Permesso di soggiorno Italia, reato pregresso, richiesta rinnovo

Permesso di soggiorno Italia: condanna per tentata rapina aggravata non ne impedisce il rinnovo.

Va esclusa la legittimità di un automatismo tra condanna penale e rigetto della richiesta di rinnovo del permesso di soggiorno non preceduto da una valutazione in concreto sulla pericolosità del soggetto e sul suo inserimento sociale e familiare in Italia.

…In particolare, non risulta essere stata valutata in concreto la pericolosità sociale dell’appellante, che è residente in Italia da molti anni, che ha idonee condizioni lavorative ed abitative e che, fatta esclusione per il grave fatto criminoso che portò alla condanna del 2008, risulta aver sempre condotto una vita irreprensibile sia sotto il profilo del rispetto delle leggi che delle regole di convivenza civile, mentre le affermazioni dell’Amministrazione circa non provate frequentazioni e circa una sua presunta condotta riprovevole non sono state concretizzate dalla medesima Amministrazione in alcuna fattispecie concreta, dovendo pertanto restare del tutto irrilevanti a fini del giudizio.

Risulta, inoltre, del tutto omessa la ponderazione a termini di legge delle condizioni familiari dell’appellante. Infatti, è vero, così come considerato dal TAR, che nel 2011 la moglie venne in Italia ma la domanda di ricongiungimento non venne accolta a causa del respingimento di quella dell’appellante, ciò non giustifica tuttavia la conclusione della sentenza di I grado, secondo cui il bilanciamento degli interessi tra tutela dell’ordine pubblico da un lato, e tutela dell’unità familiare dall’altro, non poteva essere invocato, non sussistendo validi vincoli familiari meritevoli di tutela da valutare a tali fini.

Infatti, il TAR ai fini della valutazione del vincolo familiare ha preso in considerazione unicamente i rapporti del ricorrente con la figlia e la moglie, trascurando totalmente il rapporto tra il ricorrente ed il di lui padre-OMISSIS-, rispetto al quale la stessa Avvocatura dello Stato, aveva dato atto dell’avvenuto ricongiungimento familiare nel 2004

Viceversa, in realtà all’epoca del diniego la moglie dell’appellane non era ancora entrata illegalmente in Italia e la figlia non era ancora nata, ma l’appellante soggiornava ormai da tempo in Italia insieme al padre-OMISSIS- -OMISSIS-, che lo stesso appellante accudiva in quanto malato ed invalido (malattia cronica neurogena con paresi gamba destra operata in clinica a Siena nel 2004, come da certificazione medica prodotta in primo grado), dovendo pertanto trovare applicazione la novità normativa introdotta dal D. lgs. 8 gennaio 2007, n. 5, che all’art. 5, comma 5 D. del D.Lgs. 286/1998 ha aggiunto l’inciso “nell’adottare un provvedimento di rifiuto del rilascio di revoca o di diniego di rinnovo del permesso di soggiorno dello straniero che ha esercitato il diritto al ricongiungimento familiare ovvero del familiare ricongiunto, ai sensi dell’art. 29, si tiene anche conto della natura e dell’effettività dei vincoli familiari dell’interessato e dell’esistenza di legami familiari e sociali con il suo paese di origine, nonché, per lo straniero già presente sul territorio nazionale, anche della durata del suo soggiorno nel medesimo territorio nazionale”, in conformità del resto a quanto statuito dalla Corte europea dei diritti dell’uomo, nonché dalla Corte Costituzionale con la sentenza 18 luglio 2013, n. 202, che ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art. 5, comma 5, come modificato per effetto del D.lgs. 5/2007, per contrasto con gli art. 2,3,29,30,31 Cost. nella parte in cui non estende la tutela rafforzata a tutti i casi in cui lo straniero abbia nello stato legami familiari…

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Consiglio di Stato sentenza n. 273 23 gennaio 2017

[…]

FATTO e DIRITTO

1 – Con il gravame in epigrafe il signor -OMISSIS- propone appello contro la sentenza n. 302/2016 del Tribunale Amministrativo Regionale per l’Umbria, nella parte in cui ha respinto il suo ricorso per annullamento del decreto del Questore di Perugia n. A/11/2010/206 del 28 settembre 2010, con il quale veniva rigettata l’istanza di rinnovo del permesso di soggiorno per lavoro subordinato presentata in data 16 maggio 2009 a mezzo spedizione tramite Poste Italiane e con cui veniva, altresì formalizzato l’invito a lasciare il territorio nazionale entro 15 giorni.

2 – L’Amministrazione intimata, costituitasi in I grado, aveva già argomentato la piena legittimità del diniego impugnato. Questa Sezione, con ordinanza collegiale del 17 novembre 2016, “considerato che l’Amministrazione non ha posto a base dell’impugnato diniego elementi specifici circa le presunte frequentazioni e che, ai fini della valutazione del, danno paventato, devono essere considerati anche i profili successivi all’impugnato diniego, ancorché estranei all’ambito del giudizio, posto che, a seguito dell’accoglimento della domanda cautelare da parte del competente TAR, nei successivi anni il ricorrente non ha evidenziato profili di pericolosità sociale ed attualmente accudisce la figlia nata in epoca successiva ai fatti”, ha accolto l’istanza cautelare incidentale dell’appellante e, per l’effetto ha sospeso fino alla definizione del giudizio in appello l’esecutività della sentenza impugnata e gli effetti dell’atto impugnato in primo grado.

3 – In particolare il ricorrente narra che giungeva sul territorio italiano nell’anno 2002 ed otteneva regolare permesso di soggiorno per motivi di lavoro, rinnovato nel 2004 ed esteso al ricongiungimento familiare con il padre. In data 31.07.2008 il ricorrente veniva arrestato dai Carabinieri della Compagnia di lodi e processato per il reato di tentata rapina aggravata in danno di una macelleria e lesioni in danno dei pubblici ufficiali intervenuti, ottenendo sentenza ex art. 144 c.p.p. di condanna alla pena di anni 2 di reclusione ed Euro 600 di multa, con il beneficio della sospensione. Il rapporto di lavoro proseguiva peraltro senza soluzione di continuità, seppur con altro datore di lavoro dal 2010;

4 – In data 16.05.2009, il ricorrente presentava domanda di rinnovo del permesso di soggiorno ma con nota del 30.06.2009 la Questura di Perugia – Ufficio Immigrazione – comunicava prima l’avvio del procedimento di diniego, e poi, a seguito di formale richiesta di accesso agli atti, l’avvenuto diniego, che l’appellante ritirava poi presso la Questura. Contestualmente gli veniva ritirata la carta d’identità e la ricevuta di richiesta di rinnovo del permesso di soggiorno, con invito a lasciare volontariamente il territorio italiano entro 15 giorni.

In data 09.07.2015, l’appellante depositava presso la Prefettura di Perugia ricorso gerarchico avverso il decreto del questore, senza ricevere risposta, e proponeva quindi ricorso davanti al TAR, deducendo i vizi di:

a) violazione e falsa applicazione degli art. 1 e art. 2 L. 7 agosto 1990, n. 241 e ss. mm., art. 5 D.lgs. 25/07/1998, n. 286 ed eccesso di potere in relazione alla violazione dei medesimi articoli e per sviamento di potere;

b) violazione e falsa applicazione art. 3 L. 7 agosto 1990, n. 241 ed eccesso di potere in relazione alla medesima norma per insufficienza e contraddittorietà della motivazione e per travisamento dei fatti o del materiale istruttorio o dell’istruttoria.

-Contestualmente veniva proposta istanza cautelare e con decreto del 03/09/2015 il Presidente del Tar Umbria sospendeva in via interinale l’efficacia del provvedimento, “considerata l’assenza di pericolo di commissione di ulteriori reati in aggiunta a quello di cinque anni addietro cui si riferisce il provvedimento impugnato, la cui redazione potrebbe risalire all’anno 2010; tenuto conto, che ad oggi, la condotta del ricorrente non avrebbe dato luogo ad alcun allarme sociale e che sussistono le dedotte esigenze di unità familiare(..) fissando per la discussione dell’istanza di sospensione il 23/09/2015”.

-Nella Camera di Consiglio del 23/09/2015 il Collegio accoglieva la domanda cautelare e rinviava all’udienza pubblica del 10/02/2016, a seguito della quale il TAR peraltro respingeva il ricorso.

5 – Con l’appello in epigrafe il Signor-OMISSIS-impugna dunque la sentenza di primo grado, chiedendone l’annullamento o la riforma, previa sospensione della sua efficacia esecutiva, sulla scorta dei seguenti motivi di appello:

1) error in iudicando, violazione del principio di corrispondenza tra il chiesto e il pronunciato in relazione alla omessa statuizione inerente il primo motivo di ricorso proposto in primo grado, con il quale era stata dedotta la nullità del provvedimento impugnato per violazione e la falsa applicazione degli artt. 1 e 2, L. 7 agosto 1990 n. 241 e ss., e dell’art. 5 d.Lgs. 25 luglio 1998, n. 286, per eccesso di potere per sviamento in relazione alla violazione dei medesimi articoli e per omessa motivazione sul punto, in quanto il decreto di rigetto era stato emanato a distanza di ben 16 mesi dall’avvio del procedimento, mentre la Questura avrebbe dovuto emettere il provvedimento conclusivo entro 20 giorni, ovvero entro 1’8 giugno 2009. Viceversa, in data01/07/2009, veniva notificata al richiedente comunicazione di avvio del procedimento, con la quale si faceva presente che, a seguito di accertamenti effettuati il richiedente risultava avere a carico dei precedenti penali “che potrebbero essere ostativi al rinnovo del permesso di soggiorno”, quando invece a tale data il ricorrente non risultava avere a proprio carico alcuna condanna definitiva.

Inoltre, il predetto ritardo, non motivato da alcuna “straordinaria e motivata esigenza imposta dallo svolgimento dell’istruttoria” (come invece richiesto dalla legge) ha comportato l’applicazione di una lex posterior più stringente della precedente, non essendo oggi consentito al soggetto straniero l’ingresso e la permanenza sul territorio nazionale qualora questi risulti condannato, anche con sentenza non definitiva adottata a seguito di applicazione della pena su richiesta delle parti ai sensi dell’art. 444 c.p.p., per i reati previsti dall’art. 380 commi 1 e2 (art. 4, comma 3 D.lgs. 286/1998), mentre alla data in cui il procedimento si sarebbe dovuto completare sussistevano le condizioni per

l’accoglimento della domanda di rinnovo.

2)error in iudicando, contraddittoria motivazione, travisamento dei fatti e delle risultanze istruttorie, parziale esame delle risultanze istruttorie in relazione alla censura mossa in primo grado per il vizio di violazione e falsa applicazione dell’art. 3 L.07/08/1990, n. 241 ed eccesso di potere in relazione alla medesima norma per insufficienza e contraddittorietà della motivazione e per travisamento dei fatti e del materiale istruttorio.

Ed infatti, argomenta l’appellante, l’appellata sentenza non considera che il Questore, dopo avere dato conto dell’esistenza del delitto di consistente gravità, supporta poi il provvedimento facendo riferimento generico ad una non meglio individuata riprovevole condotta ascritta al ricorrente, ed al fatto che il ricorrente sarebbe stato solito accompagnarsi a persone gravate da precedenti penali, ma tali circostanze, non sarebbero vere, non avendo esso mai posto in essere alcuna condotta riprovevole, e non essendo stata la pretesa consuetudine di accompagnarsi a persone gravate da precedenti penali munita di qualsivoglia specificazione atta a motivare e comprovare quanto asserito.

La gravata sentenza ha neppure considerato, prosegue l’appellante, che la Questura ha errato anche nella ponderazione delle esigenze di tutela del nucleo familiare ai sensi dell’art. 5, comma 5, del D. lgs. 286/1998, come modificato dal D. lgs. 5/07,soggiornando l’appellante in Italia insieme ai suoi familiari, in quanto la riconosciuta esistenza di un vincolo familiare è stata ritenuta recessiva rispetto all’apodittica sussistenza di una “riprovevole condotta” e della circostanza di “solitamente accompagnarsi a persone gravate da precedenti penali”, ed essendosi inoltre indebitamente ritenuto che l’affermata irregolarità della presenza in Italia del proprio nucleo familiare precludesse la ponderazione di tale elemento.

6 – A giudizio del Collegio l’appello è fondato e deve essere pertanto accolto, in quanto l’appellata sentenza non ha dato adeguato conto della circostanza che l’intimata Amministrazione si è limitata a porre alla base della conclusione sulla pericolosità sociale dell’appellante esclusivamente la commissione del reato di tentata rapina ad una macelleria e la condanna patteggiata a anni 2 di reclusione, senza considerare gli altri elementi che la legge impone di valutare, avendo la giurisprudenza da tempo escluso la legittimità di un automatismo tra condanna penale e rigetto della richiesta di rinnovo del permesso di soggiorno non preceduto da una valutazione in concreto sulla pericolosità del soggetto e sul suo inserimento sociale e familiare in Italia (Tar Lombardia, sez. VI, sent. 04/01/2013, n. 2905; conf. Tar Lazio sez. II-quater, sent. 20/11/12, n. 9598 e sent. 03/08/2012, n. 7223, Cons. di Stato, sez. III, sent. 29/10/2012).

7 – In particolare, non risulta essere stata valutata in concreto la pericolosità sociale dell’appellante, che è residente in Italia da molti anni, che ha idonee condizioni lavorative ed abitative e che, fatta esclusione per il grave fatto criminoso che portò alla condanna del 2008, risulta aver sempre condotto una vita irreprensibile sia sotto il profilo del rispetto delle leggi che delle regole di convivenza civile, mentre le affermazioni dell’Amministrazione circa non provate frequentazioni e circa una sua presunta condotta riprovevole non sono state concretizzate dalla medesima Amministrazione in alcuna fattispecie concreta, dovendo pertanto restare del tutto irrilevanti a fini del giudizio.

8 – Risulta, inoltre, del tutto omessa la ponderazione a termini di legge delle condizioni familiari dell’appellante. Infatti, è vero, così come considerato dal TAR, che nel 2011 la moglie venne in Italia ma la domanda di ricongiungimento non venne accolta a causa del respingimento di quella dell’appellante, ciò non giustifica tuttavia la conclusione della sentenza di I grado, secondo cui il bilanciamento degli interessi tra tutela dell’ordine pubblico da un lato, e tutela dell’unità familiare dall’altro, non poteva essere invocato, non sussistendo validi vincoli familiari meritevoli di tutela da valutare a tali fini.

Infatti, il TAR ai fini della valutazione del vincolo familiare ha preso in considerazione unicamente i rapporti del ricorrente con la figlia e la moglie, trascurando totalmente il rapporto tra il ricorrente ed il di lui padre-OMISSIS-, rispetto al quale la stessa Avvocatura dello Stato, aveva dato atto dell’avvenuto ricongiungimento familiare nel 2004

Viceversa, in realtà all’epoca del diniego la moglie dell’appellane non era ancora entrata illegalmente ni Italia e la figlia non era ancora nata, ma l’appellante soggiornava ormai da tempo in Italia insieme al padre-OMISSIS- -OMISSIS-, che lo stesso appellante accudiva in quanto malato ed invalido (malattia cronica neurogena con paresi gamba destra operata in clinica a Siena nel 2004, come da certificazione medica prodotta in primo grado), dovendo pertanto trovare applicazione la novità normativa introdotta dal D. lgs. 8 gennaio 2007, n. 5, che all’art. 5, comma 5 D. del D.Lgs. 286/1998 ha aggiunto l’inciso “nell’adottare un provvedimento di rifiuto del rilascio di revoca odi diniego di rinnovo del. permesso di soggiorno dello straniero che ha esercitato il diritto al ricongiungimento familiare ovvero del familiare ricongiunto, ai sensi dell’art. 29, si tiene anche conto della natura e dell’effettività dei vincoli familiari dell’interessato e dell’esistenza di legami familiari e sociali con il suo paese di origine, nonché, per lo straniero già presente sul territorio nazionale, anche della durata del suo soggiorno nel medesimo territorio nazionale”, in conformità del resto a quanto statuito dalla Corte europea dei diritti dell’uomo, nonché dalla Corte Costituzionale con la sentenza 18 luglio 2013, n. 202, che ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art. 5, comma 5, come modificato per effetto del D.lgs. 5/2007, per contrasto con gli art. 2,3,29,30,31 Cost. nella parte in cui non estende la tutela rafforzata a tutti i casi in cui lo straniero abbia nello stato legami familiari,

9 – Alla stregua delle pregresse considerazioni, il provvedimento amministrativo di diniego risulta affetto dalla predetta illegittimità e pertanto, in riforma dell’appellata sentenza, essere annullato, conseguendone l’obbligo dell’Amministrazione di rivalutare ora per allora, secondo le considerazioni svolte dalla presente sentenza, la motivata eventuale sussistenza delle condizioni per poter denegare il richiesto rinnovo del permesso di soggiorno.

10 – Peraltro, secondo la giurisprudenza della stessa Corte Costituzionale, i casi di valutazione retroattiva dell’amministrazione trovano un invalicabile limite nel mutare della realtà di fatto considerata. Dunque, nella predetta rivalutazione l’Amministrazione non potrà non tenere conto, alla stregua di un criterio di ragionevolezza e di proporzionalità, del bilanciamento d’interessi conseguente alla circostanza che, dopo il diniego, l’appellante ha formato una propria famiglia e che in data 28.03.2012 è nata a Todi la figlia -OMISSIS-, che attualmente vive con il padre in Italia, dove è pienamente integrata e dove frequenta la scuola con positivi risultati.

11 – Conclusivamente, l’appello deve essere accolto e per l’effetto devono essere annullati, in riforma dell’appellata sentenza, gli atti impugnati in primo grado, ai sensi e per gli effetti sopraindicati.

12 – La non univocità e almeno parziale novità delle questioni dedotte giustifica, infine, la compensazione delle spese di giudizio.

P.Q.M.

Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale (Sezione Terza)

definitivamente pronunciando sull’appello, come in epigrafe proposto, lo accoglie e, per l’effetto, in riforma dell’appellata sentenza accoglie il ricorso di primo grado, ai sensi e per gli effetti di cui in motivazione.

Spese compensate.

Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall’autorità amministrativa. […]

 

 

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