Principio di concentrazione delle tutele e domande soggette a riti diversi

Consiglio di Stato sentenza n. 3974 21 agosto 2015

Il principio di concentrazione delle tutele non risulta violato nel caso di azioni proposte congiuntamente ma soggette a riti diversi (come l’ottemperanza e l’annullamento), poiché l’art. 32 del cpa, nel disporre l’applicazione del rito ordinario, fa salvo che si tratti di riti speciali (tra cui l’ottemperanza), regolati dal titolo V del libro IV del codice.

 

Consiglio di Stato sentenza n. 3974 21 agosto 2015

[…]

DIRITTO

1.- In merito la Sezione, preliminarmente, ritiene di evidenziare come la ricostruzione in fatto, come sopra riportata e risultante da quella operata dal giudice di prime cure, non sia stata contestata dalle parti costituite per cui, vigendo la preclusione di cui all’art. 64 comma 2 del codice del processo amministrativo, deve considerarsi idonea alla prova dei fatti oggetto di giudizio.

2- L’appello è infondato.

2.1.- Il primo ordine di censure avversa la sentenza deducendo la nullità della sentenza, sotto due profili.

a) Il primo si incentra sulla sostenuta violazione dell’art. 112 del c.p.c., in relazione all’art. 156 c.p.c. ed al principio della concentrazione delle tutele. Argomenta l’appellante che il fatto che sia stata decisa con sentenza una sola delle due azioni dedotte nell’unica causa proposta, senza nulla addurre sulla mancata co-decisione dell’altra, integra la nullità assoluta della sentenza espressamente prevista dall’art. 156 e nella specie avallata dalla mancanza dei requisiti formali indispensabili al raggiungimento dello scopo.

Le doglianze sono del tutto prive di fondamento. Va anzitutto precisato che l’azione proposta in primo grado era primariamente tesa ad affermare la violazione del giudicato e, solo in caso affermativo, “la conseguente declaratoria” della nullità del provvedimento (derivante dall’art. 21-septies della legge n. 241/1990) rispetto al medesimo. Pertanto una volta pronunziatosi disconoscendo la violazione del giudicato, il T.A.R. non aveva alcun onere di pronunciarsi sull’altra domanda, la cui infondatezza costituiva infatti conseguenza automatica del rigetto della prima. La stessa automaticità rivela che in realtà il giudice si sia espresso su entrambe le domande, restando esclusi sia l’obbligo di motivare la separatezza tra le due versioni, sia che questa integri un caso di omessa pronunzia (e relativa nullità) o una preclusione della possibilità (ex art. 32 CPA) di proporre più azioni o domande col medesimo ricorso. In un’ottica più generale va poi rammentato il principio che chiede peraltro la redazione della decisione in forma sintetica (art.3, c.2, del CPA) e, pertanto, senza dilungarsi su profili irrilevanti o chiaramente impliciti e già ricompresi in quanto già trattato o pronunziato.

b)- Il secondo profilo muove dalla illustrazione (punto 1.2. del ricorso) dei principi del giusto processo innanzi ad un giudice imparziale, soffermandosi nuovamente sul frazionamento del medesimo ricorso in tanti giudizi quante sono state le domande o azioni proposte, che costituirebbe “grave violazione del diritto del cittadino “di questo sventurato Paese al giusto processo”. Prescindendo dal commento “extragiuridico” sulle sorti del Paese (che la Sezione considera “tamquam non esset”), va osservato che proprio in osservanza del dovere di pronunziarsi su tutte le domande e come già rilevato trattando dell’appello n. 2703 del 2014, sulla sentenza n.33/2014 (parimenti oggi in decisione), il T.A.R. si è in realtà validamente espresso su entrambe le domande pur decidendole con due distinte sentenze (una, la n.33, per le questioni di ottemperanza e l’altra oggi in esame sull’azione di annullamento); ed invero l’invocato principio di concentrazione non risulta violato nel caso di azioni proposte congiuntamente ma soggette a riti diversi (come l’ottemperanza e l’annullamento), poiché l’art. 32 del cpa, nel disporre dispone l’applicazione del rito ordinario, fa salvo che si tratti di riti speciali (tra cui l’ottemperanza), regolati dal titolo V del libro IV del codice.

2.2.- Né la sentenza viola il dovere di motivazione (ex artt. 111 Cost. e 3 cpa) che emergerebbe ove il giudice di prime cure, come si sostiene, si sarebbe limitato a riproporre pedissequamente la motivazione adottata dalla sovrintendenza nel secondo parere negativo reso sull’istanza di intervento edilizio, senza illustrare le ragioni per le quali il medesimo era da ritenersi sufficientemente motivato.

Sul punto (che accede al merito sostanziale della controversia in questa sede) la censura omette di considerare che il T.A.R. si è espresso come segue: “tale Autorità (La Sovrintendenza, n.d.r.), nel ritenere che l’intervento altererebbe profondamente le caratteristiche dell’edificio storico vincolato dal D.M. 13.6.1977, ha rilevato che la soluzione proposta dal ricorrente non consentirebbe la conservazione delle originarie impostazioni plani – volumetriche e delle caratteristiche architettonico – formali, che sono testimonianza dei valori culturali insiti nella storia dell’architettura del territorio carnico e sono meritevoli, pertanto, di tutela. Il parere negativo è pertanto fondato in larga parte su considerazioni di merito non illogiche, e pertanto in sé incensurabili, e su dati di fatto e normativi correttamente interpretati e in buona parte insussistenti al tempo in cui questo T.A.R. ha annullato il precedente parere sul progetto del ricorrente sullo stesso edificio”. Pertanto, ad avviso della Sezione, la sentenza non può ragionevolmente essere considerata inficiata dal vizio di difetto di motivazione, sicché l’aver aderito alla sostanza giuridica delle ragioni individuate dall’amministrazione è dunque ben lungi dal costituire una motivazione pedissequa, in violazione degli invocati precetti.

2.3.- Parimenti infondata è la doglianza che afferma l’erroneità della sentenza per aver ritenuto legittimo un parere emesso per ragioni identiche a quelle in precedenza ritenute insufficienti a sostenere il diniego. Si tratta di osservazioni che non rispondono alla realtà processuale in controversia, in quanto la sostenuta identità motivazionale non sussiste. Infatti, il primo parere, ritenuto privo di motivazione, non precisava le ragioni giuridiche per le quali l’intervento non risultava assentibile e ciò, in compresenza dei vizi procedimentali in quella sede riconosciuti dal T.A.R., ha correttamente condotto all’accoglimento del primo ricorso.

2.4.- La decisione viene poi criticata (punto 2.1b), per travisamento, avendo ritenuto e posto a suo fondamento la sopravvenienza di elementi (il mancato inizio dei lavori inizialmente autorizzati ed il sopraggiungere del nuovo codice dei beni culturali), i quali invece preesistevano e non potevano essere sconosciuti dal giudice. La censura, che si spinge sino ad ipotizzare una responsabilità del giudice ex lege n.117/1988, è infondata. La sentenza non ha affatto disconosciuto detti elementi, tant’è che ne ha fatto piena applicazione al fine di supportare la legittimità della motivazione resa dal provvedimento (già sufficientemente incentrata sul discostarsi dell’intervento proposto rispetto alla tipologia del restauro conservativo) e quindi di respingere il ricorso.

2.5.- Aggiunge il ricorrente che la Sovrintendenza non ha mai spiegato perché abbia ritenuto meno impattante il progetto alberghiero rispetto a quello abitativo. Si tratta tuttavia di una censura irrilevante poiché sia il diniego di nulla-osta che la sentenza gravata riposano sufficientemente sul diverso concetto di inidoneità del progetto esaminato a rappresentare un restauro conservativo, al di là della cennata distinzione d’uso.

2.6.- Altrettanto priva di fondamento è la doglianza che muove dal richiamo al dovere di terzietà del giudice di primo grado, correlato al fatto che il medesimo si è pronunziato sia nel merito della domanda di annullamento che dell’ottemperanza. In alcuna fase di detto procedimento è stata infatti minimamente dimostrata la violazione dei principi in materia e di cui all’invocata pronunzia dell’Adunanza plenaria n. 4/2014 di questo Consiglio.

2.7.- La sentenza viene censurata anche in punto spese, per aver fatto applicazione del principio di soccombenza di cui all’art. 91 c.p.c., norma tacciata di incostituzionalità in ragione del fatto che parte dei proventi vengano poi attribuiti a funzionari pubblici. Si tratta di una questione manifestamente infondata, poiché la condanna prevista dal codice di rito si basa sul criterio oggettivo della soccombenza nella lite, prescindendo dalla natura della parte soccombente e dal modo in cui essa distribuisca poi secondo regole interne le somme introitate, tematica questa peraltro del tutto estranea alla presente controversia.

3.- L’appello ripropone infine i motivi di primo grado e l’azione risarcitoria in quella sede formulata, entrambi tuttavia inidonei a sovvertire le ragioni sostanziali che sostengono la sentenza gravata. In particolare si è già detto dell’insussistenza del difetto di motivazione del provvedimento della Sovrintendenza e per quanto concerne la domanda risarcitoria essa è comunque da respingere, non essendo supportata da alcun profilo di antigiuridicità reperibile in atti o comportamenti dell’amministrazione.

4.- Le questioni testé vagliate esauriscono la vicenda sottoposta alla Sezione, essendo stati toccati tutti gli aspetti rilevanti a norma dell’art. 112 c.p.c., in aderenza al principio sostanziale di corrispondenza tra il chiesto e pronunciato (come chiarito dalla giurisprudenza costante, ex plurimis, per le affermazioni più risalenti, Cassazione civile, sez. II, 22 marzo 1995 n. 3260 e, per quelle più recenti, Cassazione civile, sez. V, 16 maggio 2012 n. 7663). Gli argomenti di doglianza non espressamente esaminati sono stati dal Collegio ritenuti non rilevanti ai fini della decisione e comunque inidonei a supportare una conclusione di tipo diverso.

5.- Conclusivamente l’appello deve essere respinto.

6.- Nulla per le spese non essendosi costituite le controparti.

P.Q.M.

Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale (sezione IV), definitivamente pronunziando in merito al ricorso in epigrafe, respinge l’appello.

Nulla per le spese.

Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall’autorità amministrativa.

Così deciso in Roma nella camera di consiglio del giorno 24 marzo 2015 […]

Precedente Violazione riserva posti donne in commissione: valide le operazioni concorsuali Successivo Atti di ritiro accertamenti costitutivi errati, va valutato affidamento del privato