Recupero aiuti di Stato, Consiglio di Stato sentenza n. 5976 19 dicembre 2017 sul dies a quo del termine prescrizionale per il recupero di somme oggetto di sgravi fiscali (a seguito della decisione n. 2000/394/CE della Commissione europea): credito restitutorio dello Stato non esigibile prima del compimento dell’istruttoria “caso per caso”, volta a verificare la sussistenza dei presupposti per il recupero

Chiarimenti e precisazioni del  Consiglio di Stato in materia di prescrizione del recupero aiuti di Stato, sentenza n. 5976 19 dicembre 2017:

L’obbligazione restitutoria sorta in capo ai beneficiari degli aiuti concessi sotto forma di sgravio, nel triennio 1995-1997, in favore delle imprese operanti nei territori di Venezia e Chioggia di cui alla decisione n. 2000/394/CE della Commissione, del 25 novembre 1999, non ha fonte immediatamente legale, ma presuppone il perfezionamento di una apposita fattispecie costitutiva, rappresentata dall’adozione del provvedimento di recupero, all’esito del procedimento disciplinato dall’art. 1, commi 351-354, l. n. 288/2012.

Ne consegue che proprio l’interposizione, tra il momento di fruizione dell’aiuto di Stato e quello dell’insorgenza dell’obbligo di recupero, di un provvedimento amministrativo, inteso a verificare, all’esito di un apposito procedimento amministrativo e della relativa istruttoria, la sussistenza dei presupposti per il recupero quali delineati dalla decisione della Commissione e dalle successive pronunce del giudice comunitario, impone di escludere che il dies a quo del termine prescrizionale possa coincidere con la pubblicazione della suddetta decisione e che, a quella data, il credito restitutorio dello Stato fosse immediatamente esigibile, nelle more del compimento della istruttoria “caso per caso”, volta appunto a verificare la sussistenza dei presupposti per il recupero.

La questione generale esaminata

“Viene quindi in considerazione la censura con la quale è contestato il capo della sentenza impugnata che ha escluso la eccepita prescrizione del credito azionato con l’avviso impugnato: prescrizione che, a dire della parte ricorrente, dovrebbe calcolarsi assumendo quale dies a quo la data (23 giugno 2000) di pubblicazione sulla G.U.C.E. della decisione della Commissione che ha ravvisato nell’agevolazione de qua i profili dell’aiuto di Stato, e la cui realizzazione è stata esclusa dal giudice di primo grado sulla scorta del contrasto delle disposizioni di diritto interno in materia di prescrizione con il principio di effettività del diritto comunitario, il quale imporrebbe la disapplicazione delle prime.

Deduce essenzialmente la parte appellante che l’impossibilità di recuperare gli aiuti di Stato, che deriverebbe dalle norme in tema di prescrizione, è esclusa dalla ragionevolezza del relativo termine, e che dovrebbe aversi comunque riguardo al principio di equivalenza, in base al quale l’azione di recupero dovrebbe essere soggetta alle norme, anche in punto di prescrizione, concernenti analoghi istituti del diritto nazionale.”

Su questo punto il Consiglio di Stato ha ribadito che:

L’art. 15 del Reg. CE. n. 659/1999 ha disposto che i poteri della Commissione europea, finalizzati al recupero di aiuti di Stato, sono soggetti a un periodo limite di dieci anni decorrenti dal giorno in cui l’aiuto è stato concesso al beneficiario.

Tale termine, stante il richiamato principio di generale prevalenza del diritto comunitario, produce effetti anche di diritto interno, escludendo in radice la applicabilità di disposizioni potenzialmente incompatibili.

L’effetto è che la normativa nazionale sulla prescrizione va comunque disapplicata per contrasto con il principio di effettività proprio del diritto comunitario, qualora impedisca il recupero di un aiuto di Stato dichiarato incompatibile con decisione della Commissione europea divenuta definitiva.

La Corte di Giustizia, nella sentenza 20 marzo 1997 in causa C-24/95 Alcan (punti 34-37), ha statuito che “..quando l’autorità nazionale lascia scadere il termine stabilito dal diritto nazionale per la revoca della decisione di concessione, la situazione non può essere equiparata a quella in cui un operatore economico ignora se l’amministrazione competente intende pronunziarsi e il principio della certezza del diritto impone che si metta fine a questa incertezza allo scadere di un determinato termine. Considerata la mancanza di potere discrezionale dell’autorità nazionale, il beneficiario dell’aiuto illegittimamente attribuito cessa di trovarsi nell’incertezza non appena la Commissione adotta una decisione che dichiari l’incompatibilità dell’aiuto e ne ordini il recupero. Il principio della certezza del diritto non può quindi precludere la restituzione dell’aiuto per il fatto che le autorità nazionali si sono conformate con ritardo alla decisione che impone la restituzione. In caso contrario il recupero delle somme indebitamente versate diverrebbe praticamente impossibile e le disposizioni comunitarie relative agli aiuti di Stato sarebbero private di ogni effetto utile”.

Sempre sul termine di prescrizione di dieci anni, di cui al richiamato art. 15 del Regolamento CE n. 659 del 1999 per l’esercizio dei poteri della Commissione europea per il recupero degli aiuti, la Corte di Cassazione ha condivisibilmente osservato che se è vero che lo stesso termine concerne i rapporti tra Commissione e Stati membri (Corte Cost. ord. n. 125 del 2009), quel termine non è senza conseguenze nell’ambito nazionale dei rapporti tra Stato e beneficiario dell’aiuto.

Proprio perché l’adozione da parte della Commissione di una Decisione che dichiari l’incompatibilità dell’aiuto e ne ordini il recupero, determina, per il beneficiario dell’aiuto illegittimamente attribuito, la cessazione dello stato di incertezza che giustifica l’esistenza di un termine di prescrizione, divengono rilevanti nell’ordinamento nazionale l’interruzione del termine di prescrizione che è connessa all’inizio dell’azione della Commissione e la sospensione del medesimo termine per il tempo in cui la decisione della Commissione è oggetto di un procedimento dinanzi alla Corte di giustizia delle Comunità europee, previste nel regolamento comunitario (così Cass. n. 23418 del 2010; n. 7162/2013 cit.).

Altrimenti, per quanto riguarda l’ordinamento italiano, coincidendo il termine ordinario di prescrizione nel diritto nazionale (dieci anni ex art. 2946 c.c.) con il termine di prescrizione assegnato dal diritto comunitario alla Commissione per iniziare l’azione di recupero degli aiuti (dieci anni ex art. 15 del regolamento n. 659 del 1999), l’impossibilità dell’effettivo recupero dell’aiuto illegale ben potrebbe essere la regola e non l’eccezione.

La Cassazione ha quindi affermato il seguente principio di diritto al quale la Sezione intende conformarsi: “in tema di recupero di aiuti di Stato, la normativa nazionale sulla prescrizione deve essere disapplicata per contrasto con il principio di effettività proprio del diritto comunitario, qualora tale normativa impedisca il recupero di un aiuto di Stato dichiarato incompatibile con decisione della Commissione divenuta definitiva” (Cass. Civ. n. 23418/2010 cit)”.

Recupero aiuti di Stato e simili, vedi anche:

Recupero sgravi contributivi per assunzioni con contratto di formazione e lavoro (legge 407 1990) fruiti da aziende che svolgono attività di trasporto pubblico locale in regime di non concorrenza, in ragione dell’esclusività del servizio prestato: Cassazione civile Sez. Lavoro Ordinanza interlocutoria n. 26768 13 novembre 2017 rimette alla Corte di Giustizia la questione dell’applicazione della Decisione della Commissione europea dell’11.5.1999

Aiuti di Stato UE alla marineria pescarese (Regione Abruzzo): non è compatibile con il diritto europeo la percezione di un aiuto di Stato il cui ammontare ecceda le perdite in concreto subite.

Registro nazionale degli aiuti di Stato

Aiuti di Stato, requisiti legittimo affidamento

Recupero aiuti comunitari settore agricoltura, prescrizione quadriennale

 

Consiglio di Stato sentenza n. 5976 19 dicembre 2017

L’oggetto del giudizio

“per la riforma

della sentenza del Tribunale Amministrativo del Veneto, Sezione I, n. 00757/2016, resa tra le parti, concernente recupero somme oggetto di sgravi fiscali.”

Il fatto e le contestazioni

“Con ricorso radicato innanzi al T.A.R. per il Veneto, la ricorrente Cooperativa Omissis ha impugnato l’avviso di addebito con il quale l’intimato I.N.P.S., “valutata l’idoneità dell’agevolazione fruita dall’impresa a falsare o minacciare la concorrenza ed incidere sugli scambi comunitari”, aveva disposto di procedere nei suoi confronti “al recupero delle somme indebitamente fruite a titolo di sgravio contributivo in favore delle imprese operanti nei territori di Venezia e Chioggia di cui alla Decisione del 25 novembre 1999 (2000/394/CEE) della Commissione Europea”.

Il ricorso attiene quindi alla vicenda recuperatoria, di cui l’impugnato avviso di addebito costituisce espressione, derivante dalla riconosciuta incompatibilità comunitaria del regime di sgravi contributivi già previsto per le aziende operanti nel Mezzogiorno ed esteso a quelle insediate nei territori di Venezia e Chioggia dall’art. 5 bis d.l. n. 96 del 29.3.1995 e dall’art. 27 d.l. n. 669/1996, convertiti in legge, rispettivamente, dalla l. n. 206 del 31 maggio 1995 e dalla l. n. 30 del 28 febbraio 1997: sgravi di cui la ricorrente ha goduto nel periodo gennaio 1995 – dicembre 1997.

2. Con la decisione del 25 novembre 1999, in particolare, la Commissione Europea – ritenendo di inquadrare il suindicato regime agevolativo nella fattispecie degli aiuti di Stato, di cui agli artt. 87 ss. TCE (ora artt. 107 e ss. TFUE) e ravvisata l’idoneità dello stesso a falsare la concorrenza e ad incidere negativamente sugli scambi comunitari, ove accordato ad imprese che non erano piccole e medie imprese e che erano localizzate al di fuori delle zone aventi diritto alla deroga prevista – ha ingiunto allo Stato italiano di procedere al conseguente recupero nei confronti dei beneficiari, tra i quali la cooperativa ricorrente, operante nel settore della pesca.

3. La decisione della Commissione ha superato indenne il vaglio del giudice europeo di prima e seconda istanza (ciò nell’ambito di alcuni dei giudizi – cd. cause pilota – promossi dalle imprese interessate).

La Corte di Giustizia, con la sentenza del 9 giugno 2011, ha tuttavia precisato che, fermi i profili di incompatibilità con il mercato comune e la necessità del recupero degli aiuti illegittimamente erogati, “…spetta poi allo Stato membro verificare la situazione individuale di ciascuna impresa interessata da una simile operazione di recupero”, ovvero ad esso compete appurare se “in ciascun caso individuale, l’agevolazione concessa potesse, in caso al suo beneficiario, falsare la concorrenza ed incidere sugli scambi intracomunitari” e se quindi le agevolazioni concesse abbiano costituito, in capo ai beneficiari, aiuti di Stato.

4. Con la l. n. 228 del 24 dicembre 2012, il legislatore ha da un lato (commi 355-356) disposto che “i titoli amministrativi afferenti il recupero degli aiuti di cui al comma 351 emessi dall’Istituto nazionale della previdenza sociale, oggetto di contestazione giudiziale alla data di entrata in vigore della presente legge, sono nulli” e che “i processi pendenti alla data di entrata in vigore della presente legge e aventi ad oggetto il recupero degli aiuti di cui al comma 351 si estinguono di diritto”; e, dall’altro lato (commi 351-354), ha disciplinato il procedimento che l’INPS avrebbe dovuto osservare al fine di procedere al recupero degli sgravi concessi in violazione del diritto comunitario.

5. In esecuzione delle citate disposizioni – che hanno posto nel nulla l’azione recuperatoria posta in essere dall’I.N.P.S. e tradottasi nell’emissione di cartelle esattoriali impugnate dalla cooperativa qui ricorrente dinanzi al G.O. – l’I.N.P.S. ha inviato alla ricorrente il “Formulario per la valutazione della compatibilità con il mercato comune degli aiuti concessi alle imprese operanti nei territori di Venezia e Chioggia nel periodo 1/7/1994 – 30/12/1997”, al quale la ricorrente ha dato riscontro con nota del 4.4.2013 e successivamente con le osservazioni del 7 maggio 2013 e del 6 agosto 2013: nonostante ciò, lamenta la ricorrente, l’Ente intimato ha emesso l’impugnato avviso di addebito, previa acquisizione del parere dell’A.G.C.M. ex art. 22 l. n. 287/1990.

[…]

1) il credito azionato dall’I.N.P.S. è prescritto, dovendo assumersi, quale dies a quo della decorrenza del relativo termine (quinquennale o, in subordine, decennale) la data (23 giugno 2000) della pubblicazione sulla G.U.C.E. della decisione della Commissione, laddove l’avviso impugnato risulta notificato solo il 3 aprile 2014;

[…]

8) sebbene la sentenza della Corte di Giustizia del 9.6.2011 imponesse allo Stato membro, al fine di accertare se le agevolazioni concesse integrassero, “in capo ai beneficiari”, un aiuto di Stato, di verificare la loro idoneità ad incidere sugli scambi intracomunitari ed a produrre un effetto distorsivo della concorrenza, l’I.N.P.S. non ha proceduto alla istruttoria “caso per caso” a tal fine imposta dalla giurisprudenza comunitaria;

[…]

7. Con la sentenza oggetto di appello il T.A.R. adito ha respinto il ricorso, ravvisando l’infondatezza delle censure formulate e dei dubbi di illegittimità costituzionale sollevati dalla parte ricorrente.

8. Mediante i motivi di appello, viene dedotto in sintesi quanto segue:

[…]

2) sono altresì erronee le ragioni poste dal T.A.R. a fondamento della reiezione dell’eccezione di prescrizione, fondate sulla tesi secondo cui le disposizioni nazionali in tema di prescrizione dovrebbero essere disapplicate perché contrastanti con il principio di effettività proprio del diritto comunitario, qualora determinino l’impossibilità per lo Stato italiano di dare corretta esecuzione, attraverso l’azione di recupero, alla decisione della Commissione che ha dichiarato l’incompatibilità comunitaria dell’agevolazione concessa.

La stessa Commissione europea ha infatti in linea di principio escluso che l’impossibilità di dare esecuzione alle sue decisioni possa essere costituita dalla normativa nazionale sulla prescrizione. Aggiunge sul punto la parte appellante che il termine di prescrizione non rende “praticamente impossibile” l’attuazione degli obblighi comunitari quando la durata del termine stesso sia “ragionevole” e che, in ossequio ai principi della “certezza del diritto”, di “equivalenza” e “non discriminazione”, alle azioni dirette ad attuare un obbligo di matrice comunitaria devono applicarsi le norme nazionali in materia di prescrizione stabilite per le “analoghe azioni” di carattere nazionale: ebbene, nella specie, nonostante fosse stato dedotto con il ricorso introduttivo che il termine di prescrizione è in linea con quello concernente ricorsi analoghi di carattere interno, che il suddetto termine è del tutto ragionevole, che sussistono fondamentali esigenze di certezza del diritto, essendo trascorsi quasi venti anni dalla fruizione delle agevolazioni, e che le autorità nazionali disponevano di idonei strumenti di diritto interno per procedere al recupero, nessuno di tali rilievi è stato preso in considerazione dal T.A.R.;

[…]

DIRITTO

1. L’appello in esame, tempestivamente proposto, ha ad oggetto la sentenza del T.A.R. per il Veneto con la quale è stato definito in chiave reiettiva il ricorso proposto dalla Cooperativa ricorrente avverso l’avviso di addebito emesso dall’I.N.P.S. sulla scorta dell’art. 1, commi 351-354, l. n. 228 del 24 dicembre 2012: disposizioni intese a disciplinare il potere dell’Amministrazione di recuperare gli sgravi contributivi concessi alle aziende operanti nei territori di Venezia e Chioggia in forza dell’art. 5 bis d.l. n. 96/1995, conv. in l. n. 206/1995, e dell’art. 27 d.l. n. 669/1996, conv. in l. n. 30/1997, in quanto configuranti gli estremi degli “aiuti di Stato”, ex art. artt. 87 ss. TCE, ora artt. 107 e ss. TFUE (v. la decisione della Commissione Europea del 25 novembre 1999).

Le disposizioni normative da ultimo richiamate hanno inteso adeguare l’azione recuperatoria dell’Amministrazione nazionale alle statuizioni formulate dalla Corte di Giustizia con la sentenza del 8 giugno 2011 (resa in sede di impugnazione della suddetta Decisione della Commissione), quanto in particolare alla necessità di effettuare una “istruttoria caso per caso” in ordine alla idoneità degli sgravi contributivi riconosciuti a ciascuna impresa beneficiaria ad influire sugli scambi intracomunitari ed a condizionare negativamente le dinamiche concorrenziali.

2. Con il primo motivo di appello, la parte appellante lamenta che il giudice di prime cure non abbia compiuto alcun approfondimento in ordine alla idoneità delle agevolazioni fruite dalla stessa a falsare la concorrenza in ambito comunitario, verificando in particolare se l’attività commerciale svolta fosse diretta a soddisfare una domanda di carattere eminentemente locale e non fosse caratterizzata da flussi di importazione/esportazione.

Deve preliminarmente rilevarsi che non è compito del giudice amministrativo accertare l’idoneità delle agevolazioni ad incidere sulla concorrenza intracomunitaria, quanto piuttosto quello di verificare che gli accertamenti svolti sul punto dall’Autorità amministrativa competente (nella specie, l’I.N.P.S.) siano immuni da vizi e, soprattutto, rispettosi del paradigma normativo che presidia l’esercizio del potere di recupero: il motivo di appello inteso a lamentare che il giudice di primo grado non avrebbe accertato che gli sgravi contributivi concessi alla cooperativa appellante non sarebbero stati idonei a falsare la concorrenza, quindi, non è correttamente impostato.

Esso, in ogni caso, è infondato.

E’ indispensabile muovere dal contenuto delle disposizioni dettate dal legislatore nazionale al fine di disciplinare l’attività di recupero degli aiuti di Stato de quibus, rinvenibili nell’art. 1, commi 351-354, l. n. 228 del 24 dicembre 2012, con le quali il legislatore ha adeguato il regime dell’azione di recupero, derivante dal riconoscimento ad opera della Commissione Europea che gli sgravi contributivi in discorso erano idonei ad integrare (in linea generale) gli estremi degli aiuti di Stato, ai principi sanciti dalla Corte di Giustizia con la sentenza del 9 giugno 2011: di rilievo, in particolare, è la previsione secondo cui l’attività recuperatoria, nei confronti di ciascuna impresa beneficiaria, non costituisce l’esito automatico della decisione della Commissione, adottata con riferimento al “programma di aiuti” in discorso ed agli effetti distorsivi della concorrenza ad esso astrattamente riconducibili, ma la conseguenza di una valutazione “caso per caso”, intesa a dimostrare che la situazione particolare dell’impresa, per le sue caratteristiche operative e per la struttura del mercato di riferimento, fosse tale da amplificare gli effetti sperequativi, sul piano concorrenziale, dell’agevolazione al di là dei limiti del mercato interno, per proiettarli in una dimensione transfrontaliera e, quindi, rilevante per il diritto comunitario.

In particolare, ai sensi del comma 351, “entro novanta giorni dalla data di entrata in vigore della presente legge, l’Istituto nazionale della previdenza sociale richiede alle imprese beneficiarie degli aiuti concessi sotto forma di sgravio, nel triennio 1995-1997, in favore delle imprese operanti nei territori di Venezia e Chioggia di cui alla decisione n. 2000/394/CE della Commissione, del 25 novembre 1999, gli elementi corredati della idonea documentazione, necessari per l’identificazione dell’aiuto di Stato illegale, anche con riferimento alla idoneità dell’agevolazione concessa, in ciascun caso individuale, a falsare la concorrenza e incidere sugli scambi intracomunitari”; ai sensi del comma 352, inoltre, “le imprese di cui al comma 351 forniscono le informazioni e la documentazione in via telematica, entro trenta giorni dal ricevimento della richiesta”; quindi, ai sensi del comma 353, “nel caso in cui le imprese rifiutino od omettano, senza giustificato motivo, di fornire le informazioni o di esibire i documenti richiesti di cui ai commi 351 e 352 entro il termine di trenta giorni l’idoneità dell’agevolazione a falsare o a minacciare la concorrenza e incidere sugli scambi comunitari è presunta e, conseguentemente, l’INPS provvede al recupero integrale dell’agevolazione di cui l’impresa ha beneficiato”; infine, ai sensi del comma 354, “qualora dall’attività istruttoria di cui ai commi 351, 352 e 353, anche a seguito del parere acquisito dall’Autorità garante della concorrenza e del mercato ai sensi dell’articolo 22 della legge 10 ottobre 1990, n. 287, sia emersa o sia presunta l’idoneità dell’agevolazione a falsare o a minacciare la concorrenza e incidere sugli scambi comunitari, l’Istituto nazionale della previdenza sociale notifica alle imprese provvedimento motivato contenente l’avviso di addebito di cui all’articolo 30 del decreto-legge 31 maggio 2010, n. 78, convertito, con modificazioni, dalla legge 30 luglio 2010, n. 122, recante l’intimazione di pagamento delle somme corrispondenti agli importi non versati per effetto del regime agevolativo di cui al comma 351, nonché, con effetto dalla data di percezione degli aiuti, degli interessi semplici, calcolati annualmente al tasso stabilito dall’articolo 5, comma 2, della decisione 2000/394/CE della Commissione, del 25 novembre 1999, maturati dalla data in cui si è fruito dell’agevolazione fino alla data dell’effettivo recupero”.

Il giudice di primo grado, premesso che la ricorrente, sul piano procedimentale, non aveva risposto alla richiesta di informazioni dell’I.N.P.S. (nella specie consistita nell’invio ai soggetti beneficiari degli sgravi, tra i quali la cooperativa appellante, dell’apposito “Formulario per la valutazione della compatibilità con il mercato comune degli aiuti concessi alle imprese operanti nei territori di Venezia e Chioggia nel periodo 1/7/1994 – 30/12/1997”), né aveva prodotto documenti utili all’istruttoria nella fase procedimentale ed in quella processuale, né comunque fornito alcun concreto argomento che potesse rimettere in discussione la constatazione dell’idoneità dell’agevolazione a falsare la concorrenza recata dall’avviso di addebito impugnato, ha fatto applicazione alla fattispecie scrutinata della “regola di riparto dell’onere della prova come prevista dalle norme nazionali sopra riportate e come chiarita dal Consiglio di Stato”, traendone la conclusione “che la presunzione iuris tantum che si è venuta a formare circa la sussistenza, nell’ipotesi in esame, degli elementi costitutivi di un aiuto di Stato ai sensi dell’articolo 87, paragrafo 1 del Trattato, ora art. 107, paragrafo 1, TFUE, non è stata superata dalla positiva dimostrazione, nell’ambito del presente giudizio, di particolari condizioni di esercizio dell’attività economica in questione, tali da escludere l’applicabilità della norma comunitaria appena citata”.

Tale punto della sentenza appellata è contestata dalla parte appellante con ulteriore e collegata censura, intesa a confutare l’affermazione secondo la quale essa avrebbe omesso di dare riscontro alla suindicata richiesta di informazioni e documenti dell’I.N.P.S., allo scopo di inficiare la correttezza del ragionamento presuntivo, legislativamente disciplinato, evocato in sentenza.

Il rilievo è corretto, sebbene insuscettibile di determinare l’accoglimento dell’appello.

Risulta invero, in base agli atti del giudizio di primo grado, che effettivamente la cooperativa ricorrente ha compilato e restituito all’I.N.P.S. il suddetto Formulario.

Inoltre, la stessa affermazione secondo cui le agevolazioni fruite dalla cooperativa appellante erano dotate della capacità di incidere sugli scambi intracomunitari non è derivata, in base alla struttura argomentativa dell’avviso di addebito impugnato in primo grado, dall’applicazione della regola presuntiva scolpita dall’art. 1, comma 353, l. n. 228/2012, ma dal riscontro della sussistenza dei presupposti oggettivi che, in base al parere dell’Autorità garante per la concorrenza ed il mercato (prot. n. 38108 del 24.7.2013), imponevano la qualificazione in concreto dell’agevolazione come “aiuto di Stato”, censurabile in sede comunitaria e tale da imporne allo Stato italiano il recupero nei confronti del soggetto beneficiario.

In particolare, il parere richiamato dall’avviso impugnato afferma espressamente che “l’idoneità a falsare la concorrenza è ravvisabile per tutti i settori d’impresa soggetti a significativi flussi di scambi intracomunitari. Questa condizione, in particolare, appare soddisfatta nel settore della pesca (come conferma anche la normativa anche la normativa europea di settore e la previsione di uno specifico regolamento de minimis)…”.

La conclusione reiettiva è tuttavia avvalorata dal Tribunale, a prescindere dalla applicazione della suindicata regola presuntiva, con l’osservazione secondo cui venisse “peraltro in evidenza nel caso di specie lo svolgimento di un’attività tipicamente commerciale, esposta naturalmente al libero gioco della concorrenza di altri operatori economici anche transfrontalieri, e che, per effetto della fruizione di un regime di sgravi contributivi, risulterebbe potenzialmente agevolata rispetto a quest’ultimi”, tanto più in quanto, “secondo la costante giurisprudenza della Corte di Giustizia, per qualificare una misura nazionale come aiuto di Stato vietato non è necessario dimostrare un’incidenza effettiva di tale aiuto sugli scambi tra gli Stati membri e un’effettiva distorsione della concorrenza, ma basta esaminare se l’aiuto sia idoneo ad incidere su tali scambi e a falsare la concorrenza. In particolare, quando l’aiuto concesso da uno Stato membro rafforza la posizione di un’impresa rispetto ad altre imprese concorrenti nell’ambito degli scambi intracomunitari, questi ultimi devono ritenersi influenzati da tale aiuto”.

Ebbene, nessuna censura è stata formulata dalla cooperativa appellante, né nell’ambito del ricorso di primo grado né con l’atto di appello, al fine di contestare siffatte conclusioni.

Le stesse osservazioni rese in sede procedimentale dalla cooperativa non contestano la sussistenza dei presupposti intrinseci per configurare un aiuto di Stato, quali delineati principaliter dall’art. 87 Trattato CE (oggi art. 107 TFUE), ma esclusivamente la sussistenza della fattispecie derogatoria concernente gli “aiuti di importanza minore (de minimis)” di cui all’art. 3, comma 2, Reg. (CE) 24/07/2007, n. 875/2007, ai sensi del quale “l’importo complessivo degli aiuti de minimis concessi a una medesima impresa non deve superare i 30.000 euro nell’arco di tre esercizi finanziari”, sulla scorta della struttura operativa della cooperativa, la quale fungerebbe, ai sensi della l. n. 250/1958, da mero “sostituto contributivo”, sì che la verifica del rispetto del suddetto massimale andrebbe verificato in capo al singolo socio e non in relazione alla cooperativa complessivamente considerata.

Ebbene, se da un lato la parte appellante non ha censurato la sentenza impugnata nella parte in cui esclude la sussistenza dei presupposti applicativi della regola cd. de minimis, dall’altro lato essa non ha contestato le ulteriori ragioni espresse dal giudice di primo grado a sostegno dell’incidenza dell’attività svolta dalla cooperativa ricorrente nel settore degli scambi intracomunitari, come dianzi richiamate: ragioni mutuate essenzialmente dal precedente di questa Sezione n. 3035 del 16 giugno 2015, ove si evidenzia, proprio con riguardo al settore della pesca, che “è la astratta potenzialità dell’aiuto all’impresa che viene in rilievo e non il suo effetto reale sul mercato di Venezia e Chioggia dovendosi applicare la rigida regolamentazione della Decisione della Commissione europea confermata dalla giurisprudenza comunitaria. Il divieto degli aiuti deriva dal pregiudizio potenziale agli scambi intracomunitari.

Di norma sono vietati anche gli aiuti che esauriscono la loro efficacia all’interno di uno Stato membro in relazione al pregiudizio potenziale che può determinare l’aiuto in sé, rendendo particolarmente difficoltosa la penetrazione delle imprese in settori operanti in altri paesi membri.

Tale approccio emerge dalle decisioni della Corte di Giustizia che ha osservato come tramite un aiuto ad un’impresa la produzione interna di uno Stato membro può risultare accresciuta, con diretta diminuzione di scambio con prodotti di un altro Stato membro (Francia c. Commissione, causa 102/87).

Dalla nozione di aiuto rilevante potrà essere escluso solo quello che investe prodotti o servizi per i quali non siano neppure ipotizzabili scambi intracomunitari, ipotesi non rinvenibile nel settore della pesca fortemente aperto alla concorrenza internazionale”. […]”

 

Precedente Ps alloggiati, Consiglio di Stato sentenza n. 5974 19 dicembre 2017 in materia di alloggi Polizia di Stato assegnati tramite bando che conteneva un rinvio recettizio alla disciplina normativa della concessione onerosa degli alloggi di servizio (art. 1, comma 1, lett. b DM 574 1992): l’assegnazione dell’alloggio di servizio è a titolo oneroso Successivo Concorso Inps, Tar Lazio Decreto n. 6807 18 dicembre 2017 su requisito della certificazione di conoscenza della lingua inglese, pari almeno al livello B2, richiesta per l’ammissione al concorso pubblico, per titoli ed esami, a 365 posti di analista di processo-consulente professionale - area C, posizione economica C1: ammesso, con riserva, ricorrente che non lo possedeva (misure cautelari provvisorie); la trattazione della causa in camera di consiglio si terrà giorno 12 gennaio 2018