Ricorso per cassazione, requisito esposizione sommaria dei fatti

Cassazione civile sentenza n. 16103 2 agosto 2016

Il requisito della esposizione sommaria dei fatti, prescritto a pena di inammissibilità del ricorso per cassazione dall’art. 366, primo comma n. 3, cod. proc. civ., è volto a garantire la regolare e completa instaurazione del contraddittorio e può ritenersi soddisfatto, senza necessità che esso dia luogo ad una premessa autonoma e distinta rispetto ai motivi, laddove il contenuto del ricorso consenta al giudice di legittimità, in relazione ai motivi proposti, di avere una chiara e completa cognizione dei fatti che hanno originato la controversia e dell’oggetto dell’impugnazione, senza dover ricorrere ad altre fonti o atti in suo possesso, compresa la stessa sentenza impugnata.

Il disposto dell’art. 366, primo comma, numero 3, cod. proc. civ., secondo cui il ricorso per cassazione deve contenere, a pena di inammissibilità, l’esposizione sommaria dei fatti di causa, risponde non ad un’esigenza di mero formalismo, ma a quella di consentire una conoscenza chiara e completa dei fatti di causa, sostanziali e o processuali, che permetta di bene intendere il significato e la portata delle censure rivolte al provvedimento impugnato

Per soddisfare il requisito imposto dall’articolo 366 comma primo n. 3 cod. proc. civ. il ricorso per cassazione deve contenere l’esposizione chiara ed esauriente, sia pure non analitica o particolareggiata, dei fatti di causa, dalla quale devono risultare le reciproche pretese delle parti, con i presupposti di fatto e le ragioni di diritto che le giustificano, le eccezioni, le difese e le deduzioni di ciascuna parte in relazione alla posizione avversaria, lo svolgersi della vicenda processuale nelle sue articolazioni, le argomentazioni essenziali, in fatto e in diritto, su cui si fonda la sentenza impugnata e sulle quali si richiede alla Corte di cassazione, nei limiti del giudizio di legittimità, una valutazione giuridica diversa da quella asseritamene erronea, compiuta dal giudice di merito.

Il requisito dell’esposizione sommaria del fatto sostanziale e processuale è divenuto tanto più importante a seguito della innovazione legislativa introdotta nella disciplina del libro primo del c.p.c. (e che sarebbe perciò certamente applicabile anche alle sentenze di cassazione) e che è d’indiretta, ma sicura rilevanza pratica in sede di giudizio di legittimità: si tratta della modifica (ex lege n. 69 del 2009) dell’art. 132, secondo comma, n. 4 c.p.c., ai sensi del quale la sentenza deve contenere non più <<la concisa esposizione dello svolgimento del processo e dei motivi in fatto e in diritto della decisione», bensì <<la concisa esposizione delle ragioni di fatto e di diritto della decisione». Prescrizione che, poi, il pure novellato art. 118 delle disposizioni di attuazione del c.p.c., ridimensiona (all’apparenza) ulteriormente, parlando della <<succinta esposizione dei fatti rilevanti della causa e delle ragioni giuridiche della decisione, anche con riferimento a precedenti conformi».

Queste disposizioni, applicabili — ai sensi dell’art. 58, comma 2, della 1. n. 69 del 2009, ai processi pendenti in primo grado alla data della sua entrata in vigore (ed anche a quelli pendenti in appello ed in cassazione, a meno di ritenere che la novità normativa si sia inteso applicarla solo a far tempo dalle decisioni rese in primo grado dopo l’entrata in vigore della legge) – almeno apparentemente parrebbero legittimare i giudici di merito ad omettere qualsiasi riferimento allo svolgimento del processo, il che può rendere al lettore pressoché incomprensibile la decisione.

Senza indulgere a spiegare perché un’esegesi ragionevole della nuova previsione comporti che essa non debba essere presa alla lettera dai giudici di merito, atteso che non si riesce a comprendere come, almeno entro certi limiti, si possano esporre le ragioni di fatto e di diritto della decisione senza dar minimo conto e per quanto necessario dello svolgimento processuale, potendo configurarsi in casi limite, il rischio di una motivazione del tutto apparente sul piano percettivo, importa qui rilevare che non è dubitabile che nel nuovo contesto normativo, il requisito di cui al n. 3 assuma certamente rinnovata importanza, perché impone alla parte ricorrente in Cassazione — sempre che la sentenza non impinga per quanto si è appena rilevato in un’apparenza di motivazione – di sopperire ad eventuali manchevolezze della sentenza nell’individuare fatto sostanziale e — soprattutto – processuale.

Il motivo di ricorso per cassazione deve rispettare il criterio di specificità ed in caso contrario è inammissibile. Il requisito di specificità e completezza del motivo di ricorso per cassazione è diretta espressione dei principi sulle nullità degli atti processuali e segnatamente di quello secondo cui un atto processuale è nullo, ancorché la legge non lo preveda, allorquando manchi dei requisiti formali indispensabili per il raggiungimento del suo scopo (art. 156, secondo comma, cod. proc. civ.). Tali principi, applicati ad un atto di esercizio dell’impugnazione a motivi tipizzati come il ricorso per cassazione e posti in relazione con la particolare struttura del giudizio di cassazione, nel quale la trattazione si esaurisce nella udienza di discussione e non è prevista alcuna attività di allegazione ulteriore (essendo le memorie, di cui all’art. 378 cod. proc. civ., finalizzate solo all’argomentazione sui motivi fatti valere e sulle difese della parte resistente), comportano che il motivo di ricorso per cassazione, ancorché la legge non esiga espressamente la sua specificità (come invece per l’atto di appello), debba necessariamente essere specifico, cioè articolarsi nella enunciazione di tutti i fatti e di tutte le circostanze idonee ad evidenziarlo

Procura speciale, potere di autentica del difensore

L’art. 83, terzo comma, c.p.c. nel testo sostituito dall’art. 45 della I. n. 69 del 2009, a norma dell’art. 58, primo comma, della stessa legge è applicabile solo ai giudizi instaurati in primo grado dopo il 4 luglio 2009, data di entrata in vigore della legge

 

Cassazione civile

sentenza n. 16103 2 agosto 2016

[….]

MOTIVI DELLA DECISIONE

§1. L’atto di costituzione con procura in calce autenticata da difensore la Città Metropolitana di Roma Roma Capitale, che è stato depositato da tale ente assumendo di essere succeduta ex lege alla Provincia di Roma ai sensi dell’art. 1, commi 16 e 47 della 1. n. 56 del 2014, è irrituale e da considerarsi tamquam non esset, in quanto risulta autenticato dal difensore in situazione che, data la risalenza del giudizio al 1995 non consentiva l’applicazione di siffatto potere di autentica su una memoria. Infatti, l’art. 83, terzo comma, c.p.c. nel testo sostituito dall’art. 45 della I. n. 69 del 2009, a norma dell’art. 58, primo comma, della stessa legge è applicabile solo ai giudizi instaurati in primo grado dopo il 4 luglio 2009, data di entrata in vigore della legge (Cass. n. 18323 del 2014). La costituzione dev’essere, dunque, per ciò solo dichiara inammissibile, in disparte la valutazione dell’ulteriore circostanza che l’atto di costituzione avrebbe dovuto notificarsi alle controparti.

§1.1. I1 Collegio rileva che non è necessario riferire dell’unico motivo su cui si fonda il ricorso — con cui si deduce “violazione di legge ed omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio oggetto di discussione fra le parti (artt. 112 e 115 c.p.c., 360, nn. 3 e 5 c.p.c.” — in quanto il ricorso appare inammissibile per l’assoluta carenza del requisito dell’esposizione sommaria del fatto.

Invero, nella parte dedicata all’esposizione del fatto, parte ricorrente si è limitata ad enunciare quanto segue:

a) dopo l’indicazione della qualità di proprietaria di un terreno destinato a colture agricole confinante con la strada provinciale Omissis e l’indicazione che ab immemorabili “era stata realizzata una strada di media pendenza” per collegarlo alla strada provinciale, nonché della realizzazione nel 1992 da parte della Provincia di “un diverso assetto della strada” con l’impianto di un guard rail che aveva reso non praticabile il passaggio fra il fondo e la strada, si dice che l’attrice “promosse allora il giudizio che ne occupa chiedendo che a cura e spese dell’Amministrazione Provinciale le fosse restituita la possibilità di comunicazione diretta del fondo con la soprastante strada provinciale, attraverso la apertura di un varco, da praticarsi nel guard rail in corrispondenza della strada che collegava il fondo agricolo con essa;

b) si dice, quindi, che “la causa ebbe esito negativo per Omissis come esito negativo ha avuto per lei il giudizio di appello”, che “il giudizio di primo grado richiese la emissione di una sentenza parziale e di un’altra definitiva” e che la causa fu decisa dopo una c.t.u. “diretta a ricercare le modalità e le opere da eseguire per consentire alla signora Omissis di avere libero collegamento tra il suo fondo e la strada soprastante;

c) in fine si dice che “dopo il rigetto di alcune eccezioni pregiudiziali mosse dalle appellate”, la sentenza d’appello ha dichiarato infondata l’impugnazione con argomenti che sarebbero stati difformi dalle risultanze istruttorie e documentali.

§2. Siffatta del tutto scarna esposizione non fornisce una conoscenza pur sommaria del fatto sostanziale e processuale oggetto della controversia, perché:

aa) in disparte il rilievo che le note con cui è descritta la situazione del terreno in relazione alla strada sono del tutto generiche, come generica appare l’individuazione del tenore della domanda proposta, si deve rilevare che si omette di indicare le ragioni della difesa svolta dalla Provincia e si tace completamente della posizione con la quale venne coinvolto il soggetto qui intimato e non costituitosi;

bb) si omette di enunciare sebbene sommariamente le ragioni della decisione parziale e di quella finale di primo grado;

cc) si omette di dire alcunché sul tenore dell’appello e sul se esso attinse tutte e due le sentenze o solo la definitiva, nonché sul tenore delle difese svolte dalle controparti;

dd) si omette di dire alcunché, sebbene in modo sommario e riassuntivo, sulle ragioni della sentenza qui impugnata.

§2.1. Tanto premesso, si rileva che è principio consolidato quello secondo cui «Il requisito della esposizione sommaria dei fatti, prescritto a pena di inammissibilità del ricorso per cassazione dall’art. 366, primo comma n. 3, cod. proc. civ., è volto a garantire la regolare e completa instaurazione del contraddittorio e può ritenersi soddisfatto, senza necessità che esso dia luogo ad una premessa autonoma e distinta rispetto ai motivi, laddove il contenuto del ricorso consenta al giudice di legittimità, in relazione ai motivi proposti, di avere una chiara e completa cognizione dei fatti che hanno originato la controversia e dell’oggetto dell’impugnazione, senza dover ricorrere ad altre fonti o atti in suo possesso, compresa la stessa sentenza impugnata.» (Cass. sez. un. n. 11653 del 2006). Queste Sezioni Unite avevano, d’altro canto, già osservato che «Il disposto dell’art. 366, primo comma, numero 3, cod. proc. civ., secondo cui il ricorso per cassazione deve contenere, a pena di inammissibilità, l’esposizione sommaria dei fatti di causa, risponde non ad un’esigenza di mero formalismo, ma a quella di consentire una conoscenza chiara e completa dei fatti di causa, sostanziali e o processuali, che permetta di bene intendere il significato e la portata delle censure rivolte al provvedimento impugnato» (Cass. sez. un. n. 2602 del 2003).

E’ stato, del resto, nella logica dei principi affermati dalle Sezioni Unite efficacemente detto che «per soddisfare il requisito imposto dall’articolo 366 comma primo n. 3 cod. proc. civ. il ricorso per cassazione deve contenere l’esposizione chiara ed esauriente, sia pure non analitica o particolareggiata, dei fatti di causa, dalla quale devono risultare le reciproche pretese delle parti, con i presupposti di fatto e le ragioni di diritto che le giustificano, le eccezioni, le difese e le deduzioni di ciascuna parte in relazione alla posizione avversaria, lo svolgersi della vicenda processuale nelle sue articolazioni, le argomentazioni essenziali, in fatto e in diritto, su cui si fonda la sentenza impugnata e sulle quali si richiede alla Corte di cassazione, nei limiti del giudizio di legittimità, una valutazione giuridica diversa da quella asseritamene erronea, compiuta dal giudice di merito.» (ex multis, Cass. n. 7825 del 2006; n. 12688 del 2006).

Si deve aggiungere che il requisito dell’esposizione sommaria del fatto sostanziale e processuale è divenuto tanto più importante a seguito della innovazione legislativa introdotta nella disciplina del libro primo del c.p.c. (e che sarebbe perciò certamente applicabile anche alle sentenze di cassazione) e che è d’indiretta, ma sicura rilevanza pratica in sede di giudizio di legittimità: si tratta della modifica (ex lege n. 69 del 2009) dell’art. 132, secondo comma, n. 4 c.p.c., ai sensi del quale la sentenza deve contenere non più <<la concisa esposizione dello svolgimento del processo e dei motivi in fatto e in diritto della decisione», bensì <<la concisa esposizione delle ragioni di fatto e di diritto della decisione». Prescrizione che, poi, il pure novellato art. 118 delle disposizioni di attuazione del c.p.c., ridimensiona (all’apparenza) ulteriormente, parlando della <<succinta esposizione dei fatti rilevanti della causa e delle ragioni giuridiche della decisione, anche con riferimento a precedenti conformi».

Queste disposizioni, applicabili — ai sensi dell’art. 58, comma 2, della 1. n. 69 del 2009, ai processi pendenti in primo grado alla data della sua entrata in vigore (ed anche a quelli pendenti in appello ed in cassazione, a meno di ritenere che la novità normativa si sia inteso applicarla solo a far tempo dalle decisioni rese in primo grado dopo l’entrata in vigore della legge) – almeno apparentemente parrebbero legittimare i giudici di merito ad omettere qualsiasi riferimento allo svolgimento del processo, il che può rendere al lettore pressoché incomprensibile la decisione.

Senza indulgere a spiegare perché un’esegesi ragionevole della nuova previsione comporti che essa non debba essere presa alla lettera dai giudici di merito, atteso che non si riesce a comprendere come, almeno entro certi limiti, si possano esporre le ragioni di fatto e di diritto della decisione senza dar minimo conto e per quanto necessario dello svolgimento processuale, potendo configurarsi in casi limite, il rischio di una motivazione del tutto apparente sul piano percettivo, importa qui rilevare che non è dubitabile che nel nuovo contesto normativo, il requisito di cui al n. 3 assuma certamente rinnovata importanza, perché impone alla parte ricorrente in Cassazione — sempre che la sentenza non impinga per quanto si è appena rilevato in un’apparenza di motivazione – di sopperire ad eventuali manchevolezze della sentenza nell’individuare fatto sostanziale e — soprattutto – processuale.

§2.2. Poiché la sopra ricordata tecnica di esposizione del fatto nel ricorso in esame è del tutto carente secondo i principi di diritto che si sono ricordati, ne consegue l’inammissibilità del ricorso per violazione dell’

art. 366 n. 3 c.p.c.

§3. Il Collegio osserva in ogni caso che il motivo di ricorso è in ogni caso inammissibile per l’assoluta genericità della sua illustrazione, atteso che si risolve nella postulazione meramente assertiva che il giudice d’appello avrebbe male inteso il significato delle statuizioni della sentenza parziale che solo dall’esposizione del motivo si apprende non essere stata impugnata.

La genericità sussiste perché l’illustrazione si è concretata nella riproduzione della sentenza parziale, cui segue l’asserto del tutto immotivato, perché non spiega quali espressioni della sentenza parziale la Corte territoriale avrebbe male inteso, salvo quella “accesso”, la quale, però, viene individuata sulla base di circostanze di fatto di cui non si sa da dove e come risultino.

Il motivo di ricorso per cassazione deve rispettare il criterio di specificità ed in caso contrario è inammissibile. Si veda Cass. n. 4741 del 2005, secondo la quale: <<Il requisito di specificità e completezza del motivo di ricorso per cassazione è diretta espressione dei principi sulle nullità degli atti processuali e segnatamente di quello secondo cui un atto processuale è nullo, ancorché la legge non lo preveda, allorquando manchi dei requisiti formali indispensabili per il raggiungimento del suo scopo (art. 156, secondo comma, cod. proc. civ.). Tali principi, applicati ad un atto di esercizio dell’impugnazione a motivi tipizzati come il ricorso per cassazione e posti in relazione con la particolare struttura del giudizio di cassazione, nel quale la trattazione si esaurisce nella udienza di discussione e non è prevista alcuna attività di allegazione ulteriore (essendo le memorie, di cui all’art. 378 cod. proc. civ., finalizzate solo all’argomentazione sui motivi fatti valere e sulle difese della parte resistente), comportano che il motivo di ricorso per cassazione, ancorché la legge non esiga espressamente la sua specificità (come invece per l’atto di appello), debba necessariamente essere specifico, cioè articolarsi nella enunciazione di tutti i fatti e di tutte le circostanze idonee ad evidenziarlo.». §4. Il ricorso è pertanto conclusivamente dichiarato inammissibile.

§5. Le spese seguono la soccombenza nei confronti della parte resistente e si liquidano in dispositivo ai sensi del d.m. n. 55 del 2014.

P. Q. M.

La Corte dichiara inammissibile il ricorso. Condanna la ricorrente alla rifusione alla Provincia di Roma delle spese del giudizio di cassazione, liquidate in euro tremilacinquecento, di cui duecento per esborsi, oltre spese generali ed accessori come per legge.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sesta Sezione Civile-3, il 14 aprile 2016. […]

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