Pregiudiziale amministrativa, autonomia azione risarcitoria, comportamento del ricorrente

Sentenza Tar Lazio Roma n. 11082 del 4 novembre 2014

Ammessa l’autonomia dell’azione risarcitoria, questa, però, non può essere svincolata dallo scrutinio del comportamento assunto dal ricorrente nei termini di cui all’art. 1227 c.c. in grado, sulla base del condiviso canone : “più probabilmente che non”, di vanificare, sino ad escludere, le conseguenze dannose del provvedimento non censurato dal ricorrente.

Sul punto è intervenuto il recente insegnamento della Plenaria che ha riconosciuto il carattere ricognitivo dell’art. 30 cpa, così che il riferito rimedio era già ricavabile dal quadro normativo previgente, proprio perché non sono oggetto di risarcimento tutti quei danni evitabili attraverso l’adozione di tutti gli strumenti di tutela previsti dall’ordinamento.

In altri termini, al danneggiato incombono, non solo oneri negativi ( non aggravare il danno), ma anche positivi ( evitare o ridurre il danno) nei limiti rappresentati dall’apprezzabile sacrificio.

Al riguardo la Plenaria ha ritenuto, modificando un tramandato insegnamento, che anche l’azione giudiziaria e, nel caso di specie, la domanda di annullamento dell’atto costituisca comportamento esigibile in capo al destinatario del provvedimento lesivo, se tale misura era astrattamente idonea, in termini probabilistici, ad evitare totalmente, ovvero in parte, il danno ( Cons,. St. A.P. 23 marzo 2011, n.3).

Tale orientamento ha consentito, pertanto, di superare i riferiti contrasti ermeneutici tra le due giurisdizioni attraverso una soluzione mediata delle rispettive posizioni.

 

Sentenza Tar Lazio Roma n. 11082 del 4 novembre 2014

[…]

FATTO e DIRITTO

Il ricorrente, avvocato dello Stato, in data 7 gennaio 1985 veniva, a domanda, collocato in quiescenza con il trattamento economico conseguente alla terza classe stipendiale.

Nel gennaio 1991 entrava in vigore la Legge n. 3 che prevedeva la riduzione, per gli avvocati dello Stato in servizio, del periodo necessario ad acquisire la successiva classe stipendiale e, in via transitoria, dimezzava i tempi necessari per il passaggio dalla prima alla seconda e dalla seconda alla terza classe stipendiale.

A domanda il ricorrente chiedeva di rientrare in servizio.

L’istanza veniva accolta con il DPR del 20 giugno 1992 ed il ricorrente veniva inquadrato nella terza classe stipendiale.

Il predetto, però, avanzava istanza all’Avvocatura affinchè gli fosse attribuita la quarta classe stipendiale, atteso che la stessa era conseguibile al raggiungimento di dodici anni di servizio ed il richiedente ne aveva maturati oltre quindici.

Tale istanza veniva respinta dall’Avvocato Generale.

Avverso tale determinazione insorgeva il ricorrente con ricorso giurisdizionale.

Il ricorso veniva respinto, per intempestività dell’azione, con la sentenza del TAR Lazio n. 15296/2004.

Con il presente e successivo ricorso il ricorrente ha chiesto, per la medesima evenienza, e nonostante l’intervenuto giudicato, disporsi il risarcimento del danno conseguente al mancato inquadramento nella richiesta classe stipendiale, atteso che la giurisprudenza, in particolare quella della Corte di Cassazione ( Cass. N. 13659/2006), ha ritenuto sussistere il danno a prescindere dalla impugnazione del provvedimento amministrativo presupposto e, come tale, causa del nocumento patrimoniale.

Il ricorso è infondato.

La questione si colloca temporalmente nel momento di maggiore frizione tra la tesi prospettata dal giudice di legittimità e quella adottata dal Consiglio di Stato sulla così detta pregiudiziale amministrativa.

I termini della vicenda sono noti tanto da evitare al Collegio una loro puntuale ricognizione.

Gli attuali insegnamenti giurisprudenziali ( cfr. : Cons. St. A.P. n. 3/2011), in uno con la introduzione della conseguente disciplina normativa di cui al D.lvo 2 luglio 2010, n. 104, hanno ricomposto il contrasto anche con riferimento alle questioni sorte anche in epoca anteriore alla introduzione dell’attuale assetto normativo, atteso che la riferita soluzione giuridica rappresenta una mera ricognizione di principi ricavabili anche nel previgente sistema ordinamentale.

In altre parole, ammessa l’autonomia dell’azione risarcitoria, questa, però, non può essere svincolata dallo scrutinio del comportamento assunto dal ricorrente nei termini di cui all’art. 1227 c.c. in grado, sulla base del condiviso canone : “più probabilmente che non”, di vanificare, sino ad escludere, le conseguenze dannose del provvedimento non censurato dal ricorrente.

Sul punto è intervenuto il recente insegnamento della Plenaria che ha riconosciuto il carattere ricognitivo dell’art. 30 cpa, così che il riferito rimedio era già ricavabile dal quadro normativo previgente, proprio perché non sono oggetto di risarcimento tutti quei danni evitabili attraverso l’adozione di tutti gli strumenti di tutela previsti dall’ordinamento.

In altri termini, al danneggiato incombono, non solo oneri negativi ( non aggravare il danno), ma anche positivi ( evitare o ridurre il danno) nei limiti rappresentati dall’apprezzabile sacrificio.

Al riguardo la Plenaria ha ritenuto, modificando un tramandato insegnamento, che anche l’azione giudiziaria e, nel caso di specie, la domanda di annullamento dell’atto costituisca comportamento esigibile in capo al destinatario del provvedimento lesivo, se tale misura era astrattamente idonea, in termini probabilistici, ad evitare totalmente, ovvero in parte, il danno ( Cons,. St. A.P. 23 marzo 2011, n.3).

Tale orientamento ha consentito, pertanto, di superare i riferiti contrasti ermeneutici tra le due giurisdizioni attraverso una soluzione mediata delle rispettive posizioni.

Nel caso di specie, pertanto, l’eventuale annullamento del diniego all’inquadramento stipendiale richiesto, avrebbe evitato il pregiudizio lamentato.

Nella presente vicenda si deve dar conto del fatto che il ricorrente ha proposto il ricorso giurisdizionale avverso il citato provvedimento di diniego oltre i termini decadenziali previsti.

Ove il ricorrente avesse impugnato tempestivamente avrebbe potuto ottenere l’annullamento dell’atto, evitando il determinarsi dell’effetto dannoso.

Diversamente argomentando, l’attuale azione risarcitoria si risolverebbe in uno strumento volto, attraverso una incidentale pronuncia sulla legittimità del riferito provvedimento, a sovvertire una questione definitivamente accertata.

Per tali motivi il ricorso deve essere respinto.

Nulla per le spese attesa la mancata Costituzione della difesa erariale.

 

P.Q.M.

Il Tribunale Amministrativo Regionale per il Lazio (Sezione Prima)

definitivamente pronunciando sul ricorso, come in epigrafe proposto, lo respinge.

Nulla per le spese.

Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall’autorità amministrativa.

Così deciso in Roma nella camera di consiglio del giorno 1 luglio 2014[…]

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