Condono edilizio e parere della commissione edilizia comunale: Consiglio di Stato sentenza n. 992 16 febbraio 2018 sulla imprescindibilità dello stesso per la legittimità del procedimento di sanatoria

Nel procedimento di condono il parere della commissione edilizia comunale non è necessario perché non richiesto espressamente dalla normativa che ha d’altra parte un carattere speciale rispetto a quella disciplinante l’ordinario rilascio dei titoli edilizi.

 

Il silenzio assenso previsto dalle norme condonistiche può formarsi solo se la domanda è completa di tutti gli elementi richiesti.

Vedi anche:

Condono edilizio 1985, Consiglio di Stato in materia di sanatoria edilizia: il provvedimento finale relativo alla richiesta di condono ex art. 32 della legge n. 47/1985 (Opere costruite su aree sottoposte a vincolo) anche se emanato a distanza di anni, non deve essere preceduto da alcuna comunicazione da parte del Comune

Domanda di condono edilizio, effetti

 

Consiglio di Stato sentenza n. 992 16 febbraio 2018

L’oggetto del giudizio

“per la riforma

della sentenza del T.A.R. EMILIA-ROMAGNA – BOLOGNA: SEZIONE I n. 00436/2007, resa tra le parti, concernente diniego condono edilizio”

Il fatto e le contestazioni

“L’odierno appellante nell’anno 1995 presentò una domanda di condono ai sensi della legge n. 724 del 1994 in relazione ad un immobile di mq 38 con annesso piccolissimo ripostiglio, realizzato senza titolo in un fondo agricolo ed asseritamente adibito a saltuario uso abitativo.

Attesa la carenza della documentazione allegata all’istanza, il comune di Cesena con due distinte diffide invitò il richiedente alle opportune integrazioni istruttorie.

Da ultimo l’interessato ha inviato una succinta relazione tecnica accompagnata da foto degli interni del manufatto.

Dopo un sopralluogo effettuato in data 23.11.1996, il comune con provvedimento del 25.6.1997 ha respinto l’istanza, escludendo che il manufatto potesse avere avuto utilizzo residenziale.

Il provvedimento di rigetto è stato impugnato dall’interessato avanti al TAR Bologna il quale con la sentenza in epigrafe indicata ha però respinto il gravame, condannando il ricorrente al pagamento delle spese di lite in favore del comune.

La sentenza è stata impugnata con l’atto di appello oggi in esame dal soccombente il quale ne ha chiesto l’integrale riforma, deducendo plurimi motivi di impugnazione.

Si è costituito in resistenza il comune di Cesena il quale ha depositato memoria, insistendo per il rigetto dell’appello.

All’udienza del 15 febbraio 2018 l’appello è stato spedito in decisione.

L’appello è manifestamente infondato e va come tale respinto, con integrale conferma della gravata sentenza.

Al fine di perimetrare le questioni qui effettivamente controverse deve chiarirsi che sono inammissibili le considerazioni che l’appellante svolge in ordine all’eventuale cambio di destinazione d’uso dell’immobile.

Infatti la domanda di condono non riguardava il mutamento di destinazione d’uso di un immobile legittimamente costruito ma il condono di un manufatto realizzato senza titolo: di talchè, come correttamente eccepito dal comune, l’appellante non può introdurre in giudizio questioni diverse da quelle che costituirono oggetto del procedimento definito negativamente dal provvedimento di rigetto impugnato in prime cure.

Del pari non pertinenti sono le diffuse considerazioni svolte dall’appellante in ordine agli indici dai quali desumere in senso formale l’ultimazione del manufatto entro la data di riferimento: nel caso all’esame, infatti, il condono non è stato negato per mancato rispetto di tale data ma – come ora si vedrà – per motivi sostanziali.

Ciò premesso, e venendo al merito, il comune ha negato il condono affermando in sostanza l’inutilizzabilità del manufatto ai fini residenziali.

Come affermato dal TAR la valutazione dell’ente resiste alle critiche che l’appellante muove.

Invero, dal sopralluogo svolto da elementi dell’ufficio tecnico comunale nel novembre del 1996 è risultato che il manufatto ha un’altezza interna di m. 2,20, dunque assai inferiore a quella minima legale di m. 2,70.

In sostanza, si tratta di un immobile che non potrebbe mai conseguire il certificato di abitabilità.

A ciò deve aggiungersi che il manufatto ha una copertura in lamiera, all’interno non è tuttora dotato di pavimento, né era – all’epoca – dotato di servizi igienici, allacciamento fognario e alla rete gas etc..

In sostanza, da tutti gli elementi acquisiti in istruttoria risulta che era nel giusto il comune allorchè ha affermato che l’immobile non aveva ( né avrebbe potuto avere viste le sue caratteristiche strutturali e costruttive) un pregresso utilizzo residenziale.

Né assumono rilievo in senso contrario gli elementi probatori ora allegati dall’interessato, sia perchè gli stessi risultano in prevalenza inconcludenti ( ad es. il consumo idrico non prova alcunchè, insistendo il manufatto su un fondo agricolo); sia perché riferiti ad un arco temporale assai posteriore rispetto alle vicende di causa.

Del tutto infondato è il motivo col quale l’appellante deduce che sulla domanda si era formato il silenzio assenso. [vedi sopra]

Da ultimo l’appellante torna a lamentare il vizio procedimentale derivante dall’omessa sottoposizione della pratica alla commissione edilizia comunale. [vedi sopra]

Sulla scorta delle considerazioni che precedono l’appello va pertanto respinto.”

Sulle spese

“Le spese di questo grado del giudizio seguono come per legge la soccombenza e sono liquidate in dispositivo.”

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