Ordine di demolizione opere abusive, non serve comunicazione avvio procedimento

Tar Lazio sentenza n. 10831 14 agosto 2015

L’ordine di demolizione conseguente all’accertamento della natura abusiva delle opere realizzate, come tutti i provvedimenti sanzionatori edilizi, è un atto dovuto: l’ordinanza va emanata senza indugio e, in quanto tale, non deve essere preceduta dalla comunicazione di avvio del procedimento, trattandosi di una misura sanzionatoria per l’accertamento dell’inosservanza di disposizioni urbanistiche, secondo un procedimento di natura vincolata tipizzato dal legislatore e rigidamente disciplinato, che si ricollega ad un preciso presupposto di fatto, cioè l’abuso, di cui peraltro l’interessato non può non essere a conoscenza, rientrando direttamente nella sua sfera di controllo.

Qualsiasi intervento edilizio implicante un incremento di superficie o un mutamento di sagoma o di destinazione d’uso devono essere, in ogni caso, preceduti dall’acquisizione del relativo titolo edilizio, ravvisabile nel cosiddetto permesso di costruire. Difatti, gli interventi edilizi che alterano, anche sotto il profilo della distribuzione, l’originaria consistenza fisica di un immobile e comportano l’inserimento di nuovi impianti e la modifica e ridistribuzione dei volumi, non si configurano né come manutenzione straordinaria, né come restauro o risanamento conservativo, ma rientrano nell’ambito della ristrutturazione edilizia; il rinnovo degli elementi costituitivi dell’edificio ed una alterazione dell’originaria fisionomia e consistenza fisica dell’immobile sono infatti da considerarsi incompatibili con i concetti di manutenzione straordinaria e di risanamento conservativo, che presuppongono la realizzazione di opere che lascino inalterata la struttura dell’edificio e la distribuzione interna della sua superficie.

 

Tar Lazio sentenza n. 10831 14 agosto 2015

[…]

FATTO

Con il ricorso in esame il sig. Omissis contesta la legittimità del provvedimento in epigrafe con il quale è stata comminata la demolizione di opere abusivamente realizzate nell’immobile di sua proprietà , in Roma via Omissis, e consistenti in opere di diversa distribuzione interna dell’unità immobiliare, trasformazione di una porta finestra in finestra e di una seconda finestra in porta finestra, entrambe ubicate sul balcone dell’appartamento.

Il ricorrente deduce , in primo luogo, la violazione degli artt. 7 , 8 e 10 della legge 241/90, per non essere stata data preventiva comunicazione all’interessato dell’avvio del procedimento.

Assume poi che le opere dovevano ritenersi assentite in base alla dia presentata nel maggio 2006 e che comunque l’amministrazione, prima di procedere all’adozione del provvedimento sanzionatorio, avrebbe dovuto rigettare o annullare il silenzio formatosi sulla dia.

Roma Capitale, benché ritualmente intimata, non si è costituita in giudizio.

Alla pubblica udienza del giorno 21 maggio 2015 la causa è stata trattenuta dal Collegio per la decisione.

DIRITTO

Il ricorso è infondato.

Per costante giurisprudenza l’ordine di demolizione conseguente all’accertamento della natura abusiva delle opere realizzate, come tutti i provvedimenti sanzionatori edilizi, è un atto dovuto: l’ordinanza va emanata senza indugio e, in quanto tale, non deve essere preceduta dalla comunicazione di avvio del procedimento, trattandosi di una misura sanzionatoria per l’accertamento dell’inosservanza di disposizioni urbanistiche, secondo un procedimento di natura vincolata tipizzato dal legislatore e rigidamente disciplinato, che si ricollega ad un preciso presupposto di fatto, cioè l’abuso, di cui peraltro l’interessato non può non essere a conoscenza, rientrando direttamente nella sua sfera di controllo (cfr. da ultimo Cons. Stato III, 14/05/2015 N. 2411).

Inoltre va ricordato il costante insegnamento giurisprudenziale del giudice amministrativo, secondo cui qualsiasi intervento edilizio implicante un incremento di superficie o un mutamento di sagoma o di destinazione d’uso devono essere, in ogni caso, preceduti dall’acquisizione del relativo titolo edilizio, ravvisabile nel cosiddetto permesso di costruire. Difatti, gli interventi edilizi che alterano, anche sotto il profilo della distribuzione, l’originaria consistenza fisica di un immobile e comportano l’inserimento di nuovi impianti e la modifica e ridistribuzione dei volumi, non si configurano né come manutenzione straordinaria, né come restauro o risanamento conservativo, ma rientrano nell’ambito della ristrutturazione edilizia; il rinnovo degli elementi costituitivi dell’edificio ed una alterazione dell’originaria fisionomia e consistenza fisica dell’immobile sono infatti da considerarsi incompatibili con i concetti di manutenzione straordinaria e di risanamento conservativo, che presuppongono la realizzazione di opere che lascino inalterata la struttura dell’edificio e la distribuzione interna della sua superficie ( ex multis, C. Stato Sez. V, 17.7.2014, n. 3796).

Nel caso di specie, l’intervento realizzato non si risolve nella mera distribuzione diversa degli ambienti interni, ma ha implicato modifiche della sagoma e del prospetto dell’edificio attraverso aperture e modifiche delle finestre preesistenti; cosicchè l’intervento edilizio, considerato nella sua inevitabile complessità, non poteva ritenersi assentibile mediante d.i.a. ed il ricorrente avrebbe dovuto munirsi di permesso di costruire.

Legittimamente dunque l’amministrazione comunale ha adottato la sanzione prevista dall’art. 33 e non quella di cui all’art. 37 del d.p.r. 380/01.

Conclusivamente il ricorso deve essere respinto; nulla va disposto per le spese considerata la mancata costituzione in giudizio dell’amministrazione intimata.

P.Q.M.

Il Tribunale Amministrativo Regionale per il Lazio (Sezione Prima Quater), definitivamente pronunciando sul ricorso, come in epigrafe proposto, lo respinge.

Nulla per le spese.

Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall’autorità amministrativa.

Così deciso in Roma nella camera di consiglio del giorno 21 maggio 2015  […]

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