Reato prescritto e fondatezza interdittiva antimafia

Sentenza Consiglio di Stato n. 455 30 gennaio 2015

L’interdittiva prefettizia antimafia costituisce una misura preventiva volta a colpire l’azione della criminalità organizzata impedendole di avere rapporti contrattuali con la pubblica amministrazione.

Trattandosi di una misura a carattere preventivo, l’interdittiva prescinde dall’accertamento di singole responsabilità penali nei confronti dei soggetti che, nell’esercizio di attività imprenditoriali, hanno rapporti con la pubblica amministrazione e si fonda sugli accertamenti compiuti dai diversi organi di polizia valutati, per la loro rilevanza, dal Prefetto territorialmente competente.

Tale valutazione costituisce espressione di ampia discrezionalità che può essere assoggettata al sindacato del giudice amministrativo solo sotto il profilo della sua logicità in relazione alla rilevanza dei fatti accertati.

Essendo il potere esercitato espressione della logica di anticipazione della soglia di difesa sociale, finalizzata ad assicurare una tutela avanzata nel campo del contrasto alle attività della criminalità organizzata, la misura interdittiva non deve necessariamente collegarsi ad accertamenti in sede penale di carattere definitivo e certi sull’esistenza della contiguità dell’impresa con organizzazione malavitose, e quindi del condizionamento in atto dell’attività di impresa, ma può essere sorretta da elementi sintomatici e indiziari da cui emergano sufficienti elementi del pericolo che possa verificarsi il tentativo di ingerenza nell’attività imprenditoriale della criminalità organizzata.

Anche se occorre che siano individuati (ed indicati) idonei e specifici elementi di fatto, obiettivamente sintomatici e rivelatori di concrete connessioni o possibili collegamenti con le organizzazioni malavitose, che sconsigliano l’instaurazione di un rapporto dell’impresa con la pubblica amministrazione, non è necessario un grado di dimostrazione probatoria analogo a quello richiesto per dimostrare l’appartenenza di un soggetto ad associazioni di tipo camorristico o mafioso, potendo l’interdittiva fondarsi su fatti e vicende aventi un valore sintomatico e indiziario e con l’ausilio di indagini che possono risalire anche ad eventi verificatisi a distanza di tempo.

Di per sé non basta a dare conto del tentativo di infiltrazione il mero rapporto di parentela con soggetti risultati appartenenti alla criminalità organizzata (non potendosi presumere in modo automatico il condizionamento dell’impresa), ma occorre che l’informativa antimafia indichi (oltre al rapporto di parentela) anche ulteriori elementi dai quali si possano ragionevolmente dedurre possibili collegamenti tra i soggetti sul cui conto l’autorità prefettizia ha individuato i pregiudizi e l’impresa esercitata da loro congiunti.

Gli elementi raccolti non vanno considerati separatamente dovendosi piuttosto stabilire se sia configurabile un quadro indiziario complessivo, dal quale possa ritenersi attendibile l’esistenza di un condizionamento da parte della criminalità organizzata.

 

Sentenza Consiglio di Stato n. 455 30 gennaio 2015

[…]

DIRITTO

1. – Il giudizio ha ad oggetto una informativa c.d. tipica emessa in data 17.12.2012, prima della entrata in vigore del nuovo codice antimafia.

Con riferimento a tale interdittiva antimafia, prevista dall’art. 4 del d. lgs. n. 490 del 1994 e dall’art. 10 del d.P.R. 3 giugno 1998, n. 252 (ed oggi dagli articoli 91 e segg. del D. Lgs. 6 settembre 2011, n. 159, recante il Codice delle leggi antimafia e delle misure di prevenzione) questa Sezione (con sentenze n. 5995 del 12 novembre 2011 e n. 5130 del 14 settembre 2011) ha più volte affermato:

– che l’interdittiva prefettizia antimafia costituisce una misura preventiva volta a colpire l’azione della criminalità organizzata impedendole di avere rapporti contrattuali con la pubblica amministrazione;

– che, trattandosi di una misura a carattere preventivo, l’interdittiva prescinde dall’accertamento di singole responsabilità penali nei confronti dei soggetti che, nell’esercizio di attività imprenditoriali, hanno rapporti con la pubblica amministrazione e si fonda sugli accertamenti compiuti dai diversi organi di polizia valutati, per la loro rilevanza, dal Prefetto territorialmente competente;

– che tale valutazione costituisce espressione di ampia discrezionalità che può essere assoggettata al sindacato del giudice amministrativo solo sotto il profilo della sua logicità in relazione alla rilevanza dei fatti accertati;

– che, essendo il potere esercitato espressione della logica di anticipazione della soglia di difesa sociale, finalizzata ad assicurare una tutela avanzata nel campo del contrasto alle attività della criminalità organizzata, la misura interdittiva non deve necessariamente collegarsi ad accertamenti in sede penale di carattere definitivo e certi sull’esistenza della contiguità dell’impresa con organizzazione malavitose, e quindi del condizionamento in atto dell’attività di impresa, ma può essere sorretta da elementi sintomatici e indiziari da cui emergano sufficienti elementi del pericolo che possa verificarsi il tentativo di ingerenza nell’attività imprenditoriale della criminalità organizzata;

– che, anche se occorre che siano individuati (ed indicati) idonei e specifici elementi di fatto, obiettivamente sintomatici e rivelatori di concrete connessioni o possibili collegamenti con le organizzazioni malavitose, che sconsigliano l’instaurazione di un rapporto dell’impresa con la pubblica amministrazione, non è necessario un grado di dimostrazione probatoria analogo a quello richiesto per dimostrare l’appartenenza di un soggetto ad associazioni di tipo camorristico o mafioso, potendo l’interdittiva fondarsi su fatti e vicende aventi un valore sintomatico e indiziario e con l’ausilio di indagini che possono risalire anche ad eventi verificatisi a distanza di tempo;

– che di per sé non basta a dare conto del tentativo di infiltrazione il mero rapporto di parentela con soggetti risultati appartenenti alla criminalità organizzata (non potendosi presumere in modo automatico il condizionamento dell’impresa), ma occorre che l’informativa antimafia indichi (oltre al rapporto di parentela) anche ulteriori elementi dai quali si possano ragionevolmente dedurre possibili collegamenti tra i soggetti sul cui conto l’autorità prefettizia ha individuato i pregiudizi e l’impresa esercitata da loro congiunti;

-che, infine, gli elementi raccolti non vanno considerati separatamente dovendosi piuttosto stabilire se sia configurabile un quadro indiziario complessivo, dal quale possa ritenersi attendibile l’esistenza di un condizionamento da parte della criminalità organizzata.

2. – Calando tali principi al caso che occupa l’appello non merita accoglimento.

Il punto centrale della interdittiva riguarda la posizione di tale M.L., soggetto indicato come appartenente alla criminalità organizzata, dipendente della società appellante e nipote di M.A., quest’ultimo proprietario, insieme alla moglie, della società ed amministratore unico.

La sentenza del Tribunale di Santa Maria Capua Vetere ha assolto il M. L. dai reati ascrittigli, tuttavia il fatto che nei confronti del sopradetto M.L. sia intervenuta sentenza di proscioglimento, non è in sé elemento decisivo al fine di ritenere illegittima la informativa prefettizia sia, come si vedrà, in relazione al contenuto della sopradetta sentenza, sia in relazione alla rilevanza degli elementi raccolti dal Prefetto al momento dell’adozione della interdittiva, elementi significativi che, sulla base del principio tempus regit actum, ben giustificavano la adozione della stessa.

Semmai circostanze emerse successivamente potrebbero giustificare una richiesta di aggiornamento della interdittiva, ma non sono idonee ad incidere sulla correttezza della originaria valutazione della Prefettura.

Quanto alla sentenza di proscioglimento, deve considerarsi che con riferimento al capo di imputazione n.26 (turbativa d’asta) si dava atto della esistenza di intercettazioni telefoniche tra l’imputato e -OMISSIS- -OMISSIS- sulla base delle quali il Tribunale ha affermato che “M.L. contribuì alla predisposizione delle buste d’appoggio della turbativa in esame (tra le partecipanti alla gara risulta un’impresa, la -OMISSIS-, avente come amministratore unico lo zio dell’imputato)”.

“Gli evidenziati elementi probatori escludono la possibilità di addivenire ad una pronuncia assolutoria nel merito per la contestazione di cui al capo 26 ; anche in tale caso, tuttavia, deve pervenirsi ad una pronuncia di non doversi procedere per intervenuta prescrizione, previa esclusione dell’aggravante di cui all’art. 353 co.II c.p.”.

“Infatti come già detto per R.L. e D’A. M., non emerge alcun elemento di prova che induca a ritenere che M. L. il cui contributo per come emerso dal processo si è limitato alla predisposizione di una o più buste d’appoggio, fosse anche a conoscenza dei rapporti di connivenza tra i sodali e un soggetto preposto all’espletamento della procedura di gara, né vi sono elementi sufficienti a poter affermare che, in concreto, egli avrebbe dovuto prevedere tale circostanza.” “Quanto ai reati di cui al capo 19, pure contestati al M.L., sussistono invece i presupposti di una pronuncia assolutoria nel merito perché manca del tutto la prova del suo coinvolgimento in tali turbative: nessuna impresa a lui riconducibile (neppure la citata -OMISSIS-) risulta tra le partecipanti a tali procedure, né vi sono intercettazioni a carico dell’imputato riferibili a tali fatti. M.L. deve pertanto essere assolto dai reati a lui ascritti riferibili al capo 19 per non avere commesso il fatto.”

Concludendo:

-in capo al M.L. è stata accertata la commissione del fatto di turbativa d’asta (capo 26) per il quale non è stato condannato a causa della prescrizione;

-elemento indiziario che ha indotto il Tribunale a ritenere provata la turbativa d’asta consisteva nel fatto che in quella gara partecipava la -OMISSIS-, odierna appellante, il cui amministratore era lo zio dell’imputato.

Deve quindi considerarsi che la sentenza penale invocata, e sulla quale molto ha insistito la difesa dell’appellante, non assume portata risolutiva per escludere la fondatezza della interdittiva ed anzi è significativo il fatto che il reato per il quale il M.L. era imputato e non condannato per intervenuta prescrizione, viene contemplato ora dall’art. 84 co.4 lett. a) del d.lgs. 159/2011 (art. 353 c.p.).

In ogni caso, al momento della adozione della interdittiva e sulla base del già richiamato principio tempus regit actum, era indubitabile che:

-esisteva un procedimento penale in cui M.L., responsabile tecnico della società, rinviato a giudizio nell’ambito del procedimento ”Normandia 2”, rivestiva la posizione di persona sottoposta alle indagini per 416 bis e turbativa d’asta aggravata dall’art. 7 del legge n.203/91 per fatti risalenti al 2004;

– il M.L. era imparentato con l’amministratore unico della società appellante ed ha ricevuto redditi dalla società dal 2005 al 2011;

-la ordinanza del Gip presso il Tribunale di Napoli del 21.6.2010 ha ritenuto sussistere in capo al M.L. gravi indizi di colpevolezza e non ha applicato altre misure quali quelle inerenti la libertà personale solo per la ritenuta insussistenza del pericolo di reiterazione del reato;

– in detto procedimento M.L. era stato rinviato a giudizio, sia per associazione di stampo mafioso, sia per turbativa d’asta;

– esistevano elementi che evidenziavano la contiguità del M.L. con ambienti della malavita organizzata riconducibili al “clan dei -OMISSIS-”.

Né poteva avere rilievo la risalenza nel tempo degli avvenimenti al vaglio del giudice penale (2004) se si tiene conto della natura e del tipo di intrecci del fenomeno mafioso in un contesto geografico particolarmente difficile; ed infatti, come è stato frequentemente rilevato in giurisprudenza, il semplice decorso del tempo non assume un ruolo significativo per ritenere recisi i collegamenti malavitosi, né nel caso in esame assume significato il fatto che il M.L. sia stato alle dipendenze della società per periodi sporadici nel periodo 2005 al 2011 o il fatto che lo stesso risulti incensurato o infine che la -OMISSIS- abbia interrotto ogni rapporto con il medesimo.

E’ ragionevole poi ritenere che la posizione del M.L. nella vita imprenditoriale abbia assunto un peso ben più rilevante di quanto appaia in relazione alla sua qualifica formale, come peraltro chiaramente emerso nel corso del procedimento penale nel quale il giudice ha ritenuto raggiunta la prova che M.L. abbia commesso fatti integranti il reato di turbata libertà degli incanti proprio in una gara pubblica partecipata dalla -OMISSIS-.

3. – Per i motivi suddetti l’appello non merita accoglimento e la sentenza del Tar deve essere confermata.

4. – Spese ed onorari del grado tuttavia in relazione alla peculiarità della fattispecie possono essere compensati.

P.Q.M.

Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale (Sezione Terza)

definitivamente pronunciando sull’appello, come in epigrafe proposto,

lo respinge.

Spese compensate.

Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall’autorità amministrativa.

Ritenuto che sussistano i presupposti di cui all’art. 52, comma 1 D. Lgs. 30 giugno 2003 n. 196, a tutela dei diritti o della dignità della parte interessata, per procedere all’oscuramento delle generalità degli altri dati identificativi di …….. manda alla Segreteria di procedere all’annotazione di cui ai commi 1 e 2 della medesima disposizione, nei termini indicati.

Così deciso in Roma nella camera di consiglio del giorno 27 novembre 2014 […]

 

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