine pubblico;

c) a chi ha riportato condanna per diserzione in tempo di guerra, anche se amnistiato, o per porto abusivo di armi.

La licenza può essere ricusata ai condannati per delitto diverso da quelli sopra menzionati e a chi non può provare la sua buona condotta o non dà affidamento di non abusare delle armi».

Da tale quadro normativo, emerge che il legislatore ha individuato i casi in cui l’Autorità amministrativa è titolare di poteri strettamente vincolati (ai sensi dell’art. 11, primo comma e terzo comma, prima parte, e dell’art. 43, primo comma, che impongono il divieto di rilascio di autorizzazioni di polizia ovvero il loro ritiro) e quelli in cui, invece, è titolare di poteri discrezionali (ai sensi dell’art. 11, secondo comma e terzo comma, seconda parte, e dell’art. 39 e 43, secondo comma).

In relazione all’esercizio dei relativi poteri discrezionali, l’art. 39 attribuisce alla Prefettura il potere di vietare la detenzione di armi, munizioni e materie esplodenti a chi chieda il rilascio di una autorizzazione di polizia o ne sia titolare, quando sia riscontrabile una capacità «di abusarne», mentre l’art. 43 consente alla competente autorità – in sede di rilascio o di ritiro dei titoli abilitativi – di valutare non solo tale capacità di abuso, ma anche – in alternativa – l’assenza di una buona condotta, per la commissione di fatti, pure se estranei alla gestione delle armi, munizioni e materie esplodenti, ma che comunque non rendano meritevoli di ottenere o di mantenere la licenza di polizia (non occorrendo al riguardo un giudizio di pericolosità sociale dell’interessato: Cons. Stato, Sez. III, 24 agosto 2016, n. 3687; Sez. III, 7 marzo 2016, n. 922; Sez. III, 1° agosto 2014, n. 4121; Sez. III, 12 giugno 2014, n. 2987).

7.2. Nella specie, la Prefettura di Reggio Emilia ha disposto il divieto di detenere armi e munizioni in applicazione dell’art. 39 e, dunque, esercitando un potere discrezionale, e – dopo aver richiamato il contenuto della querela della moglie, avente per oggetto le minacce – ha ritenuto che «il clima instauratosi fra i coniugi non offre la dovuta sicurezza circa l’uso equilibrato delle armi ed è opportuno, per ragioni di cautela e prudenza, disporre il divieto di detenzione armi».

Ritiene la Sezione che, in considerazione delle circostanze emerse nel corso del procedimento amministrativo, il provvedimento della Prefettura impugnato in primo grado sia adeguatamente motivato e non sia affetto dai vari profili di eccesso di potere, dedotti dall’appellato.

Allorquando vengano a conoscenza della formulazione di minacce da parte di un titolare di una licenza di porto d’armi, gli organi del Ministero dell’Interno – anche quando si tratti di una fase di ‘crisi della coppia’ – ben possono valutare se sussistano i presupposti per emanare il divieto di detenere armi e munizioni, ai sensi dell’art. 39 del testo unico, specie se tali minacce si inseriscono in un contesto tale da poter far temere che la situazione possa degenerare.

Nella specie, come ha correttamente evidenziato l’atto d’appello, la crisi e la situazione di tensione – anche per come esposta dalla relazione del Comando Stazione Carabinieri di -OMISSIS- – non potevano essere considerate superate a seguito della conclusione dell’accordo di separazione, poiché la querela è stata presentata successivamente, con la rappresentazione dei fatti che, dunque, correttamente il Prefetto ha inserito in una situazione di perdurante contrasto.

7.3. Al riguardo, ritiene la Sezione – similmente a quanto ritenuto in casi simili – che è di per sé ragionevole – e comunque insindacabile nella sede della giurisdizione di legittimità – la scelta dell’Amministrazione di prevenire che la situazione possa degenerare (Sez. III, 10 agosto 2016, n. 3603), vietando la detenzione di armi e munizioni nei confronti di chi abbia formulato minacce (Sez. III, 10 agosto 2016, n. 3515; Sez. III, 5 luglio 2016, n. 2990; Sez. III, 3 maggio 2016, n. 1727 e n. 1703), anche in assenza del contestuale uso di armi (Sez. III, 25 agosto 2016, n. 3693).

8. Per le ragioni che precedono, l’appello nel suo complesso va accolto, sicché, in riforma della sentenza impugnata, il ricorso di primo grado va respinto.

La condanna al pagamento delle spese e degli onorari dei due gradi del giudizio segue la soccombenza. Di essa è fatta liquidazione nel dispositivo.

P.Q.M.

Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale (Sezione Terza) accoglie l’appello n. 3368 del 2016 e, in riforma della sentenza appellata, respinge il ricorso di primo grado n. 261 del 2015.

Condanna l’appellato al pagamento di euro 1.500 (millecinquecento) in favore del Ministero dell’Interno per spese ed onorari dei due gradi del giudizio, di cui euro 500 per il primo grado ed euro 1.000 per il secondo grado.

Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall’autorità amministrativa.

Così deciso in Roma, presso la sede del Consiglio di Stato, Palazzo Spada, nella camera di consiglio del giorno 29 settembre 2016 […]

 

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