Ordine di demolizione abuso edilizio, non serve puntuale motivazione

Tar Lazio sentenza n. 10830 14 agosto 2015

E’ legittima l’ordinanza di demolizione di una recinzione di un’area insistente su suolo comunale in assenza del consenso da parte dell’ente proprietario.

L’ordine di demolizione di un abuso edilizio non richiede, in quanto atto sostanzialmente vincolato, a maggior ragione se realizzato in zona vincolata, una specifica valutazione delle ragioni di interesse pubblico né una comparazione di quest’ultimo con gli interessi privati coinvolti e sacrificati e neppure una motivazione circa la sussistenza di un interesse pubblico concreto ed attuale alla demolizione, non essendo configurabile alcun affidamento tutelabile alla conservazione di una situazione d’illecito permanente, che il tempo non può legittimare in via di fatto.

Tar Lazio sentenza n. 10830 14 agosto 2015

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DIRITTO

Preliminarmente va rilevato come le opere contestate agli odierni ricorrenti, oggetto del provvedimento sanzionatorio impugnato, siano state realizzate su un territorio ricadente in zona N di P.R.G. con vincolo Archeologico Paesistico e Monumentale di proprietà dell’Amministrazione comunale, con conseguente violazione dell’art. 35 D.P.R. 380/01.

La contestazione riguarda l’allocazione in sé di una recinzione in area appartenente alla proprietà comunale in assenza del consenso dell’ente proprietario, sebbene comportante l’ampliamento dell’area occupata attraverso proprio lo spostamento della recinzione.

Con il ricorso si contesta che i ricorrenti abbiano effettuato uno spostamento della recinzione con conseguente ampliamento dell’area occupata durante la pendenza del giudizio di intervenuta usucapione delle aree.

E tuttavia, in disparte la questione dell’imputabilità dell’allocazione della recinzione agli odierni ricorrenti e all’eventuale spostamento della medesima, il provvedimento gravato risulta legittimo essendo indiscusso che la recinzione sia stata effettivamente allocata su area di proprietà comunale in assenza del consenso dell’ente proprietario e senza alcun titolo abilitativo.

La fattispecie ricade quindi nella previsione di cui all’art. 35 D.P.R. 380/01, il quale stabilisce che “Qualora sia accertata la realizzazione, da parte di soggetti diversi da quelli di cui all’articolo 28, di interventi in assenza di permesso di costruire , ovvero in totale o parziale difformità dal medesimo, su suoli del demanio o del patrimonio dello Stato o di enti pubblici, il dirigente o il responsabile dell’ufficio, previa diffida non rinnovabile, ordina al responsabile dell’abuso la demolizione ed il ripristino dello stato dei luoghi, dandone comunicazione all’ente proprietario del suolo”.

Secondo costante orientamento della giurisprudenza è legittima l’ordinanza di demolizione di una recinzione di un’area insistente su suolo comunale in assenza del consenso da parte dell’ente proprietario (Tar Genova, Sez, I, 8 novembre 2012, n. 1393).

Peraltro, come riferito dalla difesa di Roma Capitale, la proprietà privata dell’area de qua è stata esclusa dal Tribunale civile di Roma con sentenza n. 289/2011, depositata in data 15 luglio 2011, che ha rigettato la domanda proposta dal Sig. Omissis “non sussistendo i requisiti oggettivi di usucapibilità né la continuità temporale del possesso soggettivo ed esclusivo per usucapire i beni indicati”.

Non sussiste infine il lamentato difetto di motivazione.

L’ordine di demolizione di un abuso edilizio, infatti, non richiede, in quanto atto sostanzialmente vincolato, a maggior ragione se realizzato in zona vincolata come nel caso di specie, una specifica valutazione delle ragioni di interesse pubblico né una comparazione di quest’ultimo con gli interessi privati coinvolti e sacrificati e neppure una motivazione circa la sussistenza di un interesse pubblico concreto ed attuale alla demolizione, non essendo configurabile alcun affidamento tutelabile alla conservazione di una situazione d’illecito permanente, che il tempo non può legittimare in via di fatto.

Conclusivamente il ricorso deve essere rigettato perché infondato.

Le spese di giudizio seguono la soccombenza e vanno liquidate come in dispositivo.

P.Q.M.

Il Tribunale Amministrativo Regionale per il Lazio (Sezione Prima Quater)

definitivamente pronunciando sul ricorso, come in epigrafe proposto, lo respinge.

Condanna parte ricorrente al pagamento delle spese di lite che liquida in complessivi euro 2000,00 ( duemila) oltre accessori come per legge.

Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall’autorità amministrativa.

Così deciso in Roma nella camera di consiglio del giorno 21 maggio 2015 […]

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