Requisiti porto d’armi

Requisiti porto d’armi: le valutazioni della capacità di abuso possono fondarsi su considerazioni probabilistiche e su circostanze di fatto assistite da meri elementi di fumus.

In materia di rilascio (o di revoca) del porto d’armi, l’Amministrazione di p.s., dovendo perseguire la finalità di prevenire la commissione di reati e/o fatti lesivi dell’ordine pubblico, ha un’ampia discrezionalità nel valutare l’affidabilità del soggetto di fare buon uso delle armi (e quindi anche nel valutare le circostanze che consiglino l’adozione di provvedimenti di sospensione o di revoca di licenze di porto d’armi già rilasciate), onde il provvedimento di rilascio del porto d’armi e l’autorizzazione a goderne in prosieguo richiedono che l’istante sia una persona esente da mende e al disopra di ogni sospetto e/o indizio negativo e nei confronti della quale esista la completa sicurezza circa il corretto uso delle armi, in modo da scongiurare dubbi e perplessità sotto il profilo dell’ordine pubblico e della tranquilla convivenza della collettività.

Del resto, in termini più decisamente sistematici, non bisogna dimenticare che il rapporto giuridico che scaturisce dal rilascio di detta autorizzazione di polizia resta pur sempre subordinato, in tutto il suo svolgimento, alla coincidenza con l’interesse pubblico, rimesso appunto alla valutazione discrezionale della P.A., il cui giudizio non può essere sindacato se non sotto il profilo del rispetto dei canoni di ragionevolezza e della coerenza; sotto il profilo applicativo, il carattere accentuatamente discrezionale del giudizio in ordine all’affidabilità nell’uso delle armi importa poi la legittimità anche del ricorso a valutazioni della capacità di abuso fondate su considerazioni probabilistiche e su circostanze di fatto assistite da meri elementi di fumus, in quanto nella materia de qua l’espansione della sfera di libertà dell’individuo è, appunto, destinata a recedere di fronte al bene della sicurezza collettiva.

…assolutamente rilevanti e decisive, nella prospettiva della revoca del provvedimento autorizzatorio alla detenzione e al porto delle armi, si presentano le circostanze di fatto poste a base dall’esposto presentato dalla moglie del ricorrente e dalla figlia della stessa (che hanno portato ad una segnalazione all’Autorità giudiziaria per il reato di cui all’art. 612-bis c.p.) e che evidenziano l’assunzione da parte del ricorrente di comportamenti incompatibili con un giudizio prognostico favorevole in ordine al rischio di possibile abuso delle armi; aver riportato al compagno della figlia della moglie che <<se la situazione non fosse ritornata alla normalità era disposto ad anche ad uccidere>>, proferito la frase <<ti ammazzo tua figlia così anche te provi cosa vuol dire perdere un figlio>> e strattonato la moglie causandole un trauma distorsivo alla spalla destra (come da documentazione depositata in giudizio dalle Amministrazioni resistenti in data 14 giugno 2011) costituiscono, infatti, con tutta evidenza, comportamenti incompatibili con il mantenimento dei titoli autorizzatori al porto ed alla detenzione delle armi.

Completamente irrilevante appare poi il fatto che la moglie del ricorrente abbia rimesso la querela presentata nei confronti del ricorrente e cercato di minimizzare i comportamenti tenuti dallo stesso, non essendo stata presentata alcuna remissione di querela da parte della -OMISSIS-(figlia della moglie del ricorrente) ed essendo state confermate le circostanze di fatto poste a base dell’esposto dal Sig. -OMISSIS-, compagno della stessa…

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Tar Toscana sentenza n. 1703 24 novembre 2016

[…]

per l’annullamento

1) del decreto del Questore della Provincia di Lucca n. Cat. 6/F/2011/Div. P.A.S. del 16.02.2011, di revoca del porto di fucile uso caccia nr. omissis e la carta europea nr. omissis di cui è titolare -OMISSIS-, notificato a quest’ultimo in data 09.03.2011;

2) del decreto del Vice Prefetto della Prefettura di Lucca -Ufficio Territoriale del Governo n. omissis del 20.01.2011, di divieto al sig. -OMISSIS-, di detenere le armi comuni da sparo ivi indicate ed ogni altra arma e munizionamento eventualmente in suo possesso, allo stesso notificato in data 09.03.2011.

[…]

FATTO e DIRITTO

Il ricorrente era titolare di licenza di porto d’armi per uso venatorio, da ultimo, rinnovata in data 20 agosto 2010.

Con decreto 26 gennaio 2011 prot. n. omissis, il Prefetto di Lucca decretava l’applicazione allo stesso del divieto di detenere armi di cui all’art. 39 del T.U.L.P.S. ed ingiungeva allo stesso di cedere le armi in proprio possesso entro 30 giorni dalla notifica del provvedimento; con decreto 16 febbraio 2011, prot. Cat.6F/2011/Div. P.A.S., il Questore di Lucca disponeva altresì la revoca del permesso di porto d’armi per uso caccia e della carta europea in possesso del ricorrente.

L’emanazione di tutti e due i provvedimenti era determinata dall’esposto presentato dalla moglie del ricorrente e dalla figlia della stessa e che aveva portato ad una segnalazione all’Autorità giudiziaria per il reato di cui all’art. 612-bis c.p., per aver riportato al compagno della figlia della moglie che <<se la situazione non fosse ritornata alla normalità era disposto ad anche ad uccidere>>, proferito la frase <<ti ammazzo tua figlia così anche te provi cosa vuol dire perdere un figlio>> e strattonato la moglie causandole un trauma distorsivo alla spalla destra (come da documentazione depositata in giudizio dalle Amministrazioni resistenti in data 14 giugno 2011).

I due provvedimenti sopra richiamati erano impugnati dal ricorrente per violazione di legge ed eccesso di potere.

Si costituivano in giudizio le Amministrazioni resistenti, controdeducendo sul merito del ricorso.

Il ricorso è infondato e deve pertanto essere rigettato.

Con riferimento alle censure proposte da parte ricorrente (che possono essere trattate unitariamente, essendo caratterizzate da una base logica comune), la giurisprudenza ha più volte rilevato come in materia di rilascio (o di revoca) del porto d’armi, l’Amministrazione di p.s., <<dovendo perseguire la finalità di prevenire la commissione di reati e/o fatti lesivi dell’ordine pubblico, (abbia) un’ampia discrezionalità nel valutare l’affidabilità del soggetto di fare buon uso delle armi (e quindi anche nel valutare le circostanze che consiglino l’adozione di provvedimenti di sospensione o di revoca di licenze di porto d’armi già rilasciate), onde il provvedimento di rilascio del porto d’armi e l’autorizzazione a goderne in prosieguo richiedono che l’istante sia una persona “esente da mende e al disopra di ogni sospetto e/o indizio negativo e nei confronti della quale esista la completa sicurezza circa il corretto uso delle armi, in modo da scongiurare dubbi e perplessità sotto il profilo dell’ordine pubblico e della tranquilla convivenza della collettività”>> (Consiglio Stato, sez. VI, 20 luglio 2006, n. 4604; sez. IV, 8 maggio 2003, n. 2424; 30 luglio 2002, n. 4073; 29 novembre 2000, n. 6347; più di recente, si vedano T.A.R. Campania, Salerno, sez. I, 7 dicembre 2011 n. 1944; T.A.R. Piemonte sez. II 4 novembre 2011 n. 1149; T.A.R. Umbria 4 luglio 2011 n. 193).

Del resto, in termini più decisamente sistematici, non bisogna dimenticare che <<il rapporto giuridico che scaturisce dal rilascio di detta autorizzazione di polizia resta pur sempre subordinato, in tutto il suo svolgimento, alla coincidenza con l’interesse pubblico, rimesso appunto alla valutazione discrezionale della P.A., il cui giudizio non può essere sindacato se non sotto il profilo del rispetto dei canoni di ragionevolezza e della coerenza>> (Consiglio Stato, sez. VI, 20 luglio 2006, n. 4604); sotto il profilo applicativo, il carattere accentuatamente discrezionale del giudizio in ordine all’affidabilità nell’uso delle armi importa poi la legittimità anche del ricorso a <<valutazioni della capacità di abuso fondate su considerazioni probabilistiche e su circostanze di fatto assistite da meri elementi di fumus, in quanto nella materia de qua l’espansione della sfera di libertà dell’individuo è, appunto, destinata a recedere di fronte al bene della sicurezza collettiva>> (Consiglio Stato, sez. VI, 20 luglio 2006, n. 4604; sez. IV, 8 maggio 2003, n. 2424; T.A.R. Umbria 4 luglio 2011, n. 193).

Nel caso di specie, le valutazioni compiute dalla Prefettura e dalla Questura di Lucca costituiscono appunto espressione di quella valutazione puramente probabilistica (e cautelativa) richiesta dalla giurisprudenza e non presentano certamente quegli aspetti di evidente illogicità o di travisamento dei fatti che potrebbero legittimarne l’annullamento giurisdizionale.

In particolare, assolutamente rilevanti e decisive, nella prospettiva della revoca del provvedimento autorizzatorio alla detenzione e al porto delle armi, si presentano le circostanze di fatto poste a base dall’esposto presentato dalla moglie del ricorrente e dalla figlia della stessa (che hanno portato ad una segnalazione all’Autorità giudiziaria per il reato di cui all’art. 612-bis c.p.) e che evidenziano l’assunzione da parte del ricorrente di comportamenti incompatibili con un giudizio prognostico favorevole in ordine al rischio di possibile abuso delle armi; aver riportato al compagno della figlia della moglie che <<se la situazione non fosse ritornata alla normalità era disposto ad anche ad uccidere>>, proferito la frase <<ti ammazzo tua figlia così anche te provi cosa vuol dire perdere un figlio>> e strattonato la moglie causandole un trauma distorsivo alla spalla destra (come da documentazione depositata in giudizio dalle Amministrazioni resistenti in data 14 giugno 2011) costituiscono, infatti, con tutta evidenza, comportamenti incompatibili con il mantenimento dei titoli autorizzatori al porto ed alla detenzione delle armi.

Completamente irrilevante appare poi il fatto che la moglie del ricorrente abbia rimesso la querela presentata nei confronti del ricorrente e cercato di minimizzare i comportamenti tenuti dallo stesso, non essendo stata presentata alcuna remissione di querela da parte della -OMISSIS-(figlia della moglie del ricorrente) ed essendo state confermate le circostanze di fatto poste a base dell’esposto dal Sig. -OMISSIS-, compagno della stessa (si veda, al proposito, la documentazione depositata in giudizio dalle Amministrazioni resistenti in data 14 giugno 2011).

In definitiva, il ricorso deve pertanto essere respinto alo stato degli atti, apprendo del tutto inutile il ricorso alla prova testimoniale richiesta dal ricorrente; le spese di giudizio delle Amministrazioni resistenti devono essere poste a carico del ricorrente e liquidate, come da dispositivo.

P.Q.M.

Il Tribunale Amministrativo Regionale per la Toscana (Sezione Seconda), definitivamente pronunciando sul ricorso, come in epigrafe proposto, lo respinge, come da motivazione.

Condanna il ricorrente alla corresponsione a favore delle Amministrazioni resistenti, della somma di € 3.000,00 (tremila/00), a titolo di spese del giudizio.

Ritenuto che sussistano i presupposti di cui all’art. 52, comma 1 D. Lgs. 30 giugno 2003 n. 196, a tutela dei diritti o della dignità della parte interessata, manda alla Segreteria di procedere all’oscuramento delle generalità nonché di qualsiasi altro dato idoneo ad identificare il ricorrente e le altre persone fisiche citate nella parte motiva del provvedimento.

Così deciso in Firenze nella camera di consiglio del giorno 16 novembre 2016 […]

 

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