Notifica atto, rifiuto ricezione presso propria sede legale non giustificato

Consiglio di Stato sentenza n. 3625 12 agosto 2016

Il rifiuto di ricezione della notifica di un atto presso la propria sede legale – da parte di qualsivoglia soggetto, pubblico o privato – non può, certamente, ritenersi giustificato. Invero, nessun effetto ostativo alla validità della notificazione effettuata presso la sede legale del destinatario può riconoscersi all’eventuale disposizione – intrinsecamente destinata a dispiegare effetti unicamente interni all’organizzazione dell’Ente, e giammai opponibili ai terzi – di voler ricevere gli atti (ossia le relative notificazioni) presso un diverso indirizzo (nella specie quello dell’Avvocatura comunale), in difetto di una disposizione di rango primario che ne imponga la notifica presso il difensore (come è previsto, ad esempio, per l’Avvocatura dello Stato rispetto agli atti notificati a quest’ultimo; ovvero dal codice di rito per gli atti notificati alle parti costituite in un processo già pendente).

 

Consiglio di Stato

sentenza n. 3625 12 agosto 2016

[…]

FATTO e DIRITTO

1.– Il Comune di Reggio Calabria ha annullato in autotutela, con atto del 17 dicembre 2012, n. 185268, il permesso di costruire 2 dicembre 2008, n. 253, rilasciato al sig. Omissis  e ingiunto la demolizione di tutte le opere realizzate, con ordine di ripristino dell’originario stato dei luoghi.

2.– Il destinatario del predetto provvedimento lo ha impugnato innanzi al Tribunale amministrativo regionale per la Calabria, Reggio Calabria, che, con sentenza 8 aprile 2015, n. 346, ha dichiarato irricevibile il ricorso, per tardività. In particolare, si è affermato quanto segue:

– «il provvedimento impugnato è stato notificato al sig. Omissis (nelle mani della moglie convivente) in data 20 dicembre 2012 (…), essendosi così realizzata la piena conoscenza legale nei riguardi del destinatario»;

– «viceversa, dall’esame delle relazioni di notificazione apposte in calce al ricorso, in atti, risulta che l’atto è stato passato per la notifica una prima volta al competente ufficio Unep in data 18 febbraio 2013 (dunque tempestivamente al 60° giorno di scadenza)»;

– «tale notificazione non si è tuttavia perfezionata, atteso che il domicilio del Comune era stato erroneamente individuato in piazza Italia, come attestato dall’ufficiale giudiziario nella relativa relata»;

– «il ricorso è stato dunque nuovamente passato il giorno seguente per la notifica nei confronti del Comune di Reggio Calabria (stavolta al corretto domicilio presso via S. Anna II Tronco Palazzo Cedir), nonché nei confronti del controinteressato Omissis, stavolta con esito positivo».

Alla luce di quanto esposto, il Tribunale amministrativo ha concluso per la tardività del ricorso, in quanto «l’atto introduttivo è stato effettivamente notificato il 61° giorno dalla data di notifica e piena conoscenza del provvedimento, che (…) risale al 20 dicembre 2012».

3.– Il ricorrente in primo grado ha proposto appello per le ragioni riportate nei successivi punti.

4.– Si è costituito in giudizio il controinteressato  Omissis, chiedendo il rigetto dell’appello.

5.– La causa è stata decisa all’esito dell’udienza pubblica del 12 maggio 2016.

6.– L’appello è fondato.

7.– In via preliminare, deve essere esaminata l’eccezione di inammissibilità, sollevata dal controinteressato, del ricorso di primo grado per mancata notifica al controinteressato stesso.

L’eccezione non è fondata.

Il controinteressato in senso processuale deve risultare, sul piano formale, dal provvedimento impugnato e, sul piano sostanziale, deve subire un pregiudizio dall’eventuale accoglimento del ricorso.

Nella fattispecie in esame, pur sussistendo il requisito sostanziale, in quanto il controinteressato è il “vicino”, che asserisce di essere proprietario del terreno su cui insiste parte dell’opificio, non sussiste il requisito formale.

In questi casi, l’omessa notificazione non può comportare l’inammissibilità del ricorso introduttivo ma soltanto il diritto del terzo di intervenire in giudizio, come è avvenuto nella specie, senza pregiudizio delle sue possibilità di difesa (cfr. art. 49 cod. proc. amm.).

Peraltro, e comunque, a chiusura del discorso in ordine alla ritualità dell’instaurazione del contraddittorio in prime cure al Sig.  Omissis merita osservarsi che la notificazione a quest’ultimo del ricorso di primo grado è stata effettuata in data 19.2.2013 presso il suo domicilio di Reggio Calabria, Via Omissis (mediante consegna “a mani del padre t.q. capace e convivente”, come risulta dalla relata in atti), ossia in quello stesso indirizzo al quale la notificazione era stata richiesta con la prima istanza all’U.N.E.P. di Reggio Calabria del 18.2.2013 (60° giorno dalla conoscenza dell’atto impugnato); sicché non v’è luogo a ritenere inapplicabile a tale vicenda il canone, ormai acquisito, del perfezionamento della notifica, per il notificante, già alla data della richiesta (correttamente effettuata nel termine) della notificazione; e ciò del tutto a prescindere dal fatto che tale richiesta sia stata, o meno, reiterata il giorno successivo – come assume il T.A.R. – giacché non v’è dubbio (con riguardo alla notifica al Sig. Omissis, di cui qui si sta trattando) che sin dalla prima richiesta del 18 febbraio il ricorrente avesse posto in essere tutto quanto in proprio potere per l’effettuazione di tale notificazione (che si è poi completata, presso il destinatario, il giorno successivo), dato che all’eventuale reiterazione di identica richiesta effettuata il giorno successivo andrebbe comunque applicato il principio secondo cui utile per inutile non vitiatur.

8.– Con un primo motivo l’appellante assume l’erroneità della sentenza nella parte in cui ha ritenuto tardivo il ricorso introduttivo del giudizio.

Il motivo è fondato.

L’art. 149 cod. proc. civ., applicabile anche al processo amministrativo, dispone che «la notifica si perfeziona per il soggetto notificante, al momento della consegna del plico all’ufficiale giudiziario e, per il destinatario, dal momento in cui lo stesso ha legale conoscenza».

Dagli atti del processo risulta che il ricorrente ha notificato l’atto introduttivo del giudizio di primo grado in data 18 febbraio 2013, indirizzando il predetto atto al Comune di Reggio Calabria, presso la relativa sede in Piazza Italia, Palazzo San Giorgio.

Tale notificazione – solo apparentemente non perfezionatasi – risulta invece essere valida, in quanto quella indicata nella richiesta di notificazione è effettivamente la sede legale del Comune.

Il rifiuto di ricezione della notifica di un atto presso la propria sede legale – da parte di qualsivoglia soggetto, pubblico o privato – non può, certamente, ritenersi giustificato.

Invero, nessun effetto ostativo alla validità della notificazione effettuata presso la sede legale del destinatario può riconoscersi all’eventuale disposizione – intrinsecamente destinata a dispiegare effetti unicamente interni all’organizzazione dell’Ente, e giammai opponibili ai terzi – di voler ricevere gli atti (ossia le relative notificazioni) presso un diverso indirizzo (nella specie quello dell’Avvocatura comunale), in difetto di una disposizione di rango primario che ne imponga la notifica presso il difensore (come è previsto, ad esempio, per l’Avvocatura dello Stato rispetto agli atti notificati a quest’ultimo; ovvero dal codice di rito per gli atti notificati alle parti costituite in un processo già pendente).

È dunque solo ad abundantiam che – ove si potesse prescindere da tale aspetto, invero dirimente – può ulteriormente rilevarsi come il ricorrente in primo grado abbia consegnato, lo stesso giorno 18 febbraio, all’ufficiale giudiziario l’atto da notificare; e come quest’ultimo abbia poi provveduto ad effettuare la notificazione il giorno successivo. Infatti, ai fini del rispetto del termine perentorio dei sessanta giorni sarebbe comunque sufficiente, alla stregua della disciplina processuale surriferita, aver consegnato l’atto all’ufficiale giudiziario nel termine.

9.– Con un secondo motivo l’appellante – così reiterando le censure proposte, ma non esaminate in primo grado a causa dell’erronea declaratoria di irricevibilità del ricorso – ha dedotto l’illegittimità degli atti impugnati in primo grado nella parte in cui essi hanno disposto che:

a) «il progetto assentito, con permesso di costruire n. 253 del 2 dicembre 2008, comprende porzione di area funzionale a garantire i parcheggi asserviti all’attività, non completamente di proprietà (o altro titolo equipollente) del titolare dello stesso permesso e, pertanto, in contrasto con l’art. 11, comma 1, del d.p.r. 6 giugno 2001, n. 380»;

b) «la rappresentazione grafica del progetto assentito con lo stesso permesso di costruire n. 253 del 2 dicembre 2008, non risulta corrispondente con quella allegata alla concessione di edificazione n. 192 del 20 dicembre 1979, con particolare riferimento alle aperture poste sul lato ovest ed alla rampa di accesso allo stesso; queste ultime variazioni progettuali avrebbero comportato l’acquisizione dell’autorizzazione paesaggistico-ambientale».

In relazione al primo aspetto, l’appellante ha rilevato che esso «è nel possesso continuato non contestato pieno ed esclusivo (…) da 32 anni e lo era al momento della presentazione del permesso di costruire»; in ogni caso, si aggiunge, «l’accertamento dell’eventuale lesione del diritto soggettivo sulla casa comune va fatto valere davanti al giudice ordinario».

In relazione al secondo aspetto, l’appellante ha dedotto che «in ragione dell’occupazione del terreno limitrofo in corso di costruzione nel lontano 1979-1980 e nell’acquisto di ulteriori 1.000 mq circa (…), il muro perimetrale del capannone non poteva certamente dirsi già all’epoca posto a muro cieco e al confine, vista la piena e indiscussa disponibilità (quanto meno fino al 14 febbraio 2012 giorno della demolizione del muro perimetrale) dell’area antistante il supermercato e oggi destinata a parcheggio dello stesso».

Il motivo è fondato.

In relazione al primo profilo di censura, l’art. 11 dispone che: «Il permesso di costruire è rilasciato al proprietario dell’immobile o a chi abbia titolo per richiederlo».

In relazione al secondo profilo, l’art. 31 del d.p.r. n. 380 del 2001 prevede la demolizione delle opere realizzate in assenza di permesso di costruire, in totale difformità o con variazioni essenziali. L’art. 34 dello stesso decreto prevede che:

– «gli interventi e le opere realizzati in parziale difformità dal permesso di costruire sono rimossi o demoliti a cura e spese dei responsabili dell’abuso entro il termine congruo fissato dalla relativa ordinanza del dirigente o del responsabile dell’ufficio» (primo comma);

– «quando la demolizione non può avvenire senza pregiudizio della parte eseguita in conformità, il dirigente o il responsabile dell’ufficio applica una sanzione pari al doppio del costo di produzione (…), della parte dell’opera realizzata in difformità dal permesso di costruire, se ad uso residenziale, e pari al doppio del valore venale, determinato a cura della agenzia del territorio, per le opere adibite ad usi diversi da quello residenziale» (secondo comma).

Nella fattispecie concreta all’esame del Collegio, risulta che il sig. Omissis, padre dell’appellante, ha ottenuto la concessione edilizia 29 settembre 1979, n. 192 per eseguire «i lavori per il completamento di uno stabilimento per la surgelazione e trasformazione dei prodotti della pesca e dell’agricoltura in Omissis, via Omissis, da destinare ad opificio industriale».

L’odierno appellante, divenuto nuovo proprietario per donazione dell’area, ha ottenuto il permesso di costruire n. 253 del 2008, con il quale è stato autorizzato il cambio di destinazione d’uso da produttiva di trasformazione a produttiva commerciale (supermercato) del predetto stabilimento. L’amministrazione ha annullato tale ultimo permesso di costruire e ha ordinato la demolizione delle opere.

Applicando le regole di disciplina del potere alla fattispecie concreta, i provvedimenti amministrativi impugnati devono ritenersi illegittimi.

In relazione al primo profilo di censura, dagli atti del processo emerge che vi è una controversia tra “vicini” in ordine all’accertamento della titolarità del terreno su cui insiste parte del manufatto per cui è caso. Si tratta, però, di una questione di rilevanza civilistica, con conseguente applicazione dei rimedi privati di tutela senza incidenza, attuale, sulla validità amministrativa del titolo abilitativo, che fa comunque salvi i diritti dei terzi. Si tenga conto, inoltre, che la portata dell’asserito sconfinamento non potrebbe giustificare l’annullamento del titolo edilizio.

Merita ulteriormente rilevarsi, in argomento, che ove all’Amministrazione risulti che il richiedente – o, come nella specie ed a fortiori, il titolare – di un titolo abilitativo edilizio sia nel possesso uti dominus ultraventennale dell’immobile cui detto titolo inerisce non è tenuta a ulteriori indagini sulla corrispondenza della situazione possessoria a quella giuridica (che in tal caso è da presumere), in ragione della natura meramente dichiarativa (e non già costitutiva) della sentenza di usucapione (in tema cfr. Cass. 5.2.2007, n. 2485, che supera correttamente alcune pregresse incertezze sul punto).

In relazione al secondo profilo di censura, gli abusi contestati non sono idonei a giustificare l’applicazione dell’art. 31 del d.lgs. n. 380 del 2001, venendo in rilievo, come correttamente ritenuto nell’atto di appello, la diversa fattispecie dell’art. 34.

Ne consegue che l’oggettiva incidenza dell’eventuale demolizione sull’intero immobile avrebbe richiesto all’amministrazione, tutt’al più (ossia fatto salvo quanto si è già osservato), l’esercizio del diverso potere consistente nell’irrogazione di una sanzione pecuniaria.

10.– L’accoglimento dell’appello per i motivi esposti, comporta l’illegittimità del provvedimento di autotutela e del conseguente ordine di demolizione.

11.– L’appellante ha prospettato altre censure con le quali è stata fatta valere l’illegittimità dell’ordine di demolizione per mancata indicazione dettagliata delle opere da demolire, la violazione delle regole del contraddittorio, l’invalidità degli atti per violazione dell’art. 36 del d.p.r. n. 380 del 2001, con obbligo di sospensione del procedimento sanzionatorio in attesa della definizione del procedimento di sanatoria (la questione relativa alla validità di tale ultimo procedimento esula dal perimetro del presente giudizio).

Il Collegio rileva come la fondatezza delle censure esaminate comporta l’illegittimità sia del provvedimento di autotutela sia dell’ordine di demolizione, con la conseguenza che dall’eventuale dichiarazione di fondatezza anche degli altri motivi l’appellante non potrebbe trarre maggiori utilità: con il corollario del loro necessario assorbimento in questa sede processuale.

12.– Le parti resistenti nel presente giudizio sono condannate, in solido, con ripartizione interna in misura paritaria, al pagamento, in favore dell’appellante, delle spese del doppio grado di giudizio, che si liquidano in complessivi euro 6.000,00, oltre s.g. e accessori di legge, con rifusione dei c.u. se versati.

P.Q.M.

Il Consiglio di Stato, in sede giurisdizionale, Sezione Sesta, definitivamente pronunciando:

a) accoglie l’appello proposto con il ricorso indicato in epigrafe e, per l’effetto, in riforma della sentenza gravata, annulla gli atti impugnati in primo grado;

b) condanna le parti resistenti al pagamento in solido, in favore dell’appellante, delle spese del doppio grado di giudizio, che si liquidano in complessivi euro 6.000,00, oltre s.g e accessori di legge, con rifusione dei c.u. se versati.

Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall’autorità amministrativa.

Così deciso in Roma nella camera di consiglio del giorno 12 maggio 2016 […]

 

Precedente Palazzi storici e vincolo culturale Successivo Contratti in derivati Stato e istituti finanziari, libertà di stampa, diritto di accesso