Porto d’armi

E’ di per sé ragionevole la valutazione dell’Amministrazione di considerare inaffidabile il richiedente di una licenza di porto d’armi quando questi abbia commesso una condotta di resistenza ex art. 337 c.p. ovvero di violazione della legge n. 110 del 1975, pur se non vi è stata una sentenza di condanna in sede penale.

La Questura ben può considerare irrilevante il tempo trascorso dalla commissione del fatto. Infatti in sede di emanazione dei provvedimenti disciplinati dal testo unico di pubblica sicurezza, in mancanza di una espressa norma ostativa, gli organi del Ministero dell’Interno possono attribuire rilevanza alle complessive risultanze del procedimento pure se i fatti non risultino recenti ed anche se in sede penale vi è stato il proscioglimento per prescrizione.

 

Dagli articoli 11, 39 e 43 del testo unico n. 773 del 1931 emerge che il legislatore ha individuato i casi in cui l’Autorità amministrativa è titolare di poteri strettamente vincolati (ai sensi dell’art. 11, primo comma e terzo comma, prima parte, e dell’art. 43, primo comma, che impongono il divieto di rilascio di autorizzazioni di polizia ovvero il loro ritiro) e quelli in cui, invece, è titolare di poteri discrezionali (ai sensi dell’art. 11, secondo comma e terzo comma, seconda parte, e dell’art. 39 e 43, secondo comma). In relazione all’esercizio dei relativi poteri discrezionali l’art. 39 attribuisce alla Prefettura il potere di vietare la detenzione di armi, munizioni e materie esplodenti a chi chieda il rilascio di una autorizzazione di polizia o ne sia titolare, quando sia riscontrabile una capacità «di abusarne», mentre l’art. 43 consente alla competente autorità – in sede di rilascio o di ritiro dei titoli abilitativi – di valutare non solo tale capacità di abuso, ma anche – in alternativa – l’assenza di una buona condotta, per la commissione di fatti, pure se estranei alla gestione delle armi, munizioni e materie esplodenti, ma che comunque non rendano meritevoli di ottenere o di mantenere la licenza di polizia (non occorrendo al riguardo un giudizio di pericolosità sociale dell’interessato.

Tali principi risultano applicabili non solo quando si tratti di provvedimenti che vietano l’uso di armi o munizioni (ai sensi dell’art. 39), ovvero respingono istanze di rilascio di licenze o di rinnovo di licenze già emesse, ma anche quando l’interessato – dopo essere stato destinatario di uno di questi provvedimenti – ne chieda il riesame. In tali casi, l’Amministrazione – quando provvede sulla istanza e la legge consente di esercitare poteri discrezionali – deve verificare se le eventuali sopravvenienze siano tali da far mutare la valutazione negativa già espressa, con l’atto divenuto inoppugnabile.

 

Consiglio di Stato sentenza n. 3875 14 settembre 2016

[…]

FATTO e DIRITTO

1. Con atto del 21 settembre 2015, la Questura di Brescia ha respinto l’istanza dell’appellante (di data 8 giugno 2015), volta al riesame di un precedente provvedimento (emesso in data 19 dicembre 2011), che aveva respinto una sua precedente istanza di rinnovo di una licenza di porto d’armi per uso caccia.

2. Col ricorso di primo grado n. 2262 del 2015 (proposto al TAR per la Lombardia, Sezione di Brescia), l’interessato ha impugnato il provvedimento del 21 settembre 2015, chiedendone l’annullamento per violazione di legge ed eccesso di potere.

3. Il TAR, con la sentenza n. 1645 del 2015, ha respinto il ricorso ed ha compensato tra le parti le spese del giudizio.

4. Con l’appello in esame, l’interessato ha impugnato la sentenza del TAR ed ha chiesto che, in sua riforma, il ricorso di primo grado sia accolto.

La Questura di Brescia si è costituita in giudizio ed ha chiesto che l’appello sia respinto.

Alla camera di consiglio del 30 agosto 2016, la causa è stata trattenuta per la decisione, previa comunicazione alle parti che il giudizio sarebbe stato definito con sentenza ai sensi dell’art. 60 del c.p.a.

5. Con il proprio gravame, l’appellante ha dettagliatamente ricostruito le vicende che hanno condotto al secondo grado del giudizio ed ha riproposto le censure respinte dal TAR.

Egli:

– ha rilevato che il precedente provvedimento sfavorevole del 19 dicembre 2011 si era basato su un divieto di accesso ai luoghi ove hanno luogo manifestazioni sportive (di data 7 luglio 2007) e su un procedimento penale, pendente presso la procura della Repubblica di Modena, per i reati di cui agli articoli 337 e 339 del codice penale e all’art. 4, secondo comma, della legge n. 110 del 1975;

– ha dedotto di aver chiesto il riesame, «alla luce del lasso di tempo trascorso dai fatti contestati (oltre otto anni), nonché della dichiarazione di estinzione del reato contestato per avvenuta prescrizione»;

– ha lamentato che, nel respinge l’istanza di riesame, la Questura di Brescia avrebbe posto in essere vari profili di eccesso di potere (per illogicità manifesta, difetto di istruttoria inadeguata motivazione), poiché avrebbe dovuto tener conto del tempo trascorso e del «reale andamento dei fatti»;

– ha dedotto la violazione dell’art. 3 della legge n. 241 del 1990 e altri profili di eccesso di potere, poiché l’atto del Questore ha richiamato un ‘giudizio negativo’ del Comando dei Carabinieri, senza riportarne il contenuto.

6. Così sintetizzate le articolate censure dell’appellante, ritiene la Sezione che esse siano infondate e vadano respinte.

6.1. Per comodità di lettura, va riportato il contenuto degli articoli 11, 39 e 43 del testo unico n. 773 del 1931.

L’art. 11 dispone che «Salve le condizioni particolari stabilite dalla legge nei singoli casi, le autorizzazioni di polizia debbono essere negate:

1) a chi ha riportato una condanna a pena restrittiva della libertà personale superiore a tre anni per delitto non colposo e non ha ottenuto la riabilitazione;

2) a chi è sottoposto all’ammonizione o a misura di sicurezza personale o è stato dichiarato delinquente abituale, professionale o per tendenza.

Le autorizzazioni di polizia possono essere negate a chi ha riportato condanna per delitti contro la personalità dello Stato o contro l’ordine pubblico, ovvero per delitti contro le persone commessi con violenza, o per furto, rapina, estorsione, sequestro di persona a scopo di rapina o di estorsione, o per violenza o resistenza all’autorità, e a chi non può provare la sua buona condotta.

Le autorizzazioni devono essere revocate quando nella persona autorizzata vengono a mancare, in tutto o in parte, le condizioni alle quali sono subordinate, e possono essere revocate quando sopraggiungono o vengono a risultare circostanze che avrebbero imposto o consentito il diniego della autorizzazione».

L’art. 39 dispone che «Il Prefetto ha facoltà di vietare la detenzione delle armi, munizioni e materie esplodenti, denunciate ai termini dell’articolo precedente, alle persone ritenute capaci di abusarne».

L’art. 43 dispone che «oltre a quanto è stabilito dall’art. 11 non può essere conceduta la licenza di portare armi:

a) a chi ha riportato condanna alla reclusione per delitti non colposi contro le persone commessi con violenza, ovvero per furto, rapina, estorsione, sequestro di persona a scopo di rapina o di estorsione;

b) a chi ha riportato condanna a pena restrittiva della libertà personale per violenza o resistenza all’autorità o per delitti contro la personalità dello Stato o contro l’ordine pubblico;

c) a chi ha riportato condanna per diserzione in tempo di guerra, anche se amnistiato, o per porto abusivo di armi.

La licenza può essere ricusata ai condannati per delitto diverso da quelli sopra menzionati e a chi non può provare la sua buona condotta o non dà affidamento di non abusare delle armi».

6.2. Per la pacifica giurisprudenza della Sezione (per tutte, Sez. III, 10 agosto 2016, n. 3612; Sez. III, 7 luglio 2016, n. 3010), da tale quadro normativo, emerge che il legislatore ha individuato i casi in cui l’Autorità amministrativa è titolare di poteri strettamente vincolati (ai sensi dell’art. 11, primo comma e terzo comma, prima parte, e dell’art. 43, primo comma, che impongono il divieto di rilascio di autorizzazioni di polizia ovvero il loro ritiro) e quelli in cui, invece, è titolare di poteri discrezionali (ai sensi dell’art. 11, secondo comma e terzo comma, seconda parte, e dell’art.39 e 43, secondo comma).

In relazione all’esercizio dei relativi poteri discrezionali, l’art. 39 attribuisce alla Prefettura il potere di vietare la detenzione di armi, munizioni e materie esplodenti a chi chieda il rilascio di una autorizzazione di polizia o ne sia titolare, quando sia riscontrabile una capacità «di abusarne», mentre l’art. 43 consente alla competente autorità – in sede di rilascio o di ritiro dei titoli abilitativi – di valutare non solo tale capacità di abuso, ma anche – in alternativa – l’assenza di una buona condotta, per la commissione di fatti, pure se estranei alla gestione delle armi, munizioni e materie esplodenti, ma che comunque non rendano meritevoli di ottenere o di mantenere la licenza di polizia (non occorrendo al riguardo un giudizio di pericolosità sociale dell’interessato: Cons. Stato, Sez. III, 25 agosto 2016, n. 3693; Sez. III, 24 agosto 2016, n. 3687; Sez. III, 7 luglio 2016, n. 3010; Sez. III, 1° agosto 2014, n. 4121; Sez. III, 12 giugno 2014, n. 2987).

6.3. Tali principi risultano applicabili non solo quando si tratti di provvedimenti che vietano l’uso di armi o munizioni (ai sensi dell’art. 39), ovvero respingono istanze di rilascio di licenze o di rinnovo di licenze già emesse, ma anche quando l’interessato – dopo essere stato destinatario di uno di questi provvedimenti – ne chieda il riesame.

In tali casi, l’Amministrazione – quando provvede sulla istanza e la legge consente di esercitare poteri discrezionali – deve verificare se le eventuali sopravvenienze siano tali da far mutare la valutazione negativa già espressa, con l’atto divenuto inoppugnabile.

6.4. Nella specie, ritiene la Sezione che il provvedimento impugnato in primo grado non sia affetto dai vizi dedotti dall’appellante.

E’ di per sé ragionevole la valutazione dell’Amministrazione di considerare inaffidabile il richiedente di una licenza di porto d’armi, quando questi abbia commesso una condotta di resistenza ex art. 337 c.p. (cfr. Sez. III, 7 luglio 2016, n. 3010) ovvero di violazione della legge n. 110 del 1975 (cfr. Sez. III 18 maggio 2016, n. 2020), pur se non vi è stata una sentenza di condanna in sede penale.

Contrariamente a quanto ha dedotto l’appellante, l’atto impugnato in primo grado non è affetto dai dedotti profili di eccesso di potere (per illogicità manifesta, difetto di istruttoria inadeguata motivazione), poiché la Questura – come ha correttamente rilevato la sentenza impugnata – ha ben potuto considerare irrilevante il tempo trascorso.

Sul punto, va richiamata la giurisprudenza di questo Consiglio (per tutte, Sez. III, 5 luglio 2016, n. 2980; Sez. III, 18 maggio 2016, n. 2020), per la quale, in sede di emanazione dei provvedimenti disciplinati dal testo unico di pubblica sicurezza, in mancanza di una espressa norma ostativa, gli organi del Ministero dell’Interno possono attribuire rilevanza alle complessive risultanze del procedimento, anche se i fatti non risultino recenti (e anche se in sede penale vi è stato il proscioglimento per prescrizione: Sez. III, 10 agosto 2016, n. 3612 e n. 3607; Sez. III, 31 maggio 2016, n. 2311).

Neppure vi è stata la sottovalutazione del «reale andamento dei fatti», poiché la Questura ha tenuto conto delle risultanze acquisite e non risultano (e non sono stati dedotti) altri elementi favorevoli al ricorrente, che obiettivamente abbiano smentito l’accusa a suo tempo proposta in sede penale.

6.5. Vanno altresì respinte le censure riguardanti l’inadeguata valutazione e la mancata possibilità di conoscere il contenuto della relazione del Comando dei Carabinieri.

Infatti, il provvedimento impugnato in primo grado si è basato su una specifica e chiara motivazione, mediante la quale la Questura ha evidenziato le ragioni poste a base del rigetto dell’istanza dell’interessato, consentendo anche la sua più ampia difesa.

7. Per le ragioni che precedono, l’appello va respinto.

La condanna al pagamento delle spese e degli onorari del secondo grado del giudizio segue la soccombenza. Di essa è fatta liquidazione nel dispositivo.

P.Q.M.

Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale (Sezione Terza) respinge l’appello n. 5018 del 2016.

Condanna l’appellante al pagamento di euro 2.000 (duemila) in favore della Amministrazione appellata, per spese ed onorari del secondo grado del giudizio.

Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall’autorità amministrativa.

Così deciso in Roma, presso la sede del Consiglio di Stato, Palazzo Spada, nella camera di consiglio del giorno 30 agosto 2016 […]

 

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