Ordine di demolizione per mancanza titolo abilitativo, domanda annullamento: anche a comunità Sinti si applica il Testo Unico Edilizia

Consiglio di Stato sentenza n. 3587 10 agosto 2016

Le norme a tutela del governo del territorio, nella parte in cui prescrivono con forza cogente che la realizzazione di determinati manufatti può avvenire solo previo rilascio di uno specifico titolo abilitativo conforme agli strumenti urbanistici e alla disciplina della materia, trovano generale applicazione a prescindere da questioni afferenti all’ “appartenenza etnica” del soggetto che le ha violato. Tali norme sono “indistintamente applicabili” ai cittadini italiani e non, rappresentando l’attuazione e non la violazione del principio di uguaglianza.

 

La disposizione di cui all’art. 31 del 6 giugno 2001, n. 380 (Testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia edilizia) («se il responsabile dell’abuso non provvede alla demolizione e al ripristino dello stato dei luoghi nel termine di novanta giorni dall’ingiunzione, il bene e l’area di sedime, nonché quella necessaria, secondo le vigenti prescrizioni urbanistiche, alla realizzazione di opere analoghe a quelle abusive sono acquisiti di diritto gratuitamente al patrimonio del Comune»….«l’area acquisita non può comunque essere superiore a dieci volte la complessiva superficie utile abusivamente costruita») prevede una sanzione applicabile a chi non provveda, spontaneamente, alla demolizione del manufatto abusivo. Tale disposizione trova generale applicazione a prescindere da questioni afferenti all’ “appartenenza etnica” del soggetto responsabile dell’abuso. La stessa, infatti, non può subire una deroga “amministrativa o giudiziale” alla luce di pretese esigenze di tutela (alcuni soggetti, per la loro “appartenenza etnica” avrebbero difficoltà a rinvenire una idonea sistemazione abitativa.) che si fondano su considerazioni extragiuridiche che, in quanto tali, non possono, in alcun modo, trovare ingresso in un giudizio amministrativo di legittimità dell’azione amministrativa. Né tale norma si pone in contrasto con le norme di diritto internazionale, genericamente evocate.

 

 

Consiglio di Stato

sentenza n. 3587 10 agosto 2016

[…]

FATTO e DIRITTO

1.– La signora Omissis ha realizzato, su un terreno di sua proprietà sito nel Comune di Orbassano, un fabbricato ad uso abitativo di complessivi metri quadrati 95,62.

2.– Il Comune, con ordinanza 16 dicembre 2014, n. 104, ha ordinato la demolizione del fabbricato.

La parte ha impugnato tale ordinanza innanzi al Tribunale amministrativo regionale per il Lazio, per i motivi riproposti in sede di appello e riportati nei successivi punti.

3.– Il Tribunale amministrativo, con sentenza in forma semplificata 27 marzo 2015, n. 551, ha rigettato il ricorso.

4.– La ricorrente in primo grado ha proposto appello.

4.1.– Si è costituita in giudizio l’amministrazione comunale, chiedendo il rigetto dell’appello.

5.– La causa è stata decisa all’esito dell’udienza pubblica del 12 maggio 2016.

6.– L’appello può trovare accoglimento solo nei sensi e limiti di cui appresso – ossia limitatamente alla riforma del capo di sentenza recante il regolamento delle spese del giudizio di primo grado – essendo nel resto infondato.

6.1.– Con un primo motivo si assume la violazione dell’art. 74 cod. proc . amm., in quanto, in mancanza del necessario approfondimento istruttorio, non sussisterebbero i presupposti per la decisione in forma semplificata.

Il motivo non è fondato.

L’art. 74 cod. proc. amm. prevede che «nel caso in cui ravvisi la manifesta fondatezza ovvero la manifesta irricevibilità, inammissibilità, improcedibilità o infondatezza del ricorso, il giudice decide con sentenza in forma semplificata».

Nella fattispecie in esame sussistevano i presupposti contemplati da tale norma. La causa, infatti, come risulterà dalla successiva analisi delle censure, ben poteva essere decisa in forma celere, non essendo necessario acquisire elementi ulteriori rispetto a quelli già presenti nel fascicolo d’ufficio.

6.2.– Con un secondo e terzo motivo si assume l’erroneità della sentenza impugnata nella parte in cui non ha rilevato che la mancanza di titolo abilitativo alla costruzione non assumerebbe rilevanza, in quanto l’appellante appartiene alla comunità dei Sinti che subirebbero continue discriminazioni razziali, «non avendo accesso al mercato dei terreni immobiliari». Ne conseguirebbe, sottolinea l’appellante, che «la mancata impugnazione dell’ordinanza di demolizione nella parte relativa al permesso di costruire, trova fondamento nella discriminazione razziale di cui è vittima l’appellante». L’annullamento dell’ordine di demolizione sarebbe, pertanto, funzionale ad evitare che si interrompa «il processo di integrazione nel tessuto sociale». In questa prospettiva, si chiede, pertanto, attraverso l’annullamento dell’ordine di demolizione, che venga assicurato l’inserimento sociale dell’appellante, salvaguardando l’identità etnica ed evitando una discriminazione per ragioni legate alla “razza”. Infine, si deduce che sarebbero assenti anche vincoli territoriali ed urbanistici.

I motivi non sono fondati.

Le norme a tutela del governo del territorio, nella parte in cui prescrivono con forza cogente che la realizzazione di determinati manufatti (quale quello in esame) può avvenire solo previo rilascio di uno specifico titolo abilitativo conforme agli strumenti urbanistici e alla disciplina della materia, trovano generale applicazione a prescindere da questioni afferenti all’

“appartenenza etnica” del soggetto

che le ha violato. Non si comprende sulla base di quale ragionamento giuridico si vorrebbe escludere dall’obbligo di osservanza di tali norme soggetti che, per la loro “appartenenza etnica”, avrebbero difficoltà a rinvenire una idonea sistemazione abitativa. Le doglianze si fondano tutte su considerazioni extragiuridiche che, in quanto tali, non possono, in alcun modo, trovare ingresso in un giudizio amministrativo di legittimità dell’azione amministrativa. Né varrebbe sostenere che il Comune, chiedendo il rispetto di norme imperative poste a tutela dell’interesse pubblico, avrebbe adottato una misura discriminatoria. Tali norme, si ribadisce, sono “indistintamente applicabili” ai cittadini italiani e non, rappresentando l’attuazione e non la violazione del principio di uguaglianza.

Infine, deve rilevarsi come l’assenza di titolo abilitativo renda, come correttamente messo in rilievo dal primo giudice, priva di rilevanza la questione relativa all’assenza di vincoli sull’area in questione.

6.3.– Con l’ultimo motivo si deduce l’erroneità della sentenza nella parte in cui non ha rilevato il vizio di eccesso di potere e la violazione dell’art. 42 Cost. degli atti impugnati, nella parte in cui il Comune ha disposto l’acquisizione dell’area al patrimonio pubblico, ritenendo l’esercizio di tale potere, in ragione delle esigenze di tutela delle minoranze etniche, sproporzionato rispetto al fine di interesse pubblico perseguito dall’amministrazione. Si assume che tale rimedio acquisitivo sarebbe in contrasto con le garanzie che, in questi casi, sono assicurate dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo.

Il motivo non è fondato.

L’art. 31 del 6 giugno 2001, n. 380 (Testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia edilizia) dispone che «se il responsabile dell’abuso non provvede alla demolizione e al ripristino dello stato dei luoghi nel termine di novanta giorni dall’ingiunzione, il bene e l’area di sedime, nonché quella necessaria, secondo le vigenti prescrizioni urbanistiche, alla realizzazione di opere analoghe a quelle abusive sono acquisiti di diritto gratuitamente al patrimonio del Comune», aggiungendo che «l’area acquisita non può comunque essere superiore a dieci volte la complessiva superficie utile abusivamente costruita».

Tale disposizione prevede una sanzione applicabile a chi non provveda, spontaneamente, alla demolizione del manufatto abusivo. Anche in relazione a tale disposizione, valgono le considerazioni sopra svolte in ordine alla sua generalizzata applicazione del precetto che non può subire una deroga “amministrativa o giudiziale” alla luce delle esigenze di tutela prospettate dall’appellante. Né tale norma si pone in contrasto con le norme di diritto internazionale, genericamente evocate.

7.– Infine, con l’atto di appello si contesta la sentenza impugnata nella parte in cui l’odierna appellante è stata condanna al pagamento delle spese del primo grado di giudizio.

La censura è fondata.

Ragioni di natura equitative, derivanti dalla particolare natura della controversia, giustificano l’integrale compensazione tra le parti delle spese processuali del giudizio di primo grado.

Le medesime ragioni giustificano la compensazione anche delle spese del presente grado di appello.

P.Q.M.

Il Consiglio di Stato, in sede giurisdizionale, Sezione Sesta, definitivamente pronunciando:

a) dichiara non fondato, nei sensi di cui in motivazione, l’appello proposto con il ricorso indicato in epigrafe;

b) accoglie l’appello limitatamente al capo della sentenza di primo grado di condanna alle spese del giudizio e, per l’effetto, le dichiarata integralmente compensate tra le parti;

c) dichiara integralmente compensate le spese del presente grado di giudizio.

Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall’autorità amministrativa.

Così deciso in Roma nella camera di consiglio del giorno 12 maggio 2016 […]

 

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