Revoca licenza porto d’armi e remissione di querela

In materia di licenza di porto d’armi il Consiglio di Stato si è recentemente pronunciato su una remissione di querela (presentata per atti di violenza sulle cose), rilevando che la stessa non incide sulla legittimità del provvedimento di revoca della stessa licenza e sul divieto di detenere armi, munizioni e materie esplodenti emanato dalla Prefettura.

Anche nel caso in cui vi è stato il proscioglimento per remissione della querela è di per sé ragionevole – e comunque insindacabile nella sede della giurisdizione di legittimità – la scelta dell’Amministrazione di prevenire che la situazione possa degenerare vietando la detenzione di armi e munizioni nei confronti di chi abbia formulato minacce e, a maggior ragione, nei confronti di chi abbia avuto un atteggiamento violento.

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Consiglio di Stato sentenza n. 4363 19 ottobre 2016

[…]

per la riforma

della sentenza del T.A.R. per la Campania, Sede di Napoli, Sez. V, n. 1685/2016, resa tra le parti, concernente la revoca di una licenza di un porto d’armi e un divieto di detenere armi, munizioni e materie esplodenti;

[…]

FATTO e DIRITTO

1. Con atto dell’8 aprile 2014, la Questura di Caserta ha revocato la licenza di porto d’armi, rilasciata all’appellante in data 11 ottobre 2010.

A fondamento dell’atto, la Questura ha rilevato che egli, armatosi di un bastone, in data 22 luglio 2014 ha danneggiato due autovetture esposte presso una rivendita di veicoli.

Col successivo atto del 7 maggio 2015, il Prefetto di Caserta ha emesso nei suoi confronti un divieto di detenere armi, munizioni e materie esplodenti, in applicazione dell’art. 39 del testo unico n. 773 del 1931.

Il Prefetto, oltre all’episodio del 22 luglio 2014, ha rilevato che l’interessato è risultato parente di un componente di spicco e di un cassiere di una organizzazione camorristica.

2. Col ricorso di primo grado n. 3247 del 2015 (proposto al TAR per la Campania, Sede di Napoli), l’interessato ha impugnato tali atti, lamentandone l’illegittimità per violazione di legge ed eccesso di potere.

3. Il TAR, con la sentenza n. 1685 del 2016, ha respinto il ricorso ed ha compensato tra le parti le spese del giudizio.

4. Con l’appello in esame, l’interessato ha chiesto che, in riforma della sentenza del TAR, il ricorso di primo grado sia accolto, poiché gli atti impugnati sarebbero affetti dai profili di eccesso di potere dedotti in primo grado.

In particolare, egli ha negato di aver commesso i fatti richiamati negli atti impugnati.

L’Amministrazione appellata ha chiesto che il gravame sia respinto.

5. Ritiene la Sezione che l’appello sia infondato e vada respinto.

5.1. Per comodità di lettura, va riportato il contenuto degli articoli 11, 39 e 43 del testo unico n. 773 del 1931.

L’art. 11 dispone che «Salve le condizioni particolari stabilite dalla legge nei singoli casi, le autorizzazioni di polizia debbono essere negate:

1) a chi ha riportato una condanna a pena restrittiva della libertà personale superiore a tre anni per delitto non colposo e non ha ottenuto la riabilitazione;

2) a chi è sottoposto all’ammonizione o a misura di sicurezza personale o è stato dichiarato delinquente abituale, professionale o per tendenza.

Le autorizzazioni di polizia possono essere negate a chi ha riportato condanna per delitti contro la personalità dello Stato o contro l’ordine pubblico, ovvero per delitti contro le persone commessi con violenza, o per furto, rapina, estorsione, sequestro di persona a scopo di rapina o di estorsione, o per violenza o resistenza all’autorità, e a chi non può provare la sua buona condotta.

Le autorizzazioni devono essere revocate quando nella persona autorizzata vengono a mancare, in tutto o in parte, le condizioni alle quali sono subordinate, e possono essere revocate quando sopraggiungono o vengono a risultare circostanze che avrebbero imposto o consentito il diniego della autorizzazione».

L’art. 39 dispone che «Il Prefetto ha facoltà di vietare la detenzione delle armi, munizioni e materie esplodenti, denunciate ai termini dell’articolo precedente, alle persone ritenute capaci di abusarne».

L’art. 43 dispone che «oltre a quanto è stabilito dall’art. 11 non può essere conceduta la licenza di portare armi:

a) a chi ha riportato condanna alla reclusione per delitti non colposi contro le persone commessi con violenza, ovvero per furto, rapina, estorsione, sequestro di persona a scopo di rapina o di estorsione;

b) a chi ha riportato condanna a pena restrittiva della libertà personale per violenza o resistenza all’autorità o per delitti contro la personalità dello Stato o contro l’ordine pubblico;

c) a chi ha riportato condanna per diserzione in tempo di guerra, anche se amnistiato, o per porto abusivo di armi.

La licenza può essere ricusata ai condannati per delitto diverso da quelli sopra menzionati e a chi non può provare la sua buona condotta o non dà affidamento di non abusare delle armi».

Da tale quadro normativo, emerge che il legislatore ha individuato i casi in cui l’Autorità amministrativa è titolare di poteri strettamente vincolati (ai sensi dell’art. 11, primo comma e terzo comma, prima parte, e dell’art. 43, primo comma, che impongono il divieto di rilascio di autorizzazioni di polizia ovvero il loro ritiro) e quelli in cui, invece, è titolare di poteri discrezionali (ai sensi dell’art. 11, secondo comma e terzo comma, seconda parte, e dell’art. 39 e 43, secondo comma).

In relazione all’esercizio dei relativi poteri discrezionali, l’art. 39 attribuisce alla Prefettura il potere di vietare la detenzione di armi, munizioni e materie esplodenti a chi chieda il rilascio di una autorizzazione di polizia o ne sia titolare, quando sia riscontrabile una capacità «di abusarne», mentre l’art. 43 consente alla competente autorità – in sede di rilascio o di ritiro dei titoli abilitativi – di valutare non solo tale capacità di abuso, ma anche – in alternativa – l’assenza di una buona condotta, per la commissione di fatti, pure se estranei alla gestione delle armi, munizioni e materie esplodenti, ma che comunque non rendano meritevoli di ottenere o di mantenere la licenza di polizia (non occorrendo al riguardo un giudizio di pericolosità sociale dell’interessato: Cons. Stato, Sez. III, 7 marzo 2016, n. 922; Sez. III, 1° agosto 2014, n. 4121; Sez. III, 12 giugno 2014, n. 2987).

5.2. Nella specie, la Questura di Caserta e la Prefettura di Caserta hanno emanato gli atti impugnati in primo grado (la revoca della licenza ed il divieto ex art. 39 del testo unico), ritenendo che l’appellante sia privo del requisito della «buona condotta».

Ritiene la Sezione che, in considerazione delle circostanze emerse nel corso del procedimento amministrativo, i contestati provvedimenti non siano affetti dai vizi di eccesso di potere, dedotti dall’appellante.

Dalle risultanze acquisite emerge che nei suoi confronti si è proceduto con un procedimento pendente presso la procura della Repubblica di Santa Maria Capua Vetere, in relazione ai fatti accaduti il 22 luglio 2014 e per i quali è stata presentata una querela.

Come ha correttamente ritenuto la sentenza impugnata, le Amministrazioni appellate hanno ben potuto trarre elementi di valutazione dalla risultanze emerse nel corso del procedimento, pur se in data 29 aprile 2015 vi è stata la remissione della querela, presso gli uffici della polizia giudiziaria della medesima Procura.

L’appellante, a p. 3 s. del proprio gravame, ha contestato l’effettiva sussistenza dei fatti posti a base degli atti, rilevando che la remissione della querela dimostrerebbe che essi «erano assolutamente inveritieri», ma tale affermazione non può essere considerata attendibile, non solo perché l’appellante non ha in alcuna sede rappresentato di essere stato calunniato, ma anche perché gli atti impugnati in primo grado hanno ragionevolmente tenuto conto del contenuto della querela e delle complessive risultanze e delle dichiarazioni delle parti.

In sede amministrativa, la Questura e la Prefettura hanno dunque ben potuto valutare i fatti emersi nel corso del procedimento, rilevando l’avvenuta commissione di atti di violenza sulle cose.

Al riguardo, ritiene la Sezione – similmente a quanto ritenuto in casi simili, in cui vi è stato il proscioglimento per remissione della querela (Sez. III, 31 maggio 2016, n. 2308) – che è di per sé ragionevole – e comunque insindacabile nella sede della giurisdizione di legittimità – la scelta dell’Amministrazione di prevenire che la situazione possa degenerare (Sez. III, 10 agosto 2016, n. 3603), vietando la detenzione di armi e munizioni nei confronti di chi abbia formulato minacce (Sez. III, 10 agosto 2016, n. 3515; Sez. III, 5 luglio 2016, n. 2990; Sez. III, 3 maggio 2016, n. 1727 e n. 1703) e, a maggior ragione, nei confronti di chi abbia avuto un atteggiamento violento (Sez. III, 24 agosto 2016, n. 3687; Sez. III, 31 maggio 2016, n. 2308 e n. 2306).

5.3. Risultano altresì infondate le altre censure dell’appellante.

Quanto alla dedotta violazione dell’art. 7 della legge n. 241 del 1990, va osservato che nella specie il provvedimento del Questore ha dato espressamente atto che sussistevano particolari esigenze di celerità del procedimento e che la revoca andava senz’altro emessa, «a tutela della pubblica e privata incolumità».

Tale valutazione risulta di per sé ragionevole, avendo il Questore constatato l’avvenuta commissione di una condotta violenta.

Neppure è fondata la censura secondo cui i provvedimenti impugnati si sono basati su rapporti di parentela, che a suo tempo non hanno precluso la emanazione della licenza, poi revocata,

Da un lato, non è stato provato che la Questura o la Prefettura, alla data di rilascio della licenza, era a conoscenza di tali rapporti di parentela, dall’altro va richiamato il principio per cui l’Amministrazione può sempre riconsiderare i propri provvedimenti, specie quando sopraggiungano circostanze rilevanti, come va considerata, nella specie, la proposizione della querela per i fatti accaduti il 22 luglio 2014.

6. Per le ragioni che precedono, l’appello va respinto.

La condanna al pagamento delle spese e degli onorari del secondo grado del giudizio segue la soccombenza. Di essa è fatta liquidazione nel dispositivo.

P.Q.M.

Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale (Sezione Terza) respinge l’appello n. 6981 del 2016.

Condanna l’appellante al pagamento di euro 2.000 (duemila) in favore delle Amministrazioni appellate, per spese ed onorari del secondo grado del giudizio.

Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall’autorità amministrativa.

Così deciso in Roma, presso la Sede del Consiglio di Stato, Palazzo Spada, nella camera di consiglio del giorno 13 ottobre 2016 […]

 

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