Oltraggio p.u., estinzione, rifusione fino a inizio appello

Cassazione penale sentenza n. 49544 27 novembre 2014

La sentenza di condanna emessa in primo grado, previa riqualificazione giuridica del fatto, per il reato di oltraggio a pubblico ufficiale non è affetta da vizi per aver impedito all’imputato di poter beneficiare della causa di estinzione del reato prevista dall’art. 341-bis, comma 3, cod. pen., considerato che prima dell’instaurando giudizio di appello si era ancora in termini per poter provvedere al risarcimento del danno arrecato o per presentare un’offerta reale ex art. 1209 cod. civ. e che la norma incriminatrice non contempla alcuna possibilità di regressione del processo in primo grado né la possibilità di concessione di un apposito termine da parte della Corte di appello.

 

 

Cassazione penale sentenza n. 49544 27 novembre 2014

[…]

RITENUTO IN FATTO

Con sentenza del 9 gennaio 2014, depositata il 7 marzo 2014, la Corte d’appello di Lecce, corretta la data di commissione del fatto di reato indicato nell’imputazione in quella del 1° ottobre 2010, ha confermato la sentenza emessa dal Tribunale di Lecce, Sezione distaccata di Maglie, in data 7 febbraio 2012, con la quale, all’esito di giudizio svoltosi con il rito abbreviato, Omissis  veniva ritenuto colpevole del reato di cui all’art. 341-bis c.p. – così riqualificato il fatto, contestato quale reato di resistenza a pubblico ufficiale, in quello di oltraggio – e per l’effetto, riconosciute le attenuanti generiche e la diminuente del rito, condannato alla pena sospesa di mesi quattro di reclusione.
Avverso la su indicata pronuncia della Corte d’appello ha proposto personalmente ricorso per cassazione l’imputato, deducendo due motivi di doglianza.

Violazioni di legge con riferimento all’art. 341-bis c.p. e vizi motivazionali, per mancanza, contraddittorietà e manifesta illogicità, avendo i Giudici di merito erroneamente valutato il significato delle frasi dall’imputato pronunciate dopo l’elevazione della contravvenzione al codice stradale da parte dei Carabinieri di Maglie per l’omesso allaccio delle cinture di sicurezza: dalle stesse emergevano chiaramente sentimenti di rabbia e di stizza per non avere avuto l’umana comprensione dei militari, e non certo un atteggiamento di disprezzo per avere commesso abusi attraverso la divisa.

Al più, la condotta avrebbe potuto ricondursi ai reati di minaccia ed ingiuria, per i quali, tuttavia, non era stato presentato atto di querela.
Violazioni di legge con riferimento agli artt. 341 -bis c.p., 178, comma
lett. b), 179, 521, 522 c.p.p., 24 Cost., e vizi motivazionali, per mancanza, contraddittorietà e manifesta illogicità, per non avere i Giudici di merito considerato che l’imputato non aveva potuto beneficiare della causa di estinzione del reato prevista dal comma 3 dell’art. 341-bis c.p. (risarcimento del danno nei confronti della persona offesa e dell’ente di appartenenza).

Il diritto alla difesa sarebbe stato salvaguardato solo da una nuova, specifica, contestazione, in modo da consentire all’imputato di porre in essere una condotta riparatoria integrale, così ottenendo l’estinzione del reato. La mancata regressione del procedimento ha dunque precluso all’imputato la possibilità di fruire di tale causa estintiva, in contrasto con l’art. 24 Cost. .

 

CONSIDERATO IN DIRITTO
Il ricorso è infondato e va pertanto rigettato per le ragioni qui di seguito esposte e precisate.
Per quel che attiene alle doglianze prospettate nel primo motivo di ricorso, tutte al limite dell’inammissibilità in quanto fortemente orientate verso una rivalutazione dei profili di merito della regiudicanda, come tale incompatibile con l’odierno scrutinio di legittimità, è necessario ribadire, sul piano generale ed al fine della verifica della consistenza dei rilievi mossi alla sentenza della Corte d’appello, che tale decisione non può essere isolatamente valutata, ma deve essere esaminata in stretta correlazione con la sentenza di primo grado, dal momento che l’iter motivazionale di entrambe sostanzialmente si dispiega secondo l’articolazione di sequenze logico-giuridiche pienamente convergenti (Sez. 4, n. 15227 del 14/02/2008, dep. 11/04/2008, Rv. 239735; Sez. 6, n. 1307 del 14/1/2003, Rv. 223061). Siffatta integrazione tra le due motivazioni si verifica non solo allorché i giudici di secondo grado abbiano esaminato le censure proposte dall’appellante con criteri omogenei a quelli usati dal primo giudice e con frequenti riferimenti alle determinazioni ivi prese ed ai passaggi logico-­giuridici della decisione, ma anche, e a maggior ragione, quando i motivi di appello non abbiano riguardato elementi nuovi, ma si siano limitati a prospettare circostanze già esaminate ed ampiamente chiarite nella decisione di primo grado (Sez. 3, n. 13926 del 01/12/2011, dep. 12/04/2012, Rv. 252615).

Nel caso portato alla cognizione di questa Suprema Corte, in particolare, ci si trova di fronte a due pronunzie, di primo e di secondo grado, che concordano nell’analisi e nella valutazione degli elementi di prova posti a fondamento delle conformi rispettive decisioni, con una struttura motivazionale della sentenza di appello che viene a saldarsi perfettamente con quella precedente, sì da costituire un corpo argomentativo uniforme e privo di lacune, in considerazione del fatto che entrambe le pronunzie hanno offerto una congrua e ragionevole giustificazione del giudizio di colpevolezza formulato nei confronti del ricorrente.

Discende da tale evenienza, secondo una linea interpretativa in questa Sede da tempo tracciata, che l’esito del giudizio di responsabilità non può certo essere invalidato da prospettazioni alternative, risolventisi in una “mirata rilettura” degli elementi di fatto posti a fondamento della decisione, ovvero nell’autonoma assunzione di nuovi e diversi parametri di ricostruzione e valutazione dei fatti, da preferirsi a quelli adottati dal giudice del merito, perché illustrati come maggiormente plausibili, o perché assertivamente dotati di una migliore capacità esplicativa nel contesto in cui la condotta delittuosa si è in concreto realizzata (Sez. 6, n. 22256 del 26/04/2006, dep. 23/06/2006, Rv. 234148; Sez. 1, n. 42369 del 16/11/2006, dep. 28/12/2006, Rv. 235507).

Nel caso di specie, per vero, l’adeguatezza delle ragioni giustificative illustrate nell’impugnata sentenza non è stata validamente censurata dal ricorrente, limitatosi a riproporre, per lo più, una serie di obiezioni già esaustivamente disattese dai Giudici di merito ed a formulare critiche e rilievi sulle valutazioni espresse in ordine alle risultanze offerte dal materiale probatorio sottoposto alla loro cognizione, prospettandone, tuttavia, una diversa ed alternativa lettura, che in questa Sede, evidentemente, non è assoggettabile ad alcun tipo di verifica, per quanto sopra evidenziato.

Il tessuto motivazionale della sentenza in esame, dunque, non presenta affatto quegli aspetti di carenza, contraddittorietà o macroscopica illogicità del ragionamento del giudice di merito che, alla stregua del consolidato insegnamento giurisprudenziale da questa Suprema Corte elaborato, potrebbero indurre a ritenere sussistente il vizio di cui alla lett. e) del comma primo dell’art. 606 c.p.p. (anche nella sua nuova formulazione), nel quale sostanzialmente si risolvono le censure dal ricorrente articolate.
Sulla base del materiale probatorio in atti – e in particolare muovendo dal contenuto dell’annotazione di P.G. in data 3 ottobre 2010, ove si dà specificamente atto della presenza di più persone vicino ai militari che stavano redigendo un verbale di contravvenzione a carico dell’imputato – i Giudici di merito hanno ricostruito l’intera vicenda storico-fattuale oggetto della regiudicanda, evidenziando segnatamente: a) che l’imputato proferì in presenza di più persone frasi di contenuto minaccioso ed ingiurioso nei confronti dei Carabinieri che, poco prima, gli avevano contestato un’infrazione al codice della strada per l’omesso allaccio delle cinture di sicurezza; b) che egli, infatti, rivolgendosi ai predetti pubblici ufficiali dopo aver ricevuto una risposta negativa alla sua richiesta di non elevargli la contravvenzione, fece ricorso a frasi del tipo: “fai che cazzo vuoi. Li morti vosci. E’ colpa di quello di Cannole. Non vi rompo la faccia perché avete la divisa, vi faccio cacciare via, me la prendo con voi”, rifiutando di firmare il verbale e pronunziando l’ulteriore frase: “non firmo un cazzo di niente”.

Nel caso in esame, inoltre, i Giudici di merito hanno osservato come le frasi rivolte dall’imputato all’indirizzo dei Carabinieri fossero immediatamente successive alla redazione del verbale di contravvenzione stradale, in tal guisa univocamente escludendo, con lineare e congrua motivazione, la possibilità di ravvisare nel suo comportamento la volontà di opporre resistenza ad un atto d’ufficio ormai perfezionato. Le stesse, dunque, non potevano ritenersi orientate a costringere il personale operante a compiere un atto contrario ai propri doveri, ovvero ad omettere l’atto d’ufficio, ma costituivano invece la manifestazione di un comportamento espressivo di sentimenti ostili e di disprezzo per il ruolo rivestito dai pubblici ufficiali e la funzione da essi in concreto esercitata, volto a contestarne in forme obiettivamente ingiuriose l’operato, senza alcuna finalità di incidere sull’espletamento della loro attività.
Al riguardo, pertanto, deve rilevarsi come l’impugnata sentenza abbia fatto buon governo dei principii stabiliti da questa Suprema Corte (v., in motivazione, Sez. 1, n. 42900 del 27/09/2013, dep. 18/10/2013, Rv. 257160), dovendosi ritenere integrata la nuova fattispecie in presenza di una serie di requisiti oggettivi nel caso di specie puntualmente evidenziati: a) l’offesa recata all’onore e al prestigio del pubblico ufficiale in presenza di più persone; b) la realizzazione della condotta in luogo pubblico o aperto al pubblico, nel momento in cui il pubblico ufficiale compie un atto d’ufficio ed a causa o nell’esercizio delle sue funzioni.

Oggetto della tutela penale, pertanto, non è la mera lesione dell’onore e della reputazione del pubblico ufficiale, quanto la conoscenza di tale violazione da parte di un contesto soggettivo allargato a più persone presenti al momento dell’azione, da compiersi, come avvenuto nel caso in esame, in un ambito spaziale specificato come luogo pubblico o aperto al pubblico e contestualmente al compimento dell’atto dell’ufficio, oltre che a causa, o nell’esercizio, della funzione pubblica, con il conseguente discredito per i pubblici ufficiali e l’Arma dei Carabinieri da essi rappresentata.

In altri termini, la scelta del legislatore è stata orientata nel senso di incriminare comportamenti ritenuti pregiudizievoli del bene protetto a condizione della diffusione della percezione dell’offesa, del collegamento temporale e finalistico con l’esercizio della potestà pubblica e della possibile interferenza perturbatrice rispetto al suo espletamento.
Parimenti infondata, infine, deve ritenersi la seconda censura, avendo i Giudici di merito assunto la impugnata decisione in base ad una motivazione che non appare illogica o incoerente, poiché ha tenuto conto del dato normativo e del fatto che la diversa qualificazione è intervenuta all’esito del giudizio di primo grado, con la conseguenza che l’imputato, prima dell’instaurando giudizio di appello, era ancora in termini per poter beneficiare della causa estintiva prevista dall’art. 341-bis, comma 3, c.p., provvedendo al risarcimento del danno arrecato dalla sua condotta, ovvero alla presentazione di un’offerta reale secondo le modalità stabilite dagli artt. 1209 ss. c.c. .
A tanto egli non ha provveduto a seguito della pronuncia della condanna di primo grado ed anteriormente alla celebrazione del giudizio di appello, né la su indicata norma incriminatrice contempla, al riguardo, alcuna possibilità di regressione del processo in primo grado, ovvero di concessione di un termine da parte della Corte d’appello per provvedere nel senso ivi indicato.

Trattandosi di un giudizio di merito, del resto, l’art. 598 c.p.p. stabilisce in linea generale una estensione delle norme sul giudizio di primo grado a quello di appello, salva la presenza di profili di incompatibilità che le discrezionali scelte del legislatore abbiano espressamente previsto nell’apprezzamento dello specifico rilievo assegnato a determinate connotazioni e peculiarità strutturali del secondo giudizio.

Nel caso di specie, è evidente che la Corte d’appello avrebbe potuto effettuare la stessa valutazione di merito del Giudice di primo grado in ordine alla congruità delle somme eventualmente offerte a titolo di risarcimento del danno, mentre nessuna contraria ragione di ordine logico-sistematico, né alcuna disposizione normativa potrebbero validamente escludere la presenza di un obiettivo parallelismo tra i due giudizi di merito, precludendo all’imputato la possibilità di esercitare prima delle formalità di apertura del procedimento d’appello la facoltà contemplata dalla su menzionata disposizione.
Al rigetto del ricorso, conclusivamente, consegue la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali, ex art. 616 c.p.p. .
P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.

Così deciso in Roma, lì, 11 novembre 2014 […]

 

 

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