Verbale prova orale concorso pubblico: assenza della verbalizzazione delle ‘porte aperte’ e svolgimento colloquio tramite skype non dimostrano la tenuta dei colloqui a “porte chiuse”

Verbale prova orale concorso pubblico e colloqui tenuti a “porte chiuse”, Consiglio di Stato sentenza n. 677 2 febbraio 2018:

“Il verbale di svolgimento delle prove concorsuali deve dare atto delle circostanze di fatto giuridicamente rilevanti, che siano espressamente richieste dalla normativa di riferimento.

Non è invece necessario che il verbale indichi l’avvenuto svolgimento di circostanze di fatto non preindividuate dalla legge (denominate come «menzioni» dagli artt. 47 e ss. della l. notarile 16 febbraio 1913, n. 89, sulla disciplina della forma degli atti pubblici) e che devono necessariamente svolgersi, nel corso del relativo procedimento.

Salve le formalità specificamente richieste dalla legge ad esempio in materia elettorale, la verbalizzazione è necessariamente richiesta quando accada qualcosa che ecceda l’ordinario corso del procedimento, ad esempio sia disposto l’allontanamento dalla sala di chi voglia assistere alle operazioni, ovvero si debbano far constare una dichiarazione del presidente della seduta o una statuizione della commissione in sede collegiale, circa l’andamento dei lavori.

Ciò posto, quando con un ricorso si deduca che le prove orali di un concorso si siano svolte ‘a porte chiuse’, l’assenza di qualsiasi annotazione a verbale sulle modalità del loro svolgimento non può essere intesa nel senso che esse abbiano avuto luogo effettivamente ‘a porte chiuse’.

Certo, se il verbale specifica le concrete modalità con le quali si è proceduto, ovvero ‘a porte chiuse’ o ‘a porte aperte’, si può porre la questione se le relative risultanze facciano o no fede fino a querela di falso.

Se però nulla è stato specificato nel verbale, l’assenza della verbalizzazione delle ‘porte aperte’ non può essere intesa nel senso che le prove si sono svolte ‘a porte chiuse’.

Come ha più volte chiarito la giurisprudenza, infatti, chi contesta la legittimità degli atti di una procedura di gara o di concorso non può basare la sua deduzione solo sulla mancata menzione a verbale della regolarità delle operazioni in ogni loro singolo passaggio, ma ha l’onere di provare in positivo le circostanze e gli elementi idonei a far presumere che un’irregolarità abbia avuto luogo.

In assenza di tale prova, si può desumere che le operazioni non descritte nel verbale si siano svolte secondo quanto le norme prevedono (cfr. Cons. Stato, Sez. V, 19 agosto 2015, n. 3948; Sez. III, 3 agosto 2015, n. 3803; Sez. V, 22 febbraio 2011, n. 1099).

Dunque, dalle modalità di redazione dei verbali nessun elemento può essere tratto per ravvisare l’illegittimità dello svolgimento dei colloqui.”

Quanto alla prospettata «non contestazione» nella specie da parte della difesa del Ministero, il Collegio condivide l’insegnamento giurisprudenziale secondo il quale il relativo principio di cui agli artt. 115 e 116 c.p.c. trova nel processo amministrativo di legittimità un’applicazione temperata dalla particolare struttura di quest’ultimo, che di regola fa seguito ad un procedimento amministrativo, le cui risultanze, tradotte nei relativi atti, vanno tenute per ferme, quanto meno sino a prova contraria (in tal senso, per tutte Cons. Stato, Sez. III, 26 febbraio 2016, n. 799).

Infatti, quando si tratti della impugnazione di un provvedimento autoritativo, la «non contestazione» non è ravvisabile in linea di principio, anche se l’Amministrazione nelle sue difese non ribadisce espressamente la sussistenza dei fatti posti a base del provvedimento impugnato, oggetto di contestazione del ricorrente (Cons. Stato, Sez. VI, 4 dicembre 2017, n. 5651).

Ciò posto, nel caso in esame, nessuna specifica frase, riferibile al Ministero o alla sua difesa, può essere intesa nel senso che sia stata ammessa la circostanza dello svolgimento dei colloqui ‘a porte chiuse’.

Quanto all’esposizione del fatto che «alcuni candidati sono stati ammessi a sostenere detta prova ‘da remoto’, attraverso l’uso della ‘modalità comunicativa skype’», ritiene il Collegio che la narrazione di tale circostanza – di per sé neutra rispetto alla apertura o alla chiusura della sala – non può far ritenere che sia stata esclusa la presenza di terzi ad assistere alla relativa conversazione.

Neppure è stato dedotto che qualcuno, presente in loco, abbia chiesto di annotare a verbale che non gli sia stato consentito di assistere o di ascoltare il contenuto dei colloqui.

Pertanto, il Collegio ritiene anche che nessun elemento vi sia per ipotizzare che, nel caso di specie, la seduta non si sia svolta pubblicamente, nel senso che il pubblico eventualmente interessato non vi avrebbe potuto assistere.

§ 28.2. Con particolare riferimento alla «modalità comunicativa skype», il Collegio ritiene di dover precisare che col ricorso di primo grado non è stato neppure dedotto o ipotizzato che qualche candidato se ne sia avvantaggiato, per il fatto di aver potuto basare il proprio colloquio su ‘letture o suggerimenti altrui’, di per sé ovviamente non consentiti.

L’unico riferimento alla «modalità comunicativa skype» è stato effettuato dalla ricorrente in primo grado all’esclusivo scopo di corroborare la propria deduzione sullo svolgimento ‘a porte chiuse’ dei colloqui.

In questa sede, dunque, non si pone la questione di principio sul se – in base alla normativa vigente e tenuto conto della possibilità che l’interlocutore possa avvalersi di letture o di suggerimenti – una ‘prova orale’, così definita dalla normativa applicabile nel procedimento, possa avere luogo con la «modalità comunicativa skype».

§ 28.3. Diventa pertanto irrilevante, per la decisione del Collegio, verificare se effettivamente – come ha dedotto il Ministero appellante – vi sia stata la registrazione dei colloqui realizzati tramite skype, non dovendosi verificare se qualche candidato se ne sia potuto avvantaggiare: si tratta – si ripete – di una questione non sollevata col ricorso di primo grado

La statuizione contraria del Tar ribaltata dal Consiglio di Stato

“La sentenza di primo grado ha accolto il profilo di censura riguardante le modalità dello svolgimento dei colloqui, ritenendo che essi si siano svolti ‘a porte chiuse’.

Il TAR ha ritenuto comprovata tale circostanza sulla base dei seguenti elementi:

– il verbale nulla ha precisato «circa la presenza di uditori estranei ai membri della commissione durante lo svolgimento del colloquio»;

– «alcuni candidati sono stati ammessi a sostenere detta prova ‘da remoto’, attraverso l’uso della modalità comunicativa skype»;

– la difesa dell’Amministrazione sul punto non avrebbe contestato «le prospettazioni di parte ricorrente» (v. il § 24 della sentenza impugnata).”

Della stessa sentenza vedi anche:

Direttori di musei stranieri e requisito della cittadinanza italiana: la sentenza ed ordinanza di rimessione all’Adunanza Plenaria – Prima parte: il quadro normativo

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Vedi anche:

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Ricorso bocciatura esame avvocato 2015: valido il voto numerico | Adunanza Plenaria n. 7 20 settembre 2017

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