Porto d’armi e reati

Porto d’armi e reati: ostativa al rinnovo della licenza la denuncia o querela per i reati di minacce, omessa custodia di arma da fuoco, truffa e falsità materiale.

E’ di per sé ragionevole – e comunque insindacabile nella sede della giurisdizione di legittimità – la scelta dell’Amministrazione di non rilasciare una licenza di porto d’armi (o di vietare la detenzione di armi e munizioni) nei confronti di chi abbia formulato minacce e, a maggior ragione, nei confronti di chi, oltre alle minacce, sia stato querelato o denunciato per i reati di omessa custodia di arma da fuoco, truffa e falsità materiale (non occorrendo che i fatti valutati dall’Amministrazione abbiano dato luogo a condanne penali o che abbiano una specifica attinenza all’uso delle armi).

 

Ogni volta che esamina una istanza di rinnovo della licenza di porto d’armi il Ministero dell’Interno formula una attuale valutazione degli interessi pubblici e privati coinvolti e tiene conto delle esigenze attuali della salvaguardia dell’ordine pubblico. In altri termini, le esigenze proprie del momento in cui è stato disposto un rinnovo possono essere diverse da quelle successivamente palesatesi: e se gli organi del Ministero dell’Interno ritengono di valutare con maggior rigore le istanze, si tratta di una valutazione di merito, insindacabile dal giudice amministrativo in sede di giurisdizione di legittimità, specie quando sia stata valutata una circostanza in precedenza non emersa in sede amministrativa.

Vedi anche:

Diniego di rinnovo licenza di porto di pistola per difesa personale

Art. 43 Tulps e riabilitazione

Guardie zoofile volontarie, niente armi!

T.U.L.P.S. artt. 38 – 39

Singola querela può giustificare divieto detenzione armi

 

Consiglio di Stato sentenza n. 4497 26 ottobre 2016

[…]

per la riforma

della sentenza del T.A.R. per la Lombardia, Sezione staccata di Brescia, Sez. II, n. 670/2016, resa tra le parti, concernente un diniego di rinnovo della licenza di porto d’armi;

[…]

FATTO e DIRITTO

1. Con atto del 25 gennaio 2016, la Questura di Brescia ha respinto l’istanza dell’appellante, volta ad ottenere il rinnovo della licenza di porto d’armi.

La Questura ha tra l’altro richiamato la nota del 23 luglio 2015 del Comando stazione dei carabinieri di Pralboino, che – nel richiamare l’esito delle informazioni acquisite – ha espresso parere contrario al rilascio della licenza, per «una particolare predisposizione alla violenza» dell’interessato.

2. Col ricorso di primo grado n. 477 del 2016 (proposto al TAR per la Lombardia, Sede di Brescia), l’interessato ha impugnato il provvedimento del Questore, lamentandone l’illegittimità per violazione di legge ed eccesso di potere.

3. Il TAR, con la sentenza n. 670 del 2016, ha respinto il ricorso ed ha compensato tra le parti le spese del giudizio.

4. Con l’appello in esame, l’interessato ha chiesto che, in riforma della sentenza del TAR, il ricorso di primo grado sia accolto, poiché l’impugnato atto del Questore sarebbe affetto dai profili di eccesso di potere dedotti in primo grado.

L’Amministrazione appellata ha chiesto che il gravame sia respinto.

5. Ritiene la Sezione che l’appello sia infondato e vada respinto.

5.1. Per comodità di lettura, va riportato il contenuto degli articoli 11, 39 e 43 del testo unico n. 773 del 1931.

L’art. 11 dispone che «Salve le condizioni particolari stabilite dalla legge nei singoli casi, le autorizzazioni di polizia debbono essere negate:

1) a chi ha riportato una condanna a pena restrittiva della libertà personale superiore a tre anni per delitto non colposo e non ha ottenuto la riabilitazione;

2) a chi è sottoposto all’ammonizione o a misura di sicurezza personale o è stato dichiarato delinquente abituale, professionale o per tendenza.

Le autorizzazioni di polizia possono essere negate a chi ha riportato condanna per delitti contro la personalità dello Stato o contro l’ordine pubblico, ovvero per delitti contro le persone commessi con violenza, o per furto, rapina, estorsione, sequestro di persona a scopo di rapina o di estorsione, o per violenza o resistenza all’autorità, e a chi non può provare la sua buona condotta.

Le autorizzazioni devono essere revocate quando nella persona autorizzata vengono a mancare, in tutto o in parte, le condizioni alle quali sono subordinate, e possono essere revocate quando sopraggiungono o vengono a risultare circostanze che avrebbero imposto o consentito il diniego della autorizzazione».

L’art. 39 dispone che «Il Prefetto ha facoltà di vietare la detenzione delle armi, munizioni e materie esplodenti, denunciate ai termini dell’articolo precedente, alle persone ritenute capaci di abusarne».

L’art. 43 dispone che «oltre a quanto è stabilito dall’art. 11 non può essere conceduta la licenza di portare armi:

a) a chi ha riportato condanna alla reclusione per delitti non colposi contro le persone commessi con violenza, ovvero per furto, rapina, estorsione, sequestro di persona a scopo di rapina o di estorsione;

b) a chi ha riportato condanna a pena restrittiva della libertà personale per violenza o resistenza all’autorità o per delitti contro la personalità dello Stato o contro l’ordine pubblico;

c) a chi ha riportato condanna per diserzione in tempo di guerra, anche se amnistiato, o per porto abusivo di armi.

La licenza può essere ricusata ai condannati per delitto diverso da quelli sopra menzionati e a chi non può provare la sua buona condotta o non dà affidamento di non abusare delle armi».

Da tale quadro normativo, emerge che il legislatore ha individuato i casi in cui l’Autorità amministrativa è titolare di poteri strettamente vincolati (ai sensi dell’art. 11, primo comma e terzo comma, prima parte, e dell’art. 43, primo comma, che impongono il divieto di rilascio di autorizzazioni di polizia ovvero il loro ritiro) e quelli in cui, invece, è titolare di poteri discrezionali (ai sensi dell’art. 11, secondo comma e terzo comma, seconda parte, e dell’art. 39 e 43, secondo comma).

In relazione all’esercizio dei relativi poteri discrezionali, l’art. 39 attribuisce alla Prefettura il potere di vietare la detenzione di armi, munizioni e materie esplodenti a chi chieda il rilascio di una autorizzazione di polizia o ne sia titolare, quando sia riscontrabile una capacità «di abusarne», mentre l’art. 43 consente alla competente autorità – in sede di rilascio o di ritiro dei titoli abilitativi – di valutare non solo tale capacità di abuso, ma anche – in alternativa – l’assenza di una buona condotta, per la commissione di fatti, pure se estranei alla gestione delle armi, munizioni e materie esplodenti, ma che comunque non rendano meritevoli di ottenere o di mantenere la licenza di polizia (non occorrendo al riguardo un giudizio di pericolosità sociale dell’interessato: Cons. Stato, Sez. III, 7 marzo 2016, n. 922; Sez. III, 1° agosto 2014, n. 4121; Sez. III, 12 giugno 2014, n. 2987).

5.2. Nella specie, la Questura di Brescia ha respinto l’istanza di rinnovo della licenza di porto d’armi, richiamando l’esito delle informazioni acquisite dal Comando stazione dei carabinieri di Pralboino di data 23 luglio 2015.

Il Questore, avendo avuto notizia dell’emissione di un decreto penale di condanna per il reato previsto dall’art. 727 c.p., ha chiesto le informazioni al medesimo Comando, che con la nota del 22 marzo 2015 ha rilevato che l’interessato è stato querelato nel 1990 per i reati di ingiurie, minacce e danneggiamento (con remissione della querela in data 26 luglio 1990), nel 2003 per i reati di ingiurie e minacce, ed è stato denunciato nel 2008 per il reato di omessa custodia di arma da fuoco e nel 2009 per truffa e falsità materiale.

Ritiene la Sezione che, in considerazione delle circostanze emerse nel corso del procedimento amministrativo, il provvedimento della Questura impugnato in primo grado non sia affetto dai vizi di eccesso di potere, dedotti dall’appellante.

Al riguardo, ritiene la Sezione – similmente a quanto ritenuto in casi simili, in cui vi è stato il proscioglimento per remissione della querela (Sez. III, 31 maggio 2016, n. 2308) – che è di per sé ragionevole – e comunque insindacabile nella sede della giurisdizione di legittimità – la scelta dell’Amministrazione di non rilasciare una licenza di porto d’armi (o di vietare la detenzione di armi e munizioni) nei confronti di chi abbia formulato minacce (Sez. III, 24 agosto 2016, n. 3687; Sez. III, 10 agosto 2016, n. 3515; Sez. III, 5 luglio 2016, n. 2990; Sez. III, 3 maggio 2016, n. 1727 e n. 1703) e, a maggior ragione, nei confronti di chi, oltre alle minacce, sia stato querelato o denunciato per i reati sopra rilevati (non occorrendo che i fatti valutati dall’Amministrazione abbiano dato luogo a condanne penali o che abbiano una specifica attinenza all’uso delle armi).

5.3. Neppure risulta fondata la censura formulata a pp. 6 ss. dell’atto d’appello, secondo cui sarebbe ravvisabile un profilo di contraddittorietà nella determinazione dell’Amministrazione di non disporre il rinnovo della licenza, in precedenza rilasciato per molti anni.

Come ha già osservato questo Consiglio (v. Sez. III, 10 agosto 2016, n. 3604; Sez. III, 3 agosto 2016, n. 3512), ogni volta che esamina una istanza di rinnovo, il Ministero dell’Interno formula una attuale valutazione degli interessi pubblici e privati coinvolti e tiene conto delle esigenze attuali della salvaguardia dell’ordine pubblico.

In altri termini, le esigenze proprie del momento in cui è stato disposto un rinnovo possono essere diverse da quelle successivamente palesatesi: e se gli organi del Ministero dell’Interno ritengono di valutare con maggior rigore le istanze, si tratta di una valutazione di merito, insindacabile dal giudice amministrativo in sede di giurisdizione di legittimità (Sez. III, 13 ottobre 2016, n. 4242), specie quando sia stata valutata una circostanza in precedenza non emersa in sede amministrativa.

6. Per le ragioni che precedono, l’appello va respinto.

La condanna al pagamento delle spese e degli onorari del secondo grado del giudizio segue la soccombenza. Di essa è fatta liquidazione nel dispositivo.

P.Q.M.

Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale (Sezione Terza) respinge l’appello n. 6170 del 2016.

Condanna l’appellante al pagamento di euro 1.500 (millecinquecento), per spese ed onorari del secondo grado del giudizio.

Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall’autorità amministrativa.

Così deciso in Roma, presso la sede del Consiglio di Stato, Palazzo Spada, nella camera di consiglio del giorno 13 ottobre 2016 […]

 

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