Programma protezione collaboratori giustizia

Programma protezione collaboratori giustizia: quando è legittima la revoca?

Qualora il soggetto interessato non abbia rispettato gli impegni che, a norma dell’art. 12 del d.l. n. 8/1991, convertito in legge n. 82/1991, ha assunto all’atto della sottoscrizione dello speciale programma di protezione, la commissione può disporne la modifica o la revoca allorché ritenga che, per effetto delle inosservanze, del compimento di fatti costituenti reato o per altra ragione comunque connessa alla condotta di vita del soggetto interessato, non sia più possibile assicurare misure di protezione ovvero queste siano superflue perché le condotte tenute sono di per sé indicative del reinserimento del soggetto nel circuito criminale ovvero del mutamento o della cessazione della situazione di pericolo conseguente alla collaborazione.

 

La revoca delle speciali misure di protezione previste per i collaboratori di giustizia e i testimoni è disciplinata all’ art. 13 quater del d.l. n. 8/1991, convertito in legge n. 82/1991 che, al primo comma, così recita:

“Le speciali misure di protezione sono a termine e, anche se di tipo urgente o provvisorio a norma dell’articolo 13, comma 1, possono essere revocate o modificate in relazione all’attualità del pericolo, alla sua gravità e alla idoneità delle misure adottate, nonché in relazione alla condotta delle persone interessate e alla osservanza degli impegni assunti a norma di legge.”

Il primo comma della disposizione suddetta, quindi, scolpisce il principio generale che presiede all’applicazione di dette misure protettive (criterio della temporaneità e della periodica rinnovazione del giudizio) ed individua i parametri valutativi del giudizio di eventuale permanenza/revoca delle medesime (pericolo alla incolumità, condotta del destinatario della misura).

Il secondo comma distingue, più in particolare:

a) le fattispecie di revoca obbligatoria (inosservanza degli impegni assunti a norma dell’articolo 12, comma 2, lettere b) ed e) nonché commissione di delitti indicativi del reinserimento del soggetto nel circuito criminale);

b) le fattispecie di revoca facoltativa (inosservanza degli altri impegni assunti a norma dell’articolo 12, commissione di reati indicativi del mutamento o della cessazione del pericolo conseguente alla collaborazione, rinuncia espressa alle misure, rifiuto di accettare l’offerta di adeguate opportunità di lavoro o di impresa, ritorno non autorizzato nei luoghi dai quali si è stati trasferiti, nonché ogni azione che comporti la rivelazione o la divulgazione dell’identità assunta, del luogo di residenza e delle altre misure applicate), tali da richiedere una particolare valutazione da parte dell’amministrazione in considerazione del tempo trascorso dall’inizio della collaborazione oltre che della fase e del grado in cui si trovano i procedimenti penali nei quali le dichiarazioni sono state rese e delle situazioni di pericolo di cui al comma 6 dell’articolo 9.

Il procedimento di revoca è, poi, regolato dal d.m. 23 aprile 2004, n. 161, dettante il Regolamento ministeriale attuativo delle disposizioni di legge sulle speciali misure di protezione previste per i collaboratori di giustizia e i testimoni, che, all’art. 11, così dispone:

“Il Prefetto e il Servizio centrale di protezione informano la Commissione centrale, l’Autorità proponente e il Procuratore nazionale antimafia e antiterrorismo o il Procuratore generale presso la Corte d’appello interessato di ogni comportamento o circostanza che possono integrare i presupposti per la revoca delle misure speciali di protezione” (art. 11, comma 2);

“La Commissione centrale, una volta ricevuta dal Servizio centrale di protezione o dal Prefetto la nota informativa di cui al comma 2, chiede all’Autorità proponente, al Procuratore nazionale antimafia e antiterrorismo o al Procuratore generale presso la Corte d’appello interessato di esprimere un parere in ordine alla modifica o alla revoca delle speciali misure di protezione, in conseguenza dei fatti segnalati. Qualora le predette Autorità non abbiano emesso il parere entro trenta giorni dalla richiesta della Commissione centrale, quest’ultima decide nel merito, ove non ritenga di prorogare ulteriormente il termine.” (art. 11, comma 3).

 

…Venendo al profilo sostanziale, la revoca della programma di protezione disposto con il gravato provvedimento si fonda sulle seguenti valutazioni:

a) il programma speciale di protezione è scaduto il 4 novembre 2011, conseguentemente, la commissione ha proceduto alle verifiche previste dall’art. 13 quater, comma 3, alla scadenza del termine, al fine di valutare la necessità di modifica o revoca del programma stesso;

b) nelle nota dell’8 ottobre 2012 il Servizio Centrale di Protezione ha comunicato che in data 17 agosto 2012 il collaboratore è stato controllato da personale di Polizia a bordo di un’autovettura proveniente dalla Slovenia, in compagnia dell’ex convivente già estromessa dal programma, e di altre due persone, una delle quali destinataria di divieto di espatrio; il -OMISSIS- ha quindi rifiutato il trasferimento disposto per motivi di sicurezza;

c) già con note del 4 aprile, 7 giugno e 10 ottobre 2011, erano state rappresentate precedenti analoghe violazioni, tra le quali: il rifiuto più volte opposto al trasferimento in altra località protetta per motivi di sicurezza; il disvelamento del proprio status; il rientro non autorizzato in località di origine;

d) con la nota dell’8 febbraio 2013 il Servizio Centrale ha trasmesso la dichiarazione del ricorrente che ha ribadito il rifiuto al proprio trasferimento;

e) sulla base degli elementi acquisiti è stata infine reputata adeguata, nei confronti del collaboratore, l’adozione delle misure ordinarie di tutela.…

Vedi anche:

Testimoni di giustizia, non dovute spese trasloco per successivo trasferimento non effettuato per motivi di sicurezza

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Tar Lazio sentenza n. 11883 28 novembre 2016

[…]

per l’annullamento

della delibera della Commissione Centrale ex art. 10 legge 15 marzo 1991, n. 82 – Ministero dell’Interno – con la quale veniva revocato il programma di protezione al collaboratore di giustizia sig. -OMISSIS-;

di ogni altro atto presupposto, connesso e consequenziale;

[…]

FATTO

1. Con ricorso notificato in data 13 giugno 2013 e depositato il successivo 25 giugno, il sig. -OMISSIS- ha adito questo Tribunale per ottenere l’annullamento della delibera della Commissione Centrale ex art. 10, l. n. 82/1991 del 6 marzo 2013, con la quale gli è stato revocato il programma di protezione quale collaboratore di giustizia, di cui è stato titolare sin dal 2009 per la collaborazione resa in seno a diversi processi di camorra.

2. Il ricorso è affidato ai seguenti motivi di diritto:

I. Violazione degli artt. 7 ss., l. n. 241/90. Violazione del giusto procedimento. Violazione dell’art. 97 Cost.. Eccesso di potere, in quanto non è stato mai lui comunicato l’avvio del procedimento.

II. Violazione dell’art. 13 quater, comma 2, l. n. 82/1991. Eccesso di potere.

3. Si è costituita in giudizio l’amministrazione dell’Interno con memoria di mera forma.

4. All’esito della camera di consiglio del 18 settembre 2013, il collegio, con ordinanza n. 3594/2013, ha respinto la domanda cautelare proposta.

5. Alla pubblica udienza del 7 novembre 2016 la causa è passata in decisione.

DIRITTO

1. Il ricorso è infondato nel merito.

La revoca delle speciali misure di protezione previste per i collaboratori di giustizia e i testimoni è disciplinata all’ art. 13 quater del d.l. n. 8/1991, convertito in legge n. 82/1991che, al primo comma, così recita:

“Le speciali misure di protezione sono a termine e, anche se di tipo urgente o provvisorio a norma dell’articolo 13, comma 1, possono essere revocate o modificate in relazione all’attualità del pericolo, alla sua gravità e alla idoneità delle misure adottate, nonché in relazione alla condotta delle persone interessate e alla osservanza degli impegni assunti a norma di legge.”

Il primo comma della disposizione suddetta, quindi, scolpisce il principio generale che presiede all’applicazione di dette misure protettive (criterio della temporaneità e della periodica rinnovazione del giudizio) ed individua i parametri valutativi del giudizio di eventuale permanenza/revoca delle medesime (pericolo alla incolumità, condotta del destinatario della misura).

Il secondo comma distingue, più in particolare:

a) le fattispecie di revoca obbligatoria (inosservanza degli impegni assunti a norma dell’articolo 12, comma 2, lettere b) ed e) nonché commissione di delitti indicativi del reinserimento del soggetto nel circuito criminale);

b) le fattispecie di revoca facoltativa (inosservanza degli altri impegni assunti a norma dell’articolo 12, commissione di reati indicativi del mutamento o della cessazione del pericolo conseguente alla collaborazione, rinuncia espressa alle misure, rifiuto di accettare l’offerta di adeguate opportunità di lavoro o di impresa, ritorno non autorizzato nei luoghi dai quali si è stati trasferiti, nonché ogni azione che comporti la rivelazione o la divulgazione dell’identità assunta, del luogo di residenza e delle altre misure applicate), tali da richiedere una particolare valutazione da parte dell’amministrazione in considerazione del tempo trascorso dall’inizio della collaborazione oltre che della fase e del grado in cui si trovano i procedimenti penali nei quali le dichiarazioni sono state rese e delle situazioni di pericolo di cui al comma 6 dell’articolo 9.

Il procedimento di revoca è, poi, regolato dal d.m. 23 aprile 2004, n. 161, dettante il Regolamento ministeriale attuativo delle disposizioni di legge sulle speciali misure di protezione previste per i collaboratori di giustizia e i testimoni, che, all’art. 11, così dispone:

“Il Prefetto e il Servizio centrale di protezione informano la Commissione centrale, l’Autorità proponente e il Procuratore nazionale antimafia e antiterrorismo o il Procuratore generale presso la Corte d’appello interessato di ogni comportamento o circostanza che possono integrare i presupposti per la revoca delle misure speciali di protezione” (art. 11, comma 2);

“La Commissione centrale, una volta ricevuta dal Servizio centrale di protezione o dal Prefetto la nota informativa di cui al comma 2, chiede all’Autorità proponente, al Procuratore nazionale antimafia e antiterrorismo o al Procuratore generale presso la Corte d’appello interessato di esprimere un parere in ordine alla modifica o alla revoca delle speciali misure di protezione, in conseguenza dei fatti segnalati. Qualora le predette Autorità non abbiano emesso il parere entro trenta giorni dalla richiesta della Commissione centrale, quest’ultima decide nel merito, ove non ritenga di prorogare ulteriormente il termine.” (art. 11, comma 3).

2. Così ricostruito il quadro normativo di riferimento, è agevole osservare innanzitutto, come la Commissione, organo titolare del potere di revoca ai sensi delle norme sopra richiamate, abbia correttamente deliberato, dal punto di vista procedurale, sulla base della segnalazione, con nota dell’8 ottobre 2012, da parte del Servizio Centrale di Protezione, delle violazioni alle regole commesse dal ricorrente, e della conseguente nota del 25 ottobre 2012, con cui la Procura di Napoli ha espresso il nulla osta alla cessazione del programma e della nota del 30 ottobre 2012 con cui, infine la D.N.A. ha espresso anch’essa il proprio parere favorevole.

3. Venendo al profilo sostanziale, la revoca della programma di protezione disposto con il gravato provvedimento si fonda sulle seguenti valutazioni:

a) il programma speciale di protezione è scaduto il 4 novembre 2011, conseguentemente, la commissione ha proceduto alle verifiche previste dall’art. 13 quater, comma 3, alla scadenza del termine, al fine di valutare la necessità di modifica o revoca del programma stesso;

b) nelle nota dell’8 ottobre 2012 il Servizio Centrale di Protezione ha comunicato che in data 17 agosto 2012 il collaboratore è stato controllato da personale di Polizia a bordo di un’autovettura proveniente dalla Slovenia, in compagnia dell’ex convivente già estromessa dal programma, e di altre due persone, una delle quali destinataria di divieto di espatrio; il -OMISSIS- ha quindi rifiutato il trasferimento disposto per motivi di sicurezza;

c) già con note del 4 aprile, 7 giugno e 10 ottobre 2011, erano state rappresentate precedenti analoghe violazioni, tra le quali: il rifiuto più volte opposto al trasferimento in altra località protetta per motivi di sicurezza; il disvelamento del proprio status; il rientro non autorizzato in località di origine;

d) con la nota dell’8 febbraio 2013 il Servizio Centrale ha trasmesso la dichiarazione del ricorrente che ha ribadito il rifiuto al proprio trasferimento;

e) sulla base degli elementi acquisiti è stata infine reputata adeguata, nei confronti del collaboratore, l’adozione delle misure ordinarie di tutela.

La giurisprudenza amministrativa è concorde nell’affermare che “Qualora il soggetto interessato non abbia rispettato gli impegni che, a norma dell’art. 12 della legge, ha assunto all’atto della sottoscrizione dello speciale programma di protezione, la commissione può disporne la modifica o la revoca allorché ritenga che, per effetto delle inosservanze, del compimento di fatti costituenti reato o per altra ragione comunque connessa alla condotta di vita del soggetto interessato, non sia più possibile assicurare misure di protezione ovvero queste siano superflue perché le condotte tenute sono di per sé indicative del reinserimento del soggetto nel circuito criminale ovvero del mutamento o della cessazione della situazione di pericolo conseguente alla collaborazione.”(ex multis, Cons. Stato Sez. VI, 24 aprile 2009, n. 2541).

Alla luce di tutti i sopra elencati elementi e della richiamata giurisprudenza, deve ritenersi del tutto legittima la valutazione compiuta dalla Commissione Centrale ai sensi dell’art. 13 quater, comma 2, secondo periodo, d.l. cit.: i fatti accertati e contestati rientrano, infatti, nelle ipotesi di revoca facoltativa che, come tali, devono essere oggetto di valutazione da parte della commissione sulla base degli elementi nella medesima norma indicati.

Ebbene, il gravato provvedimento enuncia in modo circostanziato le valutazioni compiute dalla commissione, in ossequio al disposto normativo, e conclusivamente, con motivazione esente da censure, ha ritenuto la reiterata violazione degli obblighi comportamentali da parte del -OMISSIS-, incompatibile con la prosecuzione del programma di protezione, disponendone, così la revoca.

4. Infine, del tutto infondato risulta essere anche il primo motivo di ricorso.

Per quanto concerne il mancato avviso di avvio del procedimento di revoca ai sensi dell’art. 7, l. n. 241/90, 3 è sufficiente rilevare che, per espressa previsione dell’art. 13 della l. 241 cit., le disposizioni contenute nel Capo III, tra cui è ricompreso l’invocato art. 7 e tutte le altre in materia di partecipazione procedimentale, non si applicano “ai procedimenti previsti dal decreto-legge 15 gennaio 1991, n. 8, convertito, con modificazioni, dalla legge 15 marzo 1991, n. 82, e successive modificazioni”.

Pertanto nella specie non sussisteva alcun obbligo di comunicazione, da parte dell’amministrazione, ai fini della partecipazione procedimentale dell’odierno ricorrente.

5. Per tutte le ragioni sopra esposte il ricorso deve, pertanto, essere respinto.

6. Si ravvisano giustificati motivi per compensare le spese di lite.

P.Q.M.

Il Tribunale Amministrativo Regionale per il Lazio (Sezione Prima Ter)

definitivamente pronunciando sul ricorso, come in epigrafe proposto, lo respinge.

Spese compensate.

Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall’autorità amministrativa.

Ritenuto che sussistano i presupposti di cui all’art. 52, comma 1 D. Lgs. 30 giugno 2003 n. 196, a tutela dei diritti o della dignità della parte interessata, manda alla Segreteria di procedere all’oscuramento delle generalità nonché di qualsiasi altro dato idoneo ad identificare Omissis

Così deciso in Roma nella camera di consiglio del giorno 7 novembre 2016 […]

 

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