Quali sono gli immobili di interesse storico che il comune può vendere? | art 1 l. 1089/1939 (ed ora d. lgs. 22 gennaio 2004 n.42)

Quali sono gli immobili di interesse storico che il comune può alienare ai privati? – La problematica in esame:

…Contro tale sentenza, ha proposto impugnazione il MIBAC, con appello principale contenente un unico motivo di violazione, propriamente, degli artt. 4 della l. 1 giugno 1939 n.1089, 5 comma 1 del d. lgs. 29 ottobre 1999 n.490 e 10 del d. lgs. 22 gennaio 2004 n.42. Sostiene in proposito che l’immobile per cui è causa, in quanto costruito da più di cinquant’anni e di proprietà comunale, si dovrebbe ritenere per legge sottoposto a vincolo come bene culturale; da ciò conseguirebbero la nullità della sua originaria alienazione da parte del Comune e la legittimità del diniego di sanatoria espresso dalla Soprintendenza, secondo logica perché le opere da sanare si dovrebbero ritenere eseguite senza titolo su un bene pubblico….

Le premesse:

…Sempre per chiarezza, si ricorda che l’immobile stesso, prima di essere venduto al ricorrente appellato, nei termini di cui in premesse, era di proprietà del Comune, e risale ad epoca remota, rappresentando l’attuale residuo del -OMISSIS-, fondato già nel 1624 (sentenza di I grado, § V del “diritto”, il fatto storico è incontestato).

Da ciò l’assunto della Soprintendenza, per cui si tratterebbe di bene vincolato ai sensi dell’art. 4 della l. 1089/1939, in vigore all’epoca della cessione, e delle successive norme di identico tenore, ovvero dell’art. 5 del T.U. 29 ottobre 1999 n.490 e dell’art. 10 del d. lgs. 42/2004, quest’ultimo richiamato anche dall’amministrazione nel provvedimento annullato con la sentenza di primo grado.

5. E’ pertanto necessario ricostruire il regime giuridico dei beni che fanno parte della categoria in questione, incominciando con le norme citate.

Secondo l’art. 1 della l. 1089/1939, “Sono soggette alla presente legge le cose, immobili e mobili, che presentano interesse artistico, storico, archeologico o etnografico…”, con la sola esclusione delle “opere di autori viventi o la cui esecuzione non risalga ad oltre cinquanta anni”.

Per le cose di tale categoria le quali appartengano ad enti pubblici, dispone quindi il già ricordato art. 4, per cui “I rappresentanti delle province, dei comuni, degli enti e degli istituti legalmente riconosciuti devono presentare l’elenco descrittivo delle cose indicate nell’art. 1 di spettanza degli enti o istituti che essi rappresentano (comma 1). I rappresentanti anzidetti hanno altresì l’obbligo di denunziare le cose non comprese nella prima elencazione e quelle che in seguito vengano ad aggiungersi per qualsiasi titolo al patrimonio dell’ente o istituti (comma 2). Le cose indicate nell’art. 1 restano sottoposte alle disposizioni della presente legge, anche se non risultino comprese negli elenchi e nelle dichiarazioni di cui al presente articolo (comma 3)”.

Nell’originario disposto della l. 1089/1939, l’alienazione degli immobili ricompresi nella categoria appena descritta era possibile ove autorizzata, ai sensi dell’art. 24 comma 1 dal Ministero competente.

La giurisprudenza ritiene però che la norma relativa sia stata abrogata dal combinato disposto degli articoli 822 comma 2, 824 e 823 comma 1 del codice civile, per cui “gli immobili riconosciuti d’interesse storico, archeologico e artistico a norma delle leggi in materia”, ove di proprietà dello Stato, o come nel caso di specie di un ente territoriale, “sono inalienabili e non possono formare oggetto di diritti a favore di terzi, se non nei modi e nei limiti stabiliti dalle leggi che li riguardano”, esclusa in linea di principio la cessione in proprietà: così Cass. civ. sez. I 24 aprile 2003 n.6522 e già C.d.S. ad. gen. 13 luglio 1989 n.59.

6. Norme del tutto simili, lo si ricorda per completezza, erano contenute nel T.U. 490/1999, in vigore per una parte intermedia della vicenda per cui è processo.

Ai sensi dell’art. 2 comma 1 lettera a) di esso, “Sono beni culturali disciplinati a norma di questo Titolo: … le cose immobili e mobili che presentano interesse artistico, storico, archeologico, o demo-etno-antropologico”.

In base poi al successivo art. 5, “Le regioni, le province, i comuni, gli altri enti pubblici e le persone giuridiche private senza fine di lucro presentano al Ministero l’elenco descrittivo delle cose indicate all’articolo 2, comma 1, lettera a) di loro spettanza(comma 1). I predetti enti e persone giuridiche hanno l’obbligo di denunciare le cose non comprese nella prima elencazione nonché quelle che in seguito verranno ad aggiungersi per qualsiasi titolo al loro patrimonio, inserendole nell’elenco (comma 2) … I beni elencati nell’articolo 2, comma 1, lettera a) che appartengono ai soggetti indicati al comma 1 sono comunque sottoposti alle disposizioni di questo Titolo anche se non risultano compresi negli elenchi e nelle denunce previste dai commi 1 e 2 (comma 5)”.

Lo stesso T.U. 490/1999 disciplinava poi all’art. 54 l’alienazione degli immobili da esso tutelati ai sensi delle norme descritte, con un espresso rinvio alle norme in materia di beni demaniali di cui si è detto.

7. Il vigente d. lgs. 42/2004 riprende nelle linee generali la disciplina descritta, con alcuni contemperamenti di cui si dirà subito.

Ai sensi dell’art. 10 del decreto, “Sono beni culturali le cose immobili e mobili appartenenti allo Stato, alle regioni, agli altri enti pubblici territoriali, nonché ad ogni altro ente ed istituto pubblico e a persone giuridiche private senza fine di lucro, ivi compresi gli enti ecclesiastici civilmente riconosciuti, che presentano interesse artistico, storico, archeologico o etnoantropologico”, escluse, per quanto riguarda gli immobili, le opere “di autore vivente o la cui esecuzione non risalga ad oltre settanta anni”.

Per la loro concreta individuazione, però, il successivo art. 12 prevede un espresso procedimento.

Al comma 1, stabilisce che “Le cose indicate all’articolo 10, comma 1, che siano opera di autore non più vivente e la cui esecuzione risalga ad oltre settanta anni, sono sottoposte alle disposizioni della presente Parte fino a quando non sia stata effettuata la verifica di cui al comma 2.”

A sua volta, il comma 2 prevede che “I competenti organi del Ministero, d’ufficio o su richiesta formulata dai soggetti cui le cose appartengono e corredata dai relativi dati conoscitivi, verificano la sussistenza dell’interesse artistico, storico, archeologico o etnoantropologico nelle cose di cui al comma 1”, con le ulteriori formalità previste dal comma 3 se la richiesta riguarda beni immobili.

L’esito del procedimento di verifica si riflette sul regime giuridico del bene, nel senso che, in base al comma 4 dello stesso articolo, “Qualora nelle cose sottoposte a verifica non sia stato riscontrato l’interesse di cui al comma 2, le cose medesime sono escluse dall’applicazione delle disposizioni del presente Titolo”.

Nel caso particolare in cui si tratti di “cose appartenenti al demanio dello Stato, delle regioni e degli altri enti pubblici territoriali”, la documentazione da cui risulta la verifica negativa è trasmessa ai sensi del comma 5 agli enti titolari del bene, “affinché ne dispongano la sdemanializzazione qualora, secondo le valutazioni dell’amministrazione interessata, non vi ostino altre ragioni di pubblico interesse”; si precisa espressamente al comma 6 che “le cose di cui al comma 4 e quelle di cui al comma 5 per le quali si sia proceduto alla sdemanializzazione sono liberamente alienabili, ai fini del presente codice”.

Il riferimento alla sdemanializzazione va inteso secondo logica: la verifica negativa, per espresso disposto delle norme citate, fa uscire il bene dalla categoria dei beni culturali, e quindi, se è di proprietà dello Stato o di un ente territoriale, è sufficiente a farlo uscire dal regime del demanio pubblico, che fosse applicabile solo per tale ragione.

Una sdemanializzazione distinta dalla verifica sarà invece necessaria se il bene appartenesse al demanio anche per altre ragioni, ovvero non soltanto perché bene culturale, ma anche perché bene compreso in altre categorie di beni di per sé demaniali: potrebbe essere il caso di una biblioteca, che resta tale anche se ne sia stato escluso l’interesse artistico o storico.

Le norme della l. 1089/1939 -e lo stesso può dirsi per quelle conformi del T.U. 490/1999- appena descritte hanno registrato un’interpretazione non uniforme quanto all’esatta individuazione dei criteri in base ai quali i beni di proprietà di un ente pubblico vanno ritenuti sottoposti a tutela come beni di interesse culturale.

Secondo il primo di essi, il bene il quale abbia i requisiti di cui all’art. 1 della legge, sia cioè di interesse “artistico, storico, archeologico o etnografico…”, ove appartenga ad un ente pubblico è per ciò solo sottoposto a tutela, indipendentemente da un provvedimento amministrativo in tal senso; si afferma in particolare che l’inclusione negli elenchi previsti dall’art. 4 della legge potrebbe anche mancare, ed ove vi sia ha efficacia soltanto dichiarativa: in tal senso, fra le molte C.d.S. sez. VI 15 ottobre 1996 n.1354; 13 maggio 2002 n.2564

Secondo altro indirizzo, da un formale provvedimento di dichiarazione dell’interesse non si potrebbe comunque prescindere. In tal senso, C.d.S. sez. VI 2 novembre 1998 n.1479; 8 febbraio 2000 n.678 e 8 gennaio 2003 n.20, le quali osservano che la legge non lo esclude in modo espresso, ed anzi, facendo rinvio alle disposizioni “del presente titolo”, richiama per implicito anche quelle che prevedono la cd notifica, necessaria per vincolare i beni privati; osservano ancora che tale interpretazione raggiungerebbe un duplice scopo, quello di accentrare nell’autorità competente le valutazioni in materia e quello di garantire la certezza del diritto nella circolazione dei beni….

La soluzione del Collegio:

…i due indirizzi contrapposti sono solo apparentemente in contraddizione, ed anzi consentono di identificare un punto di equilibrio che contempera gli interessi coinvolti.

E’ necessario partire dalla vigente disciplina del d. lgs. 42/2004, che … contiene una disciplina esplicita nel senso che la qualità di bene culturale nei beni posseduti da soggetti pubblici è presunta, ma solo in via relativa, perché permane solo se i relativi requisiti sono riconosciuti in concreto attraverso il procedimento di verifica.

Ritiene il Collegio che tale diversa disciplina non sia radicalmente innovativa, ma rappresenti semplicemente una precisazione di quanto già è immanente nel sistema.

E’ evidente, per ragioni logiche prima che giuridiche, che il riconoscimento di interesse “artistico, storico, archeologico o etnografico…” di un qualsiasi bene, mobile o immobile che esso sia, è il risultato di un giudizio non sempre immediato e comunque ampiamente discrezionale, che richiede conoscenze specifiche, non necessariamente patrimonio del comune cittadino.

Nel caso che interessa, di un bene immobile, il senso comune porta ad esempio a dire che un edificio di costruzione risalente, nella previsione della legge che risalga a più di cinquant’anni, un simile interesse potrebbe, a prima vista, ragionevolmente rivestirlo, ma di fronte ad una verifica approfondita ci si potrebbe anche convincere del contrario.

Ciò posto, il sistema delineato fin dalla l. 1089/1939 protegge il patrimonio pubblico, che in uno Stato democratico è patrimonio di tutti i cittadini, in via presuntiva, ovvero assoggettando al vincolo tutti i beni, e fra essi tutti gli immobili, di proprietà pubblica per i quali l’interesse culturale è ipotizzabile; impone però la tutela in via di presunzione relativa, perché non proibisce in alcun modo all’amministrazione di far venir meno la tutela, ove essa abbia accertato, nell’esercizio delle proprie specifiche competenze in materia, che l’interesse in concreto non sussiste.

In altre parole, non è mai stato proibito che l’amministrazione, con un proprio atto, operi con esito negativo una verifica dell’effettiva sussistenza dell’interesse tutelato, e quindi faccia uscire il bene dalla categoria dei beni culturali, sottraendolo alla relativa disciplina speciale, con l’effetto, nei congrui casi, di renderlo fra l’altro liberamente commerciabile. In tal senso, sono fatti salvi sia l’interesse a che l’apprezzamento venga compiuto da organi qualificati, sia l’interesse alla certezza nella circolazione dei beni, poiché ove l’amministrazione si sia pronunciata sullo stato giuridico del bene non sussistono più dubbi.

Il vigente d. lgs. 42/2004, pertanto, si limita a prevedere un procedimento particolare per esercitare, a richiesta del privato, un potere di verifica di cui l’amministrazione è sempre stata titolare, e che a tutt’oggi potrebbe essere esercitato anche d’ufficio.

In tale ordine di idee, l’atto di disposizione del bene immobile vincolato in base alla presunzione relativa che sia di proprietà di un ente territoriale, in questo caso del Comune, è affetto da nullità, perché ha per oggetto un bene presuntivamente culturale e perciò un bene demaniale.

Si tratta però di una nullità che anzitutto può essere evitata, se prima della stipula la presunzione sia fatta venir meno. Ciò poteva avvenire, e può avvenire tuttora, per effetto di un provvedimento con il quale d’ufficio l’amministrazione statale competente, ovvero la Soprintendenza, avesse accertato che l’interesse storico artistico non sussiste e fatto perdere al bene la connotazione di bene culturale, rendendolo in linea di principio disponibile.

Nell’attuale sistema del d. lgs. 42/2004, a questa possibilità se ne è aggiunta una ulteriore, ovvero il procedimento di verifica attivato dal privato.

Si tratta poi di una nullità sanabile, se, pur dopo la stipula, la presunzione sia fatta venir meno. Ciò avviene, in concreto, ove la stessa Soprintendenza, venuta a conoscenza dell’atto, compia a posteriori lo stesso accertamento di non sussistenza dell’interesse storico artistico: anche in questo caso, il bene perderà, ora per allora, la connotazione di bene culturale, e l’atto di disposizione resterà valido, mentre in caso contrario potrà essere fatta valere la nullità…

Vedi anche:

Art 146 D.lgs. 42 2004: norma, testo storico, sentenze. (aggiornato alle ultime modifiche)

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Consiglio di Stato sentenza n 4829 18/10/2017

[…]

per la riforma ovvero l’annullamento,

previa sospensione

della sentenza del TAR Lazio, sede di Roma, sezione II bis, 19 maggio 2016 n.5896, resa fra le parti, che ha pronunciato sul ricorso n. 11341/2012, integrato da motivi aggiunti, proposto per:

(A – ricorso principale)

per l’annullamento:

a) della nota 16 ottobre 2012 prot. n.29787 del Soprintendente per i beni architettonici e paesaggistici per le province di Roma, Frosinone, Latina, Rieti e Viterbo, con la quale lo stesso ha richiesto al Comune di Viterbo di ordinare ad -OMISSIS- la sospensione immediata dei lavori in corso da lui disposti nel complesso del -OMISSIS-, a Viterbo, in via -OMISSIS-;

b) del provvedimento 19 settembre 2012 prot. n.37159 del 24 settembre 2012 del Dirigente del settore VII del Comune di Viterbo, che ha ordinato la sospensione di cui sopra;

c) della nota aggiuntiva 19 novembre 2012 prot. n.32702 del predetto Soprintendente, con la quale lo stesso ha invitato il Comune a sospendere ovvero revocare qualunque titolo abilitativo eventualmente rilasciato per i lavori sull’immobile in questione;

(B – I motivi aggiunti, notificati il giorno 22 aprile 2013)

per l’annullamento:

d) della nota aggiuntiva 12 marzo 2013 prot. n.8253 del predetto Soprintendente, con la quale si comunica ad -OMISSIS- la necessità di modificare il progetto già autorizzato per l’immobile citato nel senso del mantenimento dei preesistenti impalcati lignei;

e) della nota aggiuntiva 20 marzo 2013 prot. n.9214 del predetto Soprintendente, che ribadisce la nota sopra descritta;

f) dell’invito 27 marzo 2013 prot. n.10994 del Comune di Viterbo ad elaborare un progetto di variante per l’intervento nell’immobile predetto, nel senso indicato dalla Soprintendenza;

(C – II motivi aggiunti, notificati il giorno 4 giugno 2013)

per la declaratoria di illegittimità del silenzio serbato:

g) sulla richiesta 3 ottobre 2013 di -OMISSIS-, nel senso di convocare; una riunione fra le parti interessate alla prosecuzione dei lavori;

h) sulla proposta 25 novembre 2013, di variante al permesso di costruire 12 ottobre 2010 n.144;

i) sulla richiesta datata 3 febbraio 2014 e pervenuta il 5 febbraio 2014, sulla richiesta datata 12 marzo 2014 e pervenuta il 17 marzo 2014 e sulla richiesta datata 17 marzo 2014, di rilascio dei titoli autorizzativi;

(D – III motivi aggiunti, notificati il giorno 8 luglio 2015)

per l’annullamento:

l) della nota 20 maggio 2015 prot. n.6611 del predetto Soprintendente, di reiezione della domanda di compatibilità paesaggistica quanto alla variante in sanatoria relativa a modifiche interne, prospettiche e strutturali dell’immobile citato;

nonché in ogni caso per la condanna delle amministrazioni intimate al risarcimento del danno.

In particolare, la sentenza ha:

-dichiarato inammissibili le domande di annullamento proposte con il ricorso principale e con i primi motivi aggiunti;

– dichiarato in parte inammissibile e in parte improcedibile la domanda di declaratoria di illegittimità proposta con i secondi motivi aggiunti;

– dichiarato il difetto di legittimazione del Comune di Viterbo quanto alla domanda di annullamento proposta con i terzi motivi aggiunti;

– accolto la domanda di annullamento proposta con i terzi motivi aggiunti nei confronti dell’amministrazione statale e per l’effetto annullato la nota 20 maggio 2015 prot. n.6611 del Soprintendente per i beni architettonici e paesaggistici per le province di Roma, Frosinone, Latina, Rieti e Viterbo;

– respinto ogni domanda di risarcimento;

[…]

FATTO

Il ricorrente appellato e appellante incidentale, il quale è “maestro dello sport” ed esercita l’attività di allenatore di pugilato, risulta proprietario a Viterbo, nelle vie Omissis e S. Omissis, di un complesso di immobili, acquistati con l’intenzione di realizzarvi una palestra per la pratica dello sport di suo interesse (ricorso introduttivo in primo grado, erroneamente rubricato “memoria di costituzione”, pp. 2-5; si tratta comunque di fatti storici non controversi).

Rilevano ai fini di questo processo le vicende di uno di questi immobili, situato in via -OMISSIS- 21/a, distinto al catasto comunale di Viterbo al foglio 170, particelle omissis,

Si tratta di un immobile già adibito a palestra, e in precedenza ad asilo comunale, che il Comune di esso proprietario decideva di alienare come da deliberazione della Giunta 20 gennaio 1988 n.158, a seguito di una richiesta in tal senso del ricorrente appellato (doc. 5 in I grado ricorrente appellato, delibera in questione).

Di conseguenza, il Comune procedeva a compiere tutti gli atti ritenuti a ciò necessari: con nota 26 marzo 1988 prot. n.6328 (doc. 6 in I grado ricorrente appellato), richiedeva alla Regione Lazio il parere di congruità sul prezzo dell’immobile; ottenutolo, come da nota 21 maggio 1988 prot. n.1747 468 88 inviata alla Regione dall’Ufficio tecnico erariale (doc. 7 in I grado ricorrente appellato), indiceva la vendita con licitazione privata del 16 settembre 1988, nella quale il ricorrente appellato riusciva aggiudicatario (doc. ti 8, 9, 10 e 11 in I grado ricorrente appellato, invito alla licitazione, verbale di aggiudicazione provvisoria, delibera di aggiudicazione definitiva e invito alla stipula).

All’esito, pertanto, il ricorrente appellato stipulava con il Comune l’atto di acquisto 5 ottobre 1989 rep. n.35467 racc. n.19839 Notaro Omissis di Viterbo, ivi registrato il 16 ottobre 1989 al n.5350 atti pubblici (doc. 12 in I grado ricorrente appellato, atto in questione).

Il ricorrente appellato, il quale come si è detto intendeva realizzare una palestra nell’immobile in questione e in altri adiacenti che pure aveva acquistato, presentava in seguito, con atto 28 maggio 2008 prot. n.19732, un progetto di modifiche interne, prospettiche e strutturali e di ampliamento, che comprendeva anche l’immobile di cui si è detto.

Per tale progetto, registrato come pratica edilizia 233/08, il ricorrente appellato otteneva dal Comune l’autorizzazione paesaggistico ambientale, con atto 22 dicembre 2008 n.153 (doc. 18 in I grado ricorrente appellato), nonché un permesso di costruire parziale, con atto 31 dicembre 2008 n.327 (doc. 20 in I grado ricorrente appellante).

Di seguito, con atto 9 gennaio 2009, lo stesso ricorrente appellato chiedeva alla competente Soprintendenza di rilasciare “il nulla osta e/o l’attestazione della non esistenza del vincolo… specificando che si tratta di parte di un immobile precedentemente compreso in un complesso di proprietà pubblica” (doc. 17 in I grado ricorrente appellato, istanza in questione, ove tutti gli estremi della pratica edilizia).

La Soprintendenza, con una prima nota 23 marzo 2009 prot. n. 4939, autorizzava tutte le opere “atte ad eliminare pericoli per la pubblica e privata incolumità”, in attesa di una più completa istruttoria (doc. 21 in I grado ricorrente appellato, nota in questione); con successiva nota 13 gennaio 2010 prot. n.764, richiedeva documentazione integrativa (doc. 22 in I grado ricorrente appellato, nota in questione); ricevutala, con nota 7 maggio 2010 prot. n.1657, considerava anzitutto “che l’immobile di cui si tratta non risulta sottoposto a tutela ai sensi del titolo II del d. lgs. 42/04”; considerava poi che “l’immobile nel suo attuale stato risulta profondamente alterato da consistenti opere… succedutesi nel tempo e che hanno sostanzialmente e per buona parte obliterato la compagine fisica del compendio, per altro ascrivibile ad un antico complesso monastico conventuale di cui allo stato attuale risulta difficile ricostruire … la configurazione”, e quindi dichiarava di non avanzare “riserve e/o obiezioni relativamente al progetto proposto, limitatamente alle opere interne, sia strutturali che distributive”, raccomandando soltanto un progetto di restauro vero e proprio della facciata prospiciente la via -OMISSIS-, ritenuta di qualche pregio (doc. 24 in I grado ricorrente appellato, nota citata).

Pertanto, il Comune il giorno 12 ottobre 2010 rilasciava il permesso di costruire n.144, che richiama in modo espresso la citata nota 7 maggio 2010 prot. n.1657 (doc. 26 in I grado ricorrente appellato).

In epoca successiva, la Soprintendenza riceveva però notizia del ritrovamento, presso un commerciante, di alcuni affreschi distaccati, di presumibile provenienza illecita; ritenendo quindi che essi fossero stati distaccati dall’immobile in questione, e per la precisione da un salone a cassettoni lignei che ne avrebbe fatto parte, con la nota del 16 ottobre 2012 meglio indicata in epigrafe, richiedeva di far sospendere i lavori in corso al Comune, il quale puntualmente si conformava alla richiesta, con l’atto 24 ottobre 2012 pure meglio indicato in epigrafe.

Contro tali atti (doc. ti 1 e 2 in I grado ricorrente appellato, atti citati) e contro la successiva richiesta del 19 ottobre 2012, di annullamento dei titoli edilizi pure indicata in epigrafe (doc. 3 in I grado ricorrente appellato, atto in questione), il ricorrente appellato proponeva il ricorso principale di primo grado, per ottenerne l’annullamento ed il risarcimento del danno conseguente.

In corso di giudizio, il ricorrente appellato riceveva ancora le note 12 marzo e 20 marzo 2013 della Soprintendenza, e 27 marzo 2013 del Comune, tutte volte ad evidenziare l’asserita necessità di apportare al progetto in corso di attuazione una variante, per salvaguardare gli “impalcati lignei” di cui si è detto (doc. ti 31, 32 e 33 in I grado ricorrente appellato, atti in questione).

Contro tali atti, proponeva quindi impugnazione con un primo ricorso per motivi aggiunti, ancora per ottenerne l’annullamento ed il risarcimento del danno.

Successivamente, con il secondo ricorso per motivi aggiunti, il ricorrente appellato impugnava il presunto silenzio inadempimento sulle proprie istanze volte ad ottenere un incontro con i responsabili del procedimento, allo scopo di definirlo (doc. ti 37 e 38 in I grado ricorrente appellante, solleciti in merito); presentava poi richiesta di accertamento di compatibilità paesaggistica per sanare i lavori in variante successivamente eseguiti.

Su tale richiesta, la Soprintendenza provvedeva con l’atto 20 maggio 2015 prot. n.6611, con il quale (doc. 61 in I grado ricorrente appellato) “verificato che l’immobile oggetto della richiesta di sanatoria risulta sottoposto a vincolo monumentale ai sensi dell’art. 4 della legge 1089/1939 ora rinnovellato nell’art. 10 del d. lgs. 42/2004”, la respingeva. Contro tale atto di diniego, il ricorrente appellato proponeva il terzo ed ultimo ricorso per motivi aggiunti, per ottenerne, ancora una volta, l’annullamento ed il risarcimento del danno.

Con la sentenza meglio indicata in epigrafe, il TAR ha dichiarato inammissibili le domande di annullamento proposte con il ricorso principale e con i primi motivi aggiunti, dichiarato in parte inammissibile e in parte improcedibile la domanda di declaratoria di illegittimità del silenzio proposta con i secondi motivi aggiunti; dichiarato il difetto di legittimazione del Comune di Viterbo quanto alla domanda di annullamento proposta con i terzi motivi aggiunti, accolto la domanda di annullamento proposta in tale ultima sede nei confronti dell’amministrazione statale e per l’effetto annullato la nota 20 maggio 2015 prot. n.6611 di cui si è detto; ha poi respinto ogni domanda di risarcimento del danno.

Contro tale sentenza, ha proposto impugnazione il MIBAC, con appello principale contenente un unico motivo di violazione, propriamente, degli artt. 4 della l. 1 giugno 1939 n.1089, 5 comma 1 del d. lgs. 29 ottobre 1999 n.490 e 10 del d. lgs. 22 gennaio 2004 n.42. Sostiene in proposito che l’immobile per cui è causa, in quanto costruito da più di cinquant’anni e di proprietà comunale, si dovrebbe ritenere per legge sottoposto a vincolo come bene culturale; da ciò conseguirebbero la nullità della sua originaria alienazione da parte del Comune e la legittimità del diniego di sanatoria espresso dalla Soprintendenza, secondo logica perché le opere da sanare si dovrebbero ritenere eseguite senza titolo su un bene pubblico.

Il ricorrente appellato, con atto depositato il giorno 13 febbraio 2017, ha chiesto che l’appello sia respinto; ha altresì presentato ricorso incidentale, nel quale:

– in via preliminare, ha eccepito l’inammissibilità dell’appello principale, per asserita omessa indicazione specifica dei motivi di appello;

– nel merito, ha chiesto che l’appello principale sia comunque respinto, ritenendo che a suo avviso, anche per le assicurazioni a suo tempo date dalla Soprintendenza nei termini spiegati sopra, sull’immobile nessun vincolo esisterebbe;

– nel merito in via riconvenzionale ha riproposto la domanda di risarcimento del danno.

Il Comune di Viterbo ha resistito, con memoria 17 febbraio 2017, in cui:

– in via preliminare, ha eccepito anch’egli l’inammissibilità dell’appello per le stesse ragioni dedotte dal ricorrente appellato;

– nel merito, ha ribadito la correttezza del proprio operato, evidenziando di non essere responsabile di alcun danno, ed ha chiesto che l’appello principale sia respinto.

Con memoria 11 agosto 2017, il ricorrente appellato si è opposto alla produzione da parte del MIBAC in data 11 giugno 2017, di un documento, che afferma essere oltretutto indecifrabile nella grafia, perché avvenuta in violazione del divieto di produrre documenti nuovi in appello; nel merito ha poi ribadito le proprie difese.

Con ordinanza 17 febbraio 2017 n.714, la Sezione ha respinto la domanda cautelare; all’udienza del giorno 28 settembre 2017, fissata nondimeno con tale ordinanza, ha trattenuto il ricorso in decisione.

DIRITTO

1. In via preliminare, va accolta l’eccezione, proposta all’udienza pubblica di discussione, relativa alla non producibilità del documento n.3 dell’amministrazione nel presente grado di appello, poiché si tratta effettivamente di un documento nuovo, la cui ipotetica rilevanza non è stata oltretutto spiegata.

2. Ciò posto, l’appello principale è ammissibile, ma infondato nel merito, per le ragioni che seguono.

3. L’eccezione preliminare di inammissibilità proposta dal ricorrente appellato e dal Comune intimato è infondata.

Ai sensi dell’art. 101 c.p.a., l’atto di appello deve contenere, fra l’altro, “specifiche censure contro i capi della sentenza gravata”, ovvero, così come ritenuto da costante giurisprudenza, le specifiche critiche che si vogliono avanzare alla decisione impugnata, nelle quali si spiegano le ragioni per cui non si ritengono condivisibili le conclusioni da essa raggiunte: in tal senso, per tutte C.d.S. sez. V 12 maggio 2017 n.2233 e sez. VI 5 aprile 2013 n.1882. E’ poi ovvio che per esprimere tale critica non vi sono formule sacramentali, ma si richiede soltanto che essa sia percepibile come tale secondo il normale significato delle espressioni usate.

In tali termini, l’appello principale è ammissibile, in quanto contiene, da p. 3 in poi, una puntuale critica alla sentenza di primo grado, fondata sul presunto carattere minoritario, e in ipotesi contrario al dato normativo, dell’orientamento giurisprudenziale da essa accolto; dell’orientamento ritenuto corretto vengono quindi ricostruiti i contenuti, e tutto ciò è all’evidenza sufficiente per delimitare l’oggetto della cognizione da parte di questo Giudice di appello.

4. L’appello principale è però infondato nel merito.

Come si ricorda a fini di chiarezza esso riguarda un solo capo della sentenza di primo grado, ovvero quello in cui essa accoglie i terzi motivi aggiunti ed annulla il provvedimento meglio indicato in premesse, sul presupposto che il bene di cui si tratta non sia, contrariamente a quanto ritenuto dall’amministrazione, un bene soggetto alla disciplina dei beni culturali.

Sempre per chiarezza, si ricorda che l’immobile stesso, prima di essere venduto al ricorrente appellato, nei termini di cui in premesse, era di proprietà del Comune, e risale ad epoca remota, rappresentando l’attuale residuo del -OMISSIS-, fondato già nel 1624 (sentenza di I grado, § V del “diritto”, il fatto storico è incontestato).

Da ciò l’assunto della Soprintendenza, per cui si tratterebbe di bene vincolato ai sensi dell’art. 4 della l. 1089/1939, in vigore all’epoca della cessione, e delle successive norme di identico tenore, ovvero dell’art. 5 del T.U. 29 ottobre 1999 n.490 e dell’art. 10 del d. lgs. 42/2004, quest’ultimo richiamato anche dall’amministrazione nel provvedimento annullato con la sentenza di primo grado.

5. E’ pertanto necessario ricostruire il regime giuridico dei beni che fanno parte della categoria in questione, incominciando con le norme citate.

Secondo l’art. 1 della l. 1089/1939, “Sono soggette alla presente legge le cose, immobili e mobili, che presentano interesse artistico, storico, archeologico o etnografico…”, con la sola esclusione delle “opere di autori viventi o la cui esecuzione non risalga ad oltre cinquanta anni”.

Per le cose di tale categoria le quali appartengano ad enti pubblici, dispone quindi il già ricordato art. 4, per cui “I rappresentanti delle province, dei comuni, degli enti e degli istituti legalmente riconosciuti devono presentare l’elenco descrittivo delle cose indicate nell’art. 1 di spettanza degli enti o istituti che essi rappresentano (comma 1). I rappresentanti anzidetti hanno altresì l’obbligo di denunziare le cose non comprese nella prima elencazione e quelle che in seguito vengano ad aggiungersi per qualsiasi titolo al patrimonio dell’ente o istituti (comma 2). Le cose indicate nell’art. 1 restano sottoposte alle disposizioni della presente legge, anche se non risultino comprese negli elenchi e nelle dichiarazioni di cui al presente articolo (comma 3)”.

Nell’originario disposto della l. 1089/1939, l’alienazione degli immobili ricompresi nella categoria appena descritta era possibile ove autorizzata, ai sensi dell’art. 24 comma 1 dal Ministero competente.

La giurisprudenza ritiene però che la norma relativa sia stata abrogata dal combinato disposto degli articoli 822 comma 2, 824 e 823 comma 1 del codice civile, per cui “gli immobili riconosciuti d’interesse storico, archeologico e artistico a norma delle leggi in materia”, ove di proprietà dello Stato, o come nel caso di specie di un ente territoriale, “sono inalienabili e non possono formare oggetto di diritti a favore di terzi, se non nei modi e nei limiti stabiliti dalle leggi che li riguardano”, esclusa in linea di principio la cessione in proprietà: così Cass. civ. sez. I 24 aprile 2003 n.6522 e già C.d.S. ad. gen. 13 luglio 1989 n.59.

6. Norme del tutto simili, lo si ricorda per completezza, erano contenute nel T.U. 490/1999, in vigore per una parte intermedia della vicenda per cui è processo.

Ai sensi dell’art. 2 comma 1 lettera a) di esso, “Sono beni culturali disciplinati a norma di questo Titolo: … le cose immobili e mobili che presentano interesse artistico, storico, archeologico, o demo-etno-antropologico”.

In base poi al successivo art. 5, “Le regioni, le province, i comuni, gli altri enti pubblici e le persone giuridiche private senza fine di lucro presentano al Ministero l’elenco descrittivo delle cose indicate all’articolo 2, comma 1, lettera a) di loro spettanza(comma 1). I predetti enti e persone giuridiche hanno l’obbligo di denunciare le cose non comprese nella prima elencazione nonché quelle che in seguito verranno ad aggiungersi per qualsiasi titolo al loro patrimonio, inserendole nell’elenco (comma 2) … I beni elencati nell’articolo 2, comma 1, lettera a) che appartengono ai soggetti indicati al comma 1 sono comunque sottoposti alle disposizioni di questo Titolo anche se non risultano compresi negli elenchi e nelle denunce previste dai commi 1 e 2 (comma 5)”.

Lo stesso T.U. 490/1999 disciplinava poi all’art. 54 l’alienazione degli immobili da esso tutelati ai sensi delle norme descritte, con un espresso rinvio alle norme in materia di beni demaniali di cui si è detto.

7. Il vigente d. lgs. 42/2004 riprende nelle linee generali la disciplina descritta, con alcuni contemperamenti di cui si dirà subito.

Ai sensi dell’art. 10 del decreto, “Sono beni culturali le cose immobili e mobili appartenenti allo Stato, alle regioni, agli altri enti pubblici territoriali, nonché ad ogni altro ente ed istituto pubblico e a persone giuridiche private senza fine di lucro, ivi compresi gli enti ecclesiastici civilmente riconosciuti, che presentano interesse artistico, storico, archeologico o etnoantropologico”, escluse, per quanto riguarda gli immobili, le opere “di autore vivente o la cui esecuzione non risalga ad oltre settanta anni”.

Per la loro concreta individuazione, però, il successivo art. 12 prevede un espresso procedimento.

Al comma 1, stabilisce che “Le cose indicate all’articolo 10, comma 1, che siano opera di autore non più vivente e la cui esecuzione risalga ad oltre settanta anni, sono sottoposte alle disposizioni della presente Parte fino a quando non sia stata effettuata la verifica di cui al comma 2.”

A sua volta, il comma 2 prevede che “I competenti organi del Ministero, d’ufficio o su richiesta formulata dai soggetti cui le cose appartengono e corredata dai relativi dati conoscitivi, verificano la sussistenza dell’interesse artistico, storico, archeologico o etnoantropologico nelle cose di cui al comma 1”, con le ulteriori formalità previste dal comma 3 se la richiesta riguarda beni immobili.

L’esito del procedimento di verifica si riflette sul regime giuridico del bene, nel senso che, in base al comma 4 dello stesso articolo, “Qualora nelle cose sottoposte a verifica non sia stato riscontrato l’interesse di cui al comma 2, le cose medesime sono escluse dall’applicazione delle disposizioni del presente Titolo”.

Nel caso particolare in cui si tratti di “cose appartenenti al demanio dello Stato, delle regioni e degli altri enti pubblici territoriali”, la documentazione da cui risulta la verifica negativa è trasmessa ai sensi del comma 5 agli enti titolari del bene, “affinché ne dispongano la sdemanializzazione qualora, secondo le valutazioni dell’amministrazione interessata, non vi ostino altre ragioni di pubblico interesse”; si precisa espressamente al comma 6 che “le cose di cui al comma 4 e quelle di cui al comma 5 per le quali si sia proceduto alla sdemanializzazione sono liberamente alienabili, ai fini del presente codice”.

Il riferimento alla sdemanializzazione va inteso secondo logica: la verifica negativa, per espresso disposto delle norme citate, fa uscire il bene dalla categoria dei beni culturali, e quindi, se è di proprietà dello Stato o di un ente territoriale, è sufficiente a farlo uscire dal regime del demanio pubblico, che fosse applicabile solo per tale ragione.

Una sdemanializzazione distinta dalla verifica sarà invece necessaria se il bene appartenesse al demanio anche per altre ragioni, ovvero non soltanto perché bene culturale, ma anche perché bene compreso in altre categorie di beni di per sé demaniali: potrebbe essere il caso di una biblioteca, che resta tale anche se ne sia stato escluso l’interesse artistico o storico.

8. Le norme della l. 1089/1939 -e lo stesso può dirsi per quelle conformi del T.U. 490/1999- appena descritte hanno registrato un’interpretazione non uniforme quanto all’esatta individuazione dei criteri in base ai quali i beni di proprietà di un ente pubblico vanno ritenuti sottoposti a tutela come beni di interesse culturale.

Si registrano in proposito due indirizzi giurisprudenziali.

Secondo il primo di essi, il bene il quale abbia i requisiti di cui all’art. 1 della legge, sia cioè di interesse “artistico, storico, archeologico o etnografico…”, ove appartenga ad un ente pubblico è per ciò solo sottoposto a tutela, indipendentemente da un provvedimento amministrativo in tal senso; si afferma in particolare che l’inclusione negli elenchi previsti dall’art. 4 della legge potrebbe anche mancare, ed ove vi sia ha efficacia soltanto dichiarativa: in tal senso, fra le molte C.d.S. sez. VI 15 ottobre 1996 n.1354; 13 maggio 2002 n.2564; 14 febbraio 2007 n.607, nonché Cass. civ. sez. I 26 giugno 1990 n.6496; 24 aprile 2003 n.6522; 10 febbraio 2006 n.2995 e Cass. pen. sez. III 9 ottobre 1998 n.12003 e sez. V 26 aprile 2005 n.23668.

Secondo altro indirizzo, da un formale provvedimento di dichiarazione dell’interesse non si potrebbe comunque prescindere. In tal senso, C.d.S. sez. VI 2 novembre 1998 n.1479; 8 febbraio 2000 n.678 e 8 gennaio 2003 n.20, le quali osservano che la legge non lo esclude in modo espresso, ed anzi, facendo rinvio alle disposizioni “del presente titolo”, richiama per implicito anche quelle che prevedono la cd notifica, necessaria per vincolare i beni privati; osservano ancora che tale interpretazione raggiungerebbe un duplice scopo, quello di accentrare nell’autorità competente le valutazioni in materia e quello di garantire la certezza del diritto nella circolazione dei beni.

9. Ad avviso del Collegio, i due indirizzi contrapposti sono solo apparentemente in contraddizione, ed anzi consentono di identificare un punto di equilibrio che contempera gli interessi coinvolti.

E’ necessario partire dalla vigente disciplina del d. lgs. 42/2004, che come si è visto contiene una disciplina esplicita nel senso che la qualità di bene culturale nei beni posseduti da soggetti pubblici è presunta, ma solo in via relativa, perché permane solo se i relativi requisiti sono riconosciuti in concreto attraverso il procedimento di verifica.

Ritiene il Collegio che tale diversa disciplina non sia radicalmente innovativa, ma rappresenti semplicemente una precisazione di quanto già è immanente nel sistema.

10. E’ evidente, per ragioni logiche prima che giuridiche, che il riconoscimento di interesse “artistico, storico, archeologico o etnografico…” di un qualsiasi bene, mobile o immobile che esso sia, è il risultato di un giudizio non sempre immediato e comunque ampiamente discrezionale, che richiede conoscenze specifiche, non necessariamente patrimonio del comune cittadino.

Nel caso che interessa, di un bene immobile, il senso comune porta ad esempio a dire che un edificio di costruzione risalente, nella previsione della legge che risalga a più di cinquant’anni, un simile interesse potrebbe, a prima vista, ragionevolmente rivestirlo, ma di fronte ad una verifica approfondita ci si potrebbe anche convincere del contrario.

Ciò posto, il sistema delineato fin dalla l. 1089/1939 protegge il patrimonio pubblico, che in uno Stato democratico è patrimonio di tutti i cittadini, in via presuntiva, ovvero assoggettando al vincolo tutti i beni, e fra essi tutti gli immobili, di proprietà pubblica per i quali l’interesse culturale è ipotizzabile; impone però la tutela in via di presunzione relativa, perché non proibisce in alcun modo all’amministrazione di far venir meno la tutela, ove essa abbia accertato, nell’esercizio delle proprie specifiche competenze in materia, che l’interesse in concreto non sussiste.

In altre parole, non è mai stato proibito che l’amministrazione, con un proprio atto, operi con esito negativo una verifica dell’effettiva sussistenza dell’interesse tutelato, e quindi faccia uscire il bene dalla categoria dei beni culturali, sottraendolo alla relativa disciplina speciale, con l’effetto, nei congrui casi, di renderlo fra l’altro liberamente commerciabile. In tal senso, sono fatti salvi sia l’interesse a che l’apprezzamento venga compiuto da organi qualificati, sia l’interesse alla certezza nella circolazione dei beni, poiché ove l’amministrazione si sia pronunciata sullo stato giuridico del bene non sussistono più dubbi.

Il vigente d. lgs. 42/2004, pertanto, si limita a prevedere un procedimento particolare per esercitare, a richiesta del privato, un potere di verifica di cui l’amministrazione è sempre stata titolare, e che a tutt’oggi potrebbe essere esercitato anche d’ufficio.

11. In tale ordine di idee, l’atto di disposizione del bene immobile vincolato in base alla presunzione relativa che sia di proprietà di un ente territoriale, in questo caso del Comune, è affetto da nullità, perché ha per oggetto un bene presuntivamente culturale e perciò un bene demaniale.

Si tratta però di una nullità che anzitutto può essere evitata, se prima della stipula la presunzione sia fatta venir meno. Ciò poteva avvenire, e può avvenire tuttora, per effetto di un provvedimento con il quale d’ufficio l’amministrazione statale competente, ovvero la Soprintendenza, avesse accertato che l’interesse storico artistico non sussiste e fatto perdere al bene la connotazione di bene culturale, rendendolo in linea di principio disponibile.

Nell’attuale sistema del d. lgs. 42/2004, a questa possibilità se ne è aggiunta una ulteriore, ovvero il procedimento di verifica attivato dal privato.

Si tratta poi di una nullità sanabile, se, pur dopo la stipula, la presunzione sia fatta venir meno. Ciò avviene, in concreto, ove la stessa Soprintendenza, venuta a conoscenza dell’atto, compia a posteriori lo stesso accertamento di non sussistenza dell’interesse storico artistico: anche in questo caso, il bene perderà, ora per allora, la connotazione di bene culturale, e l’atto di disposizione resterà valido, mentre in caso contrario potrà essere fatta valere la nullità

12. Tale ipotesi di sanatoria si deve ritenere verificata nel caso di specie.

Come detto in premesse, risulta che il ricorrente appellato, dopo l’acquisto dell’immobile, avvenuto, lo si noti, con una procedura di pubblica evidenza, il 9 gennaio 2009 chiese alla competente Soprintendenza di pronunciarsi in ordine all’esistenza di vincoli, non mancando di precisare che il bene era in origine di proprietà pubblica (doc. 17 in I grado ricorrente appellato, cit.).

Risulta poi che la Soprintendenza compì istruttoria con una prima nota interlocutoria del 23 marzo 2009 (doc. 21 in I grado ricorrente appellato, cit.) e con una seconda nota 13 gennaio 2010 di richiesta di integrazioni alla pratica (doc. 22 in I grado ricorrente appellato, cit.).

Risulta infine che all’esito la stessa Soprintendenza con nota 7 maggio 2010 prot. n.1657, dichiarò in modo espresso ed univoco “che l’immobile di cui si tratta non risulta sottoposto a tutela ai sensi del titolo II del d. lgs. 42/04” (doc. 24 in I grado ricorrente appellato, cit).

Si tratta di una chiara affermazione di insussistenza dell’interesse storico artistico del bene, che vale a sanare l’atto di vendita, e che non poteva essere successivamente ritirata con l’atto 20 maggio 2015 prot. n.6611 impugnato con i terzi motivi aggiunti, che correttamente il Giudice di primo grado ha ritenuto di accogliere.

L’appello principale va quindi respinto, perché l’atto 20 maggio 2015 prot. n.6611 è fondato sull’errata affermazione dell’esistenza di un vincolo che invece era venuto meno. E’ solo per completezza che si aggiunge che, a fronte della scoperta nell’immobile in questione di elementi architettonici di pregio artistico, nulla avrebbe impedito alla Soprintendenza di avviare il procedimento volto a sottoporli a tutela, come è ben possibile per i beni divenuti di proprietà privata.

13. La reiezione dell’appello principale comporta che si debba esaminare l’appello incidentale, proposto quanto alla domanda risarcitoria, che peraltro risulta a sua volta infondata.

Come è pacifico, la domanda risarcitoria proposta avanti il Giudice amministrativo è soggetta ai principi generali in tema di onere probatorio: chi la propone, ha appunto l’onere di provare, in modo rigoroso, i fatti e gli elementi specifici che ne costituiscono fondamento, poiché si trova nella posizione migliore per poterlo fare, secondo la regola cd della vicinanza della prova: così fra le molte C.d.S. sez. V 11 maggio 2017 n.2184, IV 30 giugno 2011 n.3887 e sez. V 13 giugno 2008 n.2967

Di conseguenza, l’interessato deve provare in modo specifico tutti gli elementi della fattispecie, in particolare, per quanto qui rileva, l’esistenza del danno e la sua entità: così, sempre fra le molte, C.d.S. sez. V 13 marzo 2017 n.1139 e sez. IV 7 settembre 2009 n.5199.

14. In proposito, l’appellante incidentale fa valere quattro distinte voci di danno, ovvero (appello incidentale, p. 19): “1) il fermo lavori che genera attualmente una perdita economica e di produzione del lavoro di circa € 400.00 per giornata lavorativa … 2) La mancata realizzazione nei tempi previsti dal permesso di costruire per la consegna del “fine lavori”, con ripercussioni sul piano commerciale per la vendita dei 5 appartamenti. 3) La mancata apertura del settore boxe in previsione della programmata attività di pugilato dilettanti e boxe-competition per gennaio/febbraio 2013 nella stanza oggetto di sequestro e blocco dei lavori. 4) Le spese sostenute in anticipo ed acconto a tutti i professionisti impegnati nella realizzazione delle opere”, oltre (appello incidentale, p. 20) ad un generico malessere che la vicenda gli avrebbe procurato.

15. Si deve però osservare che per quest’ultima voce il ricorrente non offre nemmeno un principio di prova volta a dimostrare l’esistenza di un effettivo nesso causale fra il malessere sofferto e la vicenda per cui è processo, perché il certificato da lui prodotto, relativo ad un accesso al pronto soccorso in condizioni di non urgenza, parla genericamente di stress emotivo, senza nulla di più specificare (doc. 3 appellante incidentale).

Quanto alle altre presunte voci di danno, l’appellante incidentale si limita ad affermazioni generiche, senza offrire anche in questo caso nemmeno un principio di prova delle perdite e dei costi che a suo dire avrebbe sopportato, come ad esempio fatture relative ai compensi ai professionisti o al pagamento di penali per il fermo lavori, ovvero documentazione sugli affari a suo dire mancati, come la presunta vendita degli appartamenti, non meglio identificati, che egli dichiara di aver voluto costruire e l’altrettanto presunto mancato avvio dell’attività sportiva.

Di conseguenza, la domanda non va accolta.

16. La soccombenza reciproca e la particolarità della questione decisa, sulla quale non constano precedenti editi negli esatti termini, sono giusti motivi per compensare per intero fra le parti le spese del giudizio.

P.Q.M.

Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale (Sezione Sesta), definitivamente pronunciando sull’appello come in epigrafe proposto (ricorso n.91/2017 R.G.), così provvede:

a) respinge l’appello principale;

b) respinge l’appello incidentale;

c) compensa per intero fra le parti le spese del giudizio.

Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall’autorità amministrativa.

Ritenuto che sussistano i presupposti di cui all’art.22, comma 8 d. lgs. 196/2003, manda alla Segreteria di procedere, in qualsiasi ipotesi di diffusione del presente provvedimento, all’oscuramento delle generalità nonché di qualsiasi dato idoneo a rivelare lo stato di salute delle parti o di persone comunque ivi citate.

Così deciso in Roma nella camera di consiglio del giorno 28 settembre 2017 […]

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