Quote latte, corresponsione degli interessi, cartella esattoriale non preceduta da avviso di accertamento, obbligo di motivazione ex art 3 legge n. 241/1990: la cartella di pagamento va annullata se, mancando l’indicazione del tasso, della decorrenza e del metodo di calcolo, i contribuenti non siano stati posti nella condizione di calcolare la correttezza della imputazione operata dall’amministrazione

Consiglio di Stato sentenza n. 8816 24 dicembre 2019

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per la riforma

della sentenza del Tribunale Amministrativo Regionale per il Friuli Venezia Giulia (Sezione Prima) n. 00210/2018, resa tra le parti, concernente la domanda di annullamento della cartella di pagamento n. 30020150000007950000, emessa nei confronti dell’appellato dall’Agenzia per le Erogazioni in Agricoltura.

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FATTO

1. Nel giudizio di primo grado il signor Omissis, produttore lattiero-caseario titolare dell’omonima azienda agricola, ha chiesto l’annullamento della cartella di pagamento n. 30020150000007950000, emessa nei suoi confronti dall’Agenzia per le Erogazioni in Agricoltura in relazione al debito per prelievo latte riferito alle annate 1997 e 1998, per un importo complessivo, comprensivo di capitale e interessi, di € 50.062,33.

L’impugnativa è stata estesa con un primo ricorso per motivi aggiunti alla successiva intimazione “sollecitatoria” di pagamento n. 54702201700000559000; e, con un secondo ricorso per motivi aggiunti, alla comunicazione preventiva di iscrizione ipotecaria n. 54705201800000065000, notificata da AGEA in data 22.05.2018.

2. Questi i motivi di diritto dedotti:

I) “Violazione e falsa applicazione di legge (artt. 8-ter, 8-quater, 8-quinquies della legge n. 33 del 2009, di conversione del decreto legge n. 5 del 2009 – art. 10, comma 34, decreto legge n. 49 del 2003)”: la legge sembrerebbe legittimare solo l’imputazione del pagamento del prelievo e non anche quella degli interessi; il pagamento degli interessi relativi alle annate lattiere che qui vengono in rilievo sarebbe, in ogni caso, coperto da sanatoria a favore dei produttori, autorizzata dal Consiglio U.E.

II) “Violazione di legge (art. 3 della legge n. 241 del 1990 e dell’art. 24 Cost.) – Carenza di motivazione”: nonostante l’ingente importo asseritamente dovuto a titolo di interessi, l’Agenzia non ha fornito alcun dettaglio circa il relativo calcolo, che possa consentire di comprendere l’effettivo periodo in relazione al quale sono stati addebitati tali interessi e il tasso applicato.

III) “Illegittimo calcolo degli interessi moratori addebitati col provvedimento impugnato con il ricorso per motivi aggiunti”: non risulta indicato il tasso d’interesse applicato ed, inoltre, esso opera su somme che non sarebbero dovute in quanto calcolate su importi assoggettati a tassi di interesse non specificati con alcun provvedimento di AGEA.

3. Con sentenza n. 210/2018, il giudice di primo grado ha accolto parzialmente il ricorso, ritenendo che, benché sia indubitabile la spettanza degli interessi, tuttavia, la mancata indicazione delle modalità di calcolo degli stessi (in particolare, con riguardo al periodo preso in considerazione e al tasso applicato) rende la cartella e la successiva intimazione di pagamento “inintelligibili in tale parte, al punto da impedire al ricorrente di esercitare appieno le prerogative di tutela giurisdizionale spettantegli ex art. 24 Cost.”. Secondo il Tar tale violazione s’appalesa, peraltro, ancor più grave, in considerazione del fatto che le presupposte intimazioni di pagamento, essendo assai risalenti nel tempo, non recavano sicuramente l’ingente ammontare degli interessi ora addebitati; e che il Tar del Lazio, con ordinanza cautelare n. 6968 in data 4 agosto 2000, emessa nel giudizio contraddistinto dal n. R.G. 11805/2000, aveva accordato all’odierno appellato (così come agli altri proponenti il medesimo ricorso) la sospensione dell’esecuzione delle intimazioni di prelievo colà impugnate e dal cui mancato pagamento ha tratto origine la cartella qui opposta, il che rende ancora più difficile decifrare l’esatto lasso temporale in relazione al quale sono stati calcolati gli interessi.

Il secondo ricorso per motivi aggiunti è stato invece dichiarato estinto per rinuncia della parte, ai sensi dell’art. 84 c.p.a..

4. Appellano congiuntamente in questa sede AGEA – Agenzia per le Erogazioni in Agricoltura e il Ministero delle Politiche Agricole e Forestali, sostenendo che:

4.1) la cartella esattoriale ha un contenuto “tassativo”, indicato nell’art. 75 DPR 602/1973 come integrato dall’art. 7 comma 2 della L. 212/2000, e nessuna di tali norme prevede a pena di nullità l’indicazione del calcolo degli interessi;

– peraltro, la delega ad Agea dell’attività di riscossione relativa ai prelievi “quote latte”, conferita con l’art. 1, comma 525, l. 228/2012, ha “imposto” l’utilizzo del modello predisposto ad hoc dall’Agenzia delle Entrate, il quale non richiede particolari indicazioni in merito al calcolo degli interessi. E’ dunque il legislatore, mediante la previsione di un “modello” di cartella cui l’Amministrazione deve conformarsi, ad aver sancito ex ante l’esaustività sotto il profilo motivazionale degli elementi ivi riportati, sicché imporre un diverso ed ulteriore onere motivazionale, con riferimento ad aspetti non contemplati nel fac-simile, significherebbe addossare in capo all’Agea un onere ultra legem;

4.2) quanto alla intelligibilità della cartella, osserva la parte appellante come gli interessi di cui trattasi siano inequivocabilmente quelli di cui all’art. 8 quater L. 33/2009, ovvero i c.d. interessi di rateizzazione.

– Ciò emerge in modo evidente dal contenuto della cartella impugnata laddove, con riferimento alle campagne 1998-1999, si legge che “le imputazioni di prelievo della presente cartella sono state intimate ai sensi della legge 33/2009”. Ebbene, l’art. 8-quater, comma 3, della legge n. 33/2009 disciplina analiticamente il tasso di interesse applicabile alle rateizzazioni, rendendolo perfettamente conoscibile alla parte interessata, senza necessità di alcuna più specifica motivazione sul punto;

– il giudice di primo grado non avrebbe considerato, poi, che con il primo motivo del ricorso di prime cure è stata contestata, nel merito, la debenza degli interessi indicati in cartella, il che dimostrerebbe che alla parte ricorrente erano noti la tipologia di interessi applicati ed i criteri seguiti per la loro determinazione.

5. La parte appellata si è ritualmente costituita in giudizio, replicando agli assunti avversari e chiedendone l’integrale reiezione.

6. A seguito del rinvio al merito dell’istanza cautelare, la causa è stata discussa e posta in decisione all’udienza pubblica del 28 novembre 2019.

DIRITTO

1. Occorre premettere che, in materia tributaria ed esattoriale, la generale portata precettiva dell’obbligo di motivazione va differenziata, in applicazione del principio di buon andamento dei pubblici uffici tutelato dall’art. 97 Cost., a seconda del contenuto prescritto dalle afferenti norme per ciascun atto impositivo: tanto obbliga a distinguere, in particolare, tra l’atto (più semplificato) di mera liquidazione dell’imposta corrispondente a quanto dichiarato dal contribuente e quello (richiedente, invece, un’adeguata motivazione) di vero e proprio accertamento di un’imposta non dichiarata o maggiore di quella dichiarata, quindi e comunque svincolata dalla dichiarazione per omissione od infedeltà della stessa (Cass. civ., sez. trib., n. 13335/2009 e n. 25329/2014).

1.1. Nell’ambito dell’alternativa sin qui richiamata, il caso in esame – avente ad oggetto una cartella esattoriale non preceduta da avviso di accertamento – accede alla seconda ipotesi, in relazione alla quale l’indirizzo della giurisprudenza di legittimità ravvisa un vincolo di esplicazione congrua, sufficiente ed intellegibile dell’onere motivazionale, desumendolo come imposto dai principi di carattere generale indicati, per ogni provvedimento amministrativo, dalla L. n. 241 del 1990, art. 3, e recepiti, per la materia tributaria, dalla L. n. 212 del 2000, art. 7.

1.2. Con più specifico riguardo al calcolo degli interessi, poi, la stessa giurisprudenza è dell’avviso che siffatto obbligo motivazionale debba ritenersi disatteso nel caso in cui, mancando l’indicazione del tasso, della decorrenza e del metodo di calcolo, i contribuenti non siano stati posti nella condizione di calcolare la correttezza della imputazione operata dall’amministrazione (ex multis Cass. civ., sez. trib., n. 9799/2017 e 24933/2016).

2. Alla stregua dei principi innanzi segnalati, cadono, in quanto infondati, tutti i rilievi mossi alla pronuncia appellata attraverso il primo mezzo di impugnazione, in quanto:

2.1) l’art. 7, comma 2, L. 212/2000, pur non facendo espressa menzione di un onere motivazionale riferito al calcolo degli interessi, nondimeno richiama l’articolo 3 della legge 7 agosto 1990, n. 241, concernente la motivazione dei provvedimenti amministrativi; e tale principio è rivestito di latitudine tale da estendersi ad ogni contenuto e presupposto – di fatto e di diritto – dell’atto, meritevole di adeguata esplicazione;

– tanto induce a ritenere che, laddove il calcolo degli interessi non si traduca in una mera operazione matematica, indirizzata in modo univoco da presupposti noti e metodologie predefinite, ma assuma la consistenza di operazione complessa, implicante l’acquisizione aliunde di nozioni ed elementi conoscitivi, allora l’obbligo motivazionale debba tradursi in una rappresentazione del metodo di calcolo, del periodo considerato e del tasso applicato;

– il principio appare particolarmente calzante al caso qui in esame, in quanto nella specifica situazione data l’operazione di calcolo si rendeva di lettura particolarmente criptica per effetto della intervenuta sospensione dell’esecuzione delle intimazioni di prelievo e della conseguente difficoltà di individuazione del periodo temporale utile per il conteggio degli interessi;

– tutto ciò posto, non vale invocare, da parte dell’amministrazione, l’esimente del contenuto tassativo ed esaustivo del “modello” di cartella di pagamento, già predisposto dall’Agenzia delle Entrate e passivamente recepito da Agea. Siffatto schema, infatti, non è imposto da norma di legge in grado di contravvenire all’obbligo sancito dagli artt. 7, comma 2, L. 212/2000 e 3 L. 241/1990.

Inoltre, l’art. 1, comma 525, l. 228/2012, diversamente da quanto sostenuto dalla parte appellante, non “impone” l’utilizzo del modello predisposto ad hoc dall’Agenzia delle Entrate, ma semplicemente abilita Agea ad “avvalersi, su base convenzionale, per le fasi di formazione del ruolo, di stampa della cartella di pagamento e degli altri atti della riscossione, nonché per l’eventuale assistenza nella fase di gestione del contenzioso, delle società del Gruppo Equitalia”.

2.2) Con riguardo al secondo motivo di appello, occorre anzitutto precisare che alcun riferimento specifico all’art. 8-quater, comma 3, L. 33/2009 figura nella cartella di pagamento, posto che nella stessa si fa generico richiamo alla legge n. 33/2009, nei seguenti termini: “le imputazione di prelievo oggetto della presente cartella sono state intimate ai sensi della legge n. 33/2009”.

Ciò posto e ferme restando le considerazioni già svolte in ordine alla scarsa intellegibilità del periodo assunto a riferimento nel conteggio degli interessi, la lettura del menzionato art. 8-quater rende contezza di un contenuto dispositivo articolato, ancorato a diverse variabili (elencate alle lettera a, b e c) che orientano in modo diverso il metodo di computo a seconda di come si atteggino i presupposti temporali presi a riferimento.

Alla stregua di tali parametri, la sola indicazione di un importo conclusivo non rende percepibile, pertanto, la metodologia di calcolo applicata, soprattutto con riferimento al lasso temporale considerato, in relazione al quale si determina anche il tasso di interesse applicato.

Vi è ancora da considerare che neppure nell’atto di appello l’amministrazione ricorrente fornisce elementi di chiarimento in ordine al periodo temporale considerato ai fini del conteggio degli interessi; di contro, la generica contestazione della debenza degli stessi, contenuta nel primo motivo del ricorso di prime cure, non consente di ritenere che la parte, all’atto della instaurazione del giudizio, fosse consapevole dei criteri di calcolo applicati dall’amministrazione. Nessun elemento rivelatore di una effettiva padronanza della materia tecnica qui controversa è possibile desumere, infatti, dall’insieme di deduzioni contenute nell’atto introduttivo del giudizio.

3. Per quanto esposto, l’appello non può trovare accoglimento.

4. Tenuto conto della natura essenzialmente procedimentale dei profili di illegittimità accertati oltre che del tenore delle difese in atti, si ravvisano giusti motivi per compensare le spese del presente grado di giudizio.

P.Q.M.

Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale (Sezione Terza), definitivamente pronunciando sull’appello, come in epigrafe proposto,

lo respinge.

[…]

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