Riforma pensioni precoci

Riforma pensioni precoci: le modifiche da apportare al decreto.

Il parere del Consiglio di Stato sul

Regolamento di attuazione dell’art. 1, commi da 199 a 205, della l. n. 232/16, in materia di accesso al pensionamento anticipato dei lavoratori cd. precoci

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Regolarità contributiva nuovo codice Appalti. Finanziamento pubblico a chi poi cede l’azienda e Durc negativo.

 

Consiglio di Stato Commissione speciale Parere n. 961 28 aprile 2017

[…]

Osservazioni sui singoli articoli.

[…]

Per quanto attiene all’art. 3, che riproduce in massima parte il comma 199 della legge 232/2016, deve darsi atto che, per quanto riguarda la categoria di cui alla lett. d), il sopravvenuto art. 53, comma 1, del decreto-legge 24 aprile 2017, n. 50 dispone che “le attività lavorative di cui all’allegato E si considerano svolte in via continuativa quando nei sei anni precedenti il momento del pensionamento le medesime attività lavorative non hanno subito interruzioni per un periodo complessivamente superiore a dodici mesi e a condizione che le citate attività lavorative siano state svolte nel settimo anno precedente il pensionamento per un periodo corrispondente a quello complessivo di interruzione”.

Ciò posto, oltre a quanto osservato in premessa sul piano del metodo, deve rilevarsi come non vi sia una piena ed esatta corrispondenza tra la norma primaria e lo schema di regolamento. Lo si ricava del resto, quanto alla lettera a) dell’art. 3, dalla stessa Relazione di accompagnamento, laddove si pone in trasparente evidenza come in tale lettera “sono state ricomprese anche categorie di lavoratori non espressamente individuate nella legge di bilancio 2017”. Si tratta, per l’esattezza, dei soggetti che non hanno diritto all’indennità di disoccupazione per mancanza dei necessari requisiti, e degli operai agricoli.

Per i primi, la Relazione osserva come sarebbe la ratio stessa della misura in questione ad imporne l’aggiunta, pena altrimenti il realizzarsi di una discriminazione ingiustificata

Se è vero infatti che per la categoria dei disoccupati la lett. a) del comma 199 richiede che abbiano cessato da almeno tre mesi di godere dell’intera prestazione per la disoccupazione, al fine di favorire i maggiormente bisognosi, a maggior ragione – si ritiene – dovrebbero rientrare nel beneficio coloro che dopo aver perduto il lavoro (per licenziamento, dimissioni per giusta causa o risoluzione consensuale) non abbiano goduto per nulla di prestazioni per la disoccupazione.

Per gli operai agricoli la spiegazione è un’altra ed è riferita al fatto che l’indennità per disoccupazione è loro erogata l’anno successivo rispetto a quello in cui si è verificato l’evento.

Per quanto queste due spiegazioni possano ritenersi persuasive e i correttivi proposti del tutto opportuni, vale anche in questo caso richiamare la regola generale che preclude alla fonte regolamentare di ampliare la platea dei soggetti beneficiari di una misura di legge, per come già puntualmente definiti e individuati dalla fonte primaria. Tanto più nel caso in esame dove, data la scarsità delle risorse disponibili, l’estensione della platea degli aventi diritto può significare per altri una riduzione del beneficio e persino l’impossibilità di goderne (v. art. 11, comma 2).

Si vuole quindi sottolineare come, in forza del principio generale della esatta corrispondenza tra previsioni legislative e regolamentari, l’integrazione utilmente segnalata nella Relazione potrebbe essere disposta solamente dal legislatore, intervenendo a correzione della norma primaria.

Si riscontra poi un ulteriore disallineamento tra la previsione di legge e l’art. 3 dello schema di regolamento, quanto alla lettera b), dove compare nello schema anche, dopo il coniuge, “la persona in unione civile”.

In questo caso, tuttavia, l’equiparazione, tra il coniuge e la persona in unione civile discende dall’art. 1, comma 20, della legge 20 maggio 2016, n.76 che, in materia di unioni civili, reca una clausola di generale adattamento secondo cui “le disposizioni che si riferiscono al matrimonio e le disposizioni contenenti la parola “coniuge”, “coniugi” o termini equivalenti, ovunque ricorrono nelle leggi, negli aventi forza di legge, nei regolamenti nonché negli atti amministrativi e nei contratti collettivi, si applicano anche ad ognuna delle parti dell’unione civile tra persone dello stesso sesso”.

Sicché, sotto tale aspetto, la norma regolamentare ha carattere ricognitivo e non innovativo, e può essere di ausilio come chiarimento.

Alla luce delle considerazioni che precedono, si suggerisce, pertanto, di riformulare l’articolo 3, comma 1, nei termini che seguono: “1. Hanno diritto di conseguire il beneficio di cui all’articolo 2 i lavoratori appartenenti alle categorie di cui all’articolo 1, comma 199, lettere a), b), c) e d) della legge 11 dicembre 2016, n. 232, tenuto conto, per i lavoratori appartenenti alla categoria di cui alla lettera d), di quanto previsto dall’articolo 53, comma 1, del decreto-legge 24 aprile 2017, n. 50. In merito alla lettera b), la domanda può essere presentata, ai sensi dell’articolo 1, comma 20, legge 20 maggio 2016, n. 76, oltre che dal coniuge, anche dalla parte di un’unione civile”.

Quanto all’articolo 4 (Domanda di riconoscimento delle condizioni per l’accesso al beneficio), il comma 1 individua l’ufficio presso il quale la domanda va presentata, la sede INPS di residenza dell’interessato, e il comma 2 stabilisce un regime ancorato al rispetto di un doppio termine di presentazione, che è legato all’operare della clausola di salvaguardia di cui all’art. 11, a seconda che l’onere finanziario accertato risulti a consuntivo (pari o) superiore oppure inferiore allo stanziamento di bilancio previsto.

Approfondendo il comma 1, si osserva come la disposizione andrebbe coordinata con la disciplina generale di cui all’art. 38 del d.P.R. 28 dicembre 2000, n. 445, secondo cui “tutte le istanze e le dichiarazioni da presentare alla pubblica amministrazione o ai gestori di pubblici servizi possono essere inviate anche per fax e via telematica”. La formulazione del comma 1 andrebbe inoltre semplificata, potendo esprimersi lo stesso concetto nei seguenti termini: “La domanda di riconoscimento delle condizioni per l’accesso al beneficio è presentata dall’interessato, anche per fax o in via telematica, alla sede INPS di residenza”.

Ancora, anticipando quanto si dirà più diffusamente a proposito dei criteri di priorità di cui all’articolo 11 dello schema, il fatto stesso che il legislatore abbia dato decisiva rilevanza – come criterio di priorità suppletivo rispetto a quello della data di maturazione dei requisiti – alla data di presentazione della domanda, rende necessario, al fine di stabilire l’ordine cronologico fra domande presentate lo stesso giorno, che il regolamento imponga all’INPS che riceve la domanda di annotare non solo la data, ma anche l’orario esatto di presentazione, rilasciandone ricevuta all’interessato.

Si suggerisce, pertanto, di introdurre al comma 1 del presente articolo un secondo periodo così formulato: “L’INPS attesta sulla domanda la data e l’orario esatto di ricevimento, rilasciandone ricevuta all’interessato”.

Passando ad esaminare il comma 2, si prevede che per l’anno attualmente in corso la domanda si debba presentare entro il 1° giugno 2017 da parte dei soggetti che “si trovano o verranno a trovarsi entro il 31 dicembre 2017 nelle condizioni di cui all’art. 3”. E che gli anni successivi, la domanda vada presentata entro il 1° marzo di ciascun anno, da parte dei soggetti che verranno a trovarsi nelle medesime condizioni nel corso degli anni successivi.

Per quanto attiene al termine del 1° giugno 2017, è necessario rilevare come a causa del significativo ritardo con il quale si è proceduto alla predisposizione e alla trasmissione del presente schema di regolamento, ben oltre il termine di 60 giorni dall’entrata in vigore della norma primaria, il mantenimento di una tale scadenza non sembra un’opzione possibile perché costringerebbe gli interessati a presentare la loro domanda in un tempo troppo breve, con il serio rischio di dissuadere gli interessati dal farlo oppure di dare corso a domande incomplete, il cui esame non potrà essere sollecito e proficuo.

Si reputa quindi necessario prevedere, in luogo di quella 1° giugno, la data (quanto meno) del 31 luglio 2017. Si intende, e appare opportuno un chiarimento in tal senso all’art. 7, che tale differimento dei tempi di presentazione della domanda non farà venir meno la decorrenza del beneficio, che deve rimanere ancorato nei suoi effetti, anche economici, al momento della maturazione dei requisiti e a far data dal 1° maggio 2017, così permettendo di neutralizzare (e anzi di recuperare) il tempo che si è sinora perduto.

Fermo restando il rispetto di questo primo termine, che a regime (per gli anni avvenire) è individuato nel 1° marzo, si prevede che, laddove (all’esito del monitoraggio) residuino risorse finanziarie, non interamente coperte dalle domande presentate tempestivamente, siano prese in considerazione anche le domande per così dire tardive, ovvero presentate oltre il 1° marzo (per l’anno in corso, oltre il 1° giugno che, lo si ripete, si suggerisce sia differito almeno al 31 luglio), purché non oltre il 30 novembre.

Lo scopo del comma 2, come esplicitato nella relazione illustrativa, è quello di consentire la presentazione della domanda anche a coloro che non hanno ancora maturato tutte le condizioni per l’accesso la beneficio di cui all’articolo 1, comma 199, della legge n. 232 del 2016, potendole maturare nel corso dell’anno.

Sempre dalla relazione illustrativa emerge che alcune condizioni devono, tuttavia, sussistere già alla data di presentazione della domanda. Si tratterebbe, in particolare, delle condizioni previste dall’articolo 5, commi 1 e 2, il quale, “individuando i documenti che l’interessato deve produrre, oltre alla dichiarazione sostitutiva dell’atto di notorietà per dimostrare la sussistenza delle condizioni previste per l’accesso alla pensione anticipata, individua, altresì, le condizioni per l’accesso al beneficio che devono esistere al momento della presentazione della domanda” (così testualmente la relazione).

La formulazione dell’articolato non riesce, tuttavia, a rendere in maniera chiara ed univoca lo scopo regolatorio perseguito ed esplicitato dalla relazione.

Al fine di rendere più chiara la disciplina dei requisiti e del relativo regime temporale (e salvo quanto poi si dirà a proposito dell’articolo 5 dello schema), si segnala l’opportunità di introdurre nell’articolo 4 una previsione che chiarisca quali requisiti devono già sussistere al momento della presentazione della domanda e quali possono maturare anche nel corso dell’anno.

Dal successivo articolo 5 si evince che i requisiti che devono necessariamente sussistere al momento della domanda sarebbero: a) con riguardo alle condizioni di cui all’art. 1, comma 199, lettera a), legge n. 232 del 2016, il trovarsi in stato di disoccupazione per licenziamento, dimissioni per giusta causa o risoluzione consensuale nell’ambito della procedura di cui all’articolo 7 della legge 15 luglio 1966, n. 604; b) con riguardo alle condizioni di cui all’articolo 1, comma 199, lettera b), l’esistenza dell’handicap in situazione di gravità ai sensi dell’articolo 3, comma 3, della legge n. 104 del 1992, del coniuge, della parte dell’unione civile o del parente di primo grado convivente cui presta assistenza; c) con riguardo alle condizioni di cui all’articolo 1, comma 199, lettera c), l’esistenza di una riduzione della capacità lavorativa superiore o uguale al 74 per cento; d) con riguardo alle condizioni di cui all’articolo 1, comma 199, lettera d), lo svolgimento continuativo da almeno sei anni una delle attività lavorative ammesse a beneficio (di cui all’allegato A dello schema di regolamento).

Si suggerisce, allora, di inserire una norma del seguente tenore (che potrebbe essere aggiunta come secondo periodo nell’ambito del comma 1; ovvero come nuovo comma 2, con conseguente renumerazione degli attuali commi 2 e 3, rispettivamente in 3 e 4):

“La domanda per l’accesso al beneficio può essere presentata anche da chi non ha ancora maturato tutte le condizioni richieste, purché tali condizioni vengano in ogni caso a maturare entro la fine dell’anno di presentazione della domanda. Devono in ogni caso sussistere al momento della presentazione della domanda le seguenti condizioni: a) per le categorie di cui alla lettera a) dell’articolo 1, comma 199, legge 11 dicembre 2016, n. 232, trovarsi in stato di disoccupazione per licenziamento, dimissioni per giusta causa o risoluzione consensuale nell’ambito della procedura di cui all’articolo 7 della legge 15 luglio 1966, n. 604; b) per le categorie di cui alla lettera b) dell’articolo 1, comma 199, legge 11 dicembre 2016, n. 232, l’esistenza dell’handicap in situazione di gravità ai sensi dell’articolo 3, comma 3, della legge n. 104 del 1992, del coniuge, della parte dell’unione civile o del parente di primo grado convivente cui presta assistenza; c) per le categorie di cui alla lettera a) dell’articolo 1, comma 199, della legge 11 dicembre 2016, n. 232, l’esistenza di una riduzione della capacità lavorativa superiore o uguale al 74%; d) per le categorie di cui all’articolo 1, comma 199, lettera d), legge 11 dicembre 2016, n. 232, lo svolgimento da almeno sei anni in via continuativa di una delle attività indicate nell’allegato A del presente regolamento”.

In alternativa, visto che, alla luce delle eccezioni sopra richiamate, l’unico requisito che può non essere maturato al momento della presentazione della domanda risulta essere quello dell’anzianità contributiva e, nel caso della lettera a) (dell’articolo 1, comma 199), il periodo almeno trimestrale di conclusione della prestazione per la disoccupazione, la norma potrebbe essere formulata anche nei termini che seguono:

 “I requisiti per l’accesso al beneficio devono essere già maturati al momento della presentazione della domanda, ad eccezione dei requisiti dell’anzianità contributiva e, per i soggetti rientranti nella categoria di cui alla lettera a) dell’articolo 1, comma 199, legge 11 dicembre 2016, n. 232, del periodo almeno trimestrale di conclusione della prestazione per la disoccupazione, che devono comunque maturare entro la fine dell’anno in corso al momento di presentazione della domanda”.

L’art. 4 è strettamente correlato al successivo art. 5, la cui rubrica menziona la documentazione da allegare alla domanda, ma che, come già si è osservato, indirettamente individua, inoltre, quali delle condizioni di legge (di cui al comma 199) debbono essersi già realizzate al momento della domanda e quali invece possono realizzarsi anche dopo, purché entro la fine dell’anno di riferimento.

Il comma 1 contiene un rinvio alle condizioni (per l’accesso al beneficio) richieste dall’articolo 3 dello schema di regolamento. Si è già segnalato che l’articolo 3 (nella parte in cui ripete il contenuto della legge) dovrebbe essere riformulato. Il rinvio contenuto nel comma in esame andrebbe allora riferito direttamente alla norma primaria (articolo 1, comma 199, della legge 11 dicembre 2016, n. 232). In alternativa si può fare riferimento alle “condizioni richieste”.

I commi 1 e 2 dell’articolo 5 prevedono illegittime restrizioni al diritto del cittadino di avvalersi delle dichiarazioni sostitutive (di autocertificazione o di atto di notorietà) nei rapporti con la pubblica amministrazione.

Una volta chiarito, attraverso la riformulazione (nel senso indicato) dell’articolo 4, quali sono i requisiti che devono necessariamente sussistere al momento della presentazione della domanda, non vi sono ragioni per escludere che l’interessato possa avvalersi della dichiarazione sostitutiva per attestare la sussistenza dello stato di disoccupazione (derivante da licenziamento, dimissioni per giusta causa, accordo di risoluzione consensuale ai sensi dell’articolo 7 della legge n. 604 del 1966), della situazione di handicap grave (del coniuge, della parte dell’unione civile, del parente di primo grado), della invalidità civile almeno pari al 74 per cento e dello svolgimento continuativo per almeno sei anni di lavori disagiati (ai sensi dell’allegato A al presente regolamento).

A tale riguardo, a differenza di quanto si legge nella scheda A.I.R., si deve rilevare che sia la certificazione attestante l’handicap in situazione di gravità ai sensi dell’articolo 3, comma 3, della legge n. 14 del 1992, sia il verbale di invalidità civile attestante un’invalidità di grado almeno pari al 74% sono rilasciate da soggetti pubblici (gli accertamenti sono effettuati da commissioni mediche presso le a.s.l.) e, quindi, sono documenti rinvenibili autonomamente da parte delle amministrazioni coinvolte nel procedimento.

Peraltro, la previsione degli oneri documentali in esame contraddice anche l’esito delle procedure di consultazione con le associazioni sindacali, da cui è emersa, come riportato dalla scheda A.I.R., l’esigenza di un sistema di certificazione dei requisiti tale da non onerare eccessivamente i soggetti richiedenti, attraverso “l’acquisizione delle informazioni da parte degli enti interessati al procedimento accertativo, residuando in capo ai richiedenti l’onere di allegazione dei soli documenti che non possono essere rinvenuti autonomamente dagli enti medesimi”

Si ricorda, inoltre, che ai sensi dell’articolo 40, comma 01, d.P.R. n. 445 del 2000, “le certificazioni rilasciate dalla pubblica amministrazione in ordine a stati, qualità personali e fatti sono valide e utilizzabili solo nei rapporti tra privati. Nei rapporti con gli organi della pubblica amministrazione e i gestori di pubblici servizi i certificati e gli atti di notorietà sono sempre sostituiti dalle dichiarazioni di cui agli articoli 46 e 47”.

La norma è ribadita nell’articolo 18, commi 2 e 3, della legge n. 241 del 1990, ai sensi del quale: a) “i documenti attestanti atti, fatti, qualità e stati soggettivi, necessari per l’istruttoria del procedimento, sono acquisiti d’ufficio quando sono in possesso dell’amministrazione procedente, ovvero sono detenuti istituzionalmente da altre pubbliche amministrazioni. L’amministrazione procedente può richiedere agli interessati i soli elementi necessari per la ricerca dei documenti” (comma 2); b) “parimenti sono accertati d’ufficio dal responsabile del procedimento i fatti, gli stati e le qualità che la stessa pubblica amministrazione procedente o altra pubblica amministrazione è tenuta a certificare” (comma 3).

Alla luce delle richiamate previsioni legislative, gli oneri di produzione documentale e di certificazione previsti dallo schema di regolamento in capo a chi presenta la domanda per il beneficio della pensione anticipata risultano non necessari e vanno, quindi, soppressi.

Si evidenzia, infine, che l’articolo 5 prevede due ulteriori atti attuativi la cui mancata adozione rischia di pregiudicare l’immediata operatività della riforma. Si tratta, in particolare, dell’apposito modulo predisposto dall’INPS per la redazione, da parte del datore di lavoro, della dichiarazione attestante i periodi di lavoro prestato alle sue dipendenze (comma 2) e del Protocollo predisposto congiuntamente da Ministero del lavoro e delle politiche sociali, INPS, INAIL, ANPAL ed Ispettorato nazionale del lavoro, che individua le modalità attraverso le quali avviene lo scambio dei dati tra gli enti coinvolti nel procedimento (comma 4, che rinvia allo scambio dei dati di cui all’articolo 10).

Alla luce della già segnalata esigenza di assicurare l’immediata operatività della riforma sin dalla data di entrata in vigore del presente regolamento, si segnala la necessità, in entrambi i casi, di prevedere espressamente che né la mancata predisposizione del modulo da parte dell’INPS, né la mancata adozione del Protocollo condizionano l’immediata operatività della riforma.

A tal fine, si suggerisce di introdurre due norme di salvaguardia così formulate:

– in seno al comma 2, dopo le parole “su un apposito modulo predisposto dall’INPS”, aggiungere “o, nelle more della sua predisposizione, una dichiarazione sostitutiva di atto di notorietà”;

– alla fine del comma 4, aggiungere un periodo conclusivo così formulato: “Nelle more dell’adozione del Protocollo, l’INPS procede, comunque, ad istruire le domande presentate e lo scambio dei dati e degli elementi conoscitivi tra gli enti coinvolti avviene con le modalità previste dall’articolo 50 del decreto legislativo 7 marzo 2005, n. 82”.

Sull’articolo 6 (Comunicazioni che l’Inps fornisce all’interessato all’esito della presentazione della domanda di riconoscimento delle condizioni di accesso al beneficio) si raccomanda l’utilizzo di un lessico più tecnico e comunque più aderente alle categorie del diritto amministrativo. Come ad esempio l’esito negativo dell’istruttoria originata dalla domanda è denominato rigetto alla lett. c), sarebbe coerente che in caso di esito positivo o favorevole si adoperasse il termine “accoglimento”; così chiarendo che ciò che l’INPS dovrà comunicare all’interessato, e quel che al medesimo interessato preme di conoscere, è in un ultima analisi se la domanda sia stata accolta o respinta.

Sempre in merito all’art. 6, si deve evidenziare come si preveda che la comunicazione all’interessato – dell’esito del procedimento – abbia luogo entro il 30 settembre del 2017 ed entro il 30 giugno di ciascun anno successivo.

Considerato che, a regime, la domanda va presentata entro il 1° marzo, si prevede pertanto un termine di conclusione del procedimento (peraltro di competenza dell’INPS, di cui è intaccata in questo modo l’autonomia) che può rivelarsi superiore a 90 giorni, quindi oltre il limite di cui all’art. 2, comma 3, della l. 241/1990.

Sicché, quand’anche fosse indispensabile questo termine più lungo, stante la natura degli interessi coinvolti e la prevedibile difficoltà di dare avvio alla misura in esame, occorrerebbe pur sempre dare conto (in sede di relazione illustrativa o di A.T.N.) delle ragioni che, ai sensi dell’art. 2, comma 4, legge n. 241 del 1990, impongono di concludere il procedimento in un tempo più lungo di quello ordinario, non senza valutare con l’occasione se non sarebbe invece possibile assicurare il rispetto del termine di 90 giorni, considerato anche il carattere vincolato dell’attività amministrativa da compiere.

Sull’articolo 7, come si è già anticipato in sede di esame dell’articolo 4, al fine di evitare che il ritardo nell’attuazione della norma primaria possa tradursi nel differimento del diritto all’anticipazione della pensione rispetto alla data a partire dalla quale la legge lo riconosce (1° maggio 2017), occorre che, successivamente al 1° maggio 2017, la pensione venga, comunque, corrisposta dalla data di maturazione dei relativi requisiti.

Non appare coerente con tale scopo la formulazione del comma 2 dell’articolo in esame, in base al quale la pensione è corrisposta a decorrere dal primo giorno del mese successivo a quello di presentazione della domanda.

In tal modo, infatti, si finisce per determinare un significativo differimento temporale del diritto rispetto alla data del 1° maggio 2017, perché la domanda di pensione presuppone l’accoglimento di quella di riconoscimento e il termine per decidere sulle domanda di riconoscimento è, per l’anno 2017, il 30 settembre e, per gli anni successivi, il 30 giugno.

Questo Consiglio di Stato ritiene, pertanto, opportuno prevedere che, a partire dal 1° maggio 2017, una volta accertate le condizioni di legge, la pensione anticipata sia corrisposta entro il mese successivo a quello di presentazione della domanda di accesso, ma con decorrenza retroattiva (con il pagamento, quindi, degli arretrati nel frattempo maturati) sin dalla data di maturazione dei requisiti (ma, ovviamente, mai da prima del 1° maggio 2017).

Si suggerisce, pertanto, di riformulare il comma 2 del presente articolo, nei seguenti termini: “A partire dal 1° maggio 2017, la pensione è corrisposta agli aventi diritto entro il mese successivo a quello di presentazione della domanda, con decorrenza dalla data di maturazione dei requisiti per l’accesso al beneficio di cui all’art. 3, e comunque da una data non anteriore al 1° maggio 2017”.

Il comma 3 è meramente riproduttivo del comma 203 dell’art. 1 della l. n. 232/2016; andrebbe, pertanto, soppresso.

Sull’articolo 8, in tema di non cumulabilità, si osserva come il comma 1 sia riproduttivo del comma 204 dell’art. 1 della l. n. 232/2016; se ne propone pertanto la soppressione o, in alternativa, il semplice richiamo.

Per quanto concerne il comma 2, laddove si prevede che in caso di cumulo, tra trattamento pensionistico e redditi da lavoro, comunque si farà luogo al recupero delle rate di pensione già erogate, si suggerisce di chiarire se il recupero avverrà nei limiti del reddito percepito (soluzione, quest’ultima, che potrebbe esser più corretta, stante la natura non sanzionatoria della norma primaria).

Sull’articolo 9 (verifiche ispettive), l’art. 1, comma 202, della legge n. 232 del 2016, demanda al regolamento il compito di dettare disposizioni attuative con particolare riferimento, fra l’altro, alla predisposizione dei criteri da seguire nell’espletamento dell’attività di verifica ispettiva da parte del personale ispettivo del Ministero del lavoro e delle politiche sociali, nonché degli enti che gestiscono forme di assicurazione obbligatoria.

Tale compito non appare adeguatamente assolto dallo schema di regolamento che, oltre alla previsione dei controlli a richiesta (dell’INPS) e dei controlli a campione (rispetto ai quali si segnala la superfluità dell’avverbio “eventualmente”, di cui si chiede, pertanto, la soppressione), si limita, per il resto, a rinviare ad appositi piani di controllo adottati annualmente dal Ministero del lavoro e delle politiche sociali senza fissare, tuttavia, alcun criterio per la redazione del piano dei controlli.

Andrebbe comunque specificato, per prevenire qualsiasi forma di interpretazione strumentale sorretta dal mero dato letterale, che la norma non limita il potere dell’Ispettorato di procedere, anche d’ufficio (e anche a prescindere dalla predisposizione del piano ministeriali), ai controlli in ogni caso in cui ne ravvisi l’opportunità.

Infine, il richiamo alle condizioni previste dall’articolo 2 del presente schema di regolamento andrebbe sostituito con il richiamo della norma primaria (l’articolo 1, comma 199, della legge n. 232 del 2016)

Si suggerisce, pertanto, di riformulare la norma nei seguenti termini: “L’Ispettorato nazionale del lavoro, avvalendosi delle banche dati e di ogni altra informazione in possesso degli Istituti previdenziali, svolge accertamenti sulla sussistenza in capo ai richiedenti ed ai titolari di pensione delle condizioni di cui all’art. 1, comma 199, lettere da a) a d), della legge 11 dicembre 2016, n. 232, sia su richiesta della sede INPS, ai sensi dell’art. 5, comma 4, sia in attuazione di appositi piani di controllo adottati annualmente dal Ministero del lavoro e delle politiche sociali, sia a campione e in ogni altro caso in cui ne ravvisi l’opportunità, anche a prescindere dall’adozione del piano ministeriale dei controlli”.

Sull’articolo 10 (Scambio di dati tra enti), sarebbe opportuno, inoltre, che il Protocollo (previsto dall’articolo 5, comma 4, dello schema) predisposto congiuntamente da Ministero del lavoro e delle politiche sociali, INPS, INAIL, ANPAL ed Ispettorato nazionale del lavoro, che individua le modalità attraverso le quali avverrà lo scambio dei dati, sia richiamato anche in questo articolo, che è quello dedicato alla disciplina dello scambio dei dati.

Cruciale, come si è già osservato, appare essere il monitoraggio “delle domande positivamente certificate” – ovvero, in termini più distesi, delle domande accolte – “ai fini della individuazione di eventuali scostamenti rispetto alle risorse finanziarie annualmente disponibili”, che è l’oggetto dell’art. 11, e che si lega alla clausola di salvaguardia ivi prevista, al secondo comma, che opera tutte le volte in cui si registrino scostamenti tra le risorse impiegate e quelle disponibili.

Ciò in attuazione della norma primaria, in specie del già citato comma 203 dell’art. 1 della l. n. 232/2016, a mente del quale “Qualora dal monitoraggio delle domande presentate ed accolte emerga il verificarsi di scostamenti, anche in via prospettica, del numero di domande rispetto alle risorse finanziarie di cui al primo periodo del presente comma, la decorrenza dei trattamenti è differita, con criteri di priorità in ragione della maturazione dei requisiti agevolati di cui al comma 199, individuati con il decreto del Presidente del Consiglio dei ministri di cui al comma 202, e, a parità degli stessi, in ragione della data di presentazione della domanda, al fine di garantire un numero di accessi al pensionamento, sulla base dei predetti requisiti agevolati, non superiore al numero di pensionamenti programmato in relazione alle predette risorse finanziarie”.

All’ipotesi contemplata dalla fonte primaria – che l’onere finanziario superi lo stanziamento in bilancio, imponendo una riduzione della platea dei beneficiari, secondo criteri rimessi alla fonte secondaria – lo schema di regolamento in esame aggiunge anche l’ipotesi inversa in cui, in conseguenza della presentazione di un numero di domande inferiori alle previsioni, l’onere finanziario non esaurisca lo stanziamento, il che dovrebbe consentire di dare seguito nei limiti del possibile anche alle domande “tardive”, cui si è già fatto cenno esaminando l’art. 4.

Restando alla prima ipotesi, il criterio prescelto nel decreto per individuare i soggetti esclusi dal beneficio è, in prima battuta, quello ancorato alla “data di raggiungimento dei requisito ridotto di cui all’art. 2, comma 1”.

A parità di data nella maturazione di tale requisito, si terrà conto del criterio temporale di presentazione della domanda.

Quanto alla seconda ipotesi, ove cioè residuassero risorse in esubero rispetto al finanziamento delle domande presentate entro il 1° marzo di ciascun anno, potranno essere esaminate anche le domande presentate oltre tale giorno, ma pur sempre entro il 30 novembre, seguendo sempre l’ordine fondato sulla data di raggiungimento del requisito.

Ciò posto, si osserva come in realtà quelli che lo schema definisce “criteri di monitoraggio” sono in realtà “criteri di priorità per l’ordinamento delle domande”.

Sia la rubrica che il testo della norma andrebbero quindi modificati, evidenziando che quelli introdotti non sono criteri di monitoraggio ma, appunto, criteri di priorità per stabilire quali domande andranno accolte nel caso in cui l’onere finanziario accertato tramite il monitoraggio sia superiore rispetto alle somme stanziate.

Con specifico riferimento all’attività di monitoraggio e alla procedura di gestione della c.d. clausola di salvaguardia, inoltre, la disciplina dettata dallo schema di regolamento in esame appare insufficiente rispetto alla previsioni contenute nella norma primaria.

Va evidenziato, a tal proposito, che il comma 202 del più volte citato art. 1 della legge n. 232 del 2016 prevede che il regolamento in oggetto debba contenere disposizioni attuative con particolare riferimento all’attività di monitoraggio e alla procedura di cui al comma 203, da effettuarsi con il procedimento di cui all’art. 14 della legge 7 agosto 1990, n. 241.

Il compito attuativo assegnato dalla citata previsione legislativa non risulta adeguatamente svolto.

L’articolo 11 dello schema di regolamento si limita, infatti, a riprodurre di nuovo la previsione primaria, stabilendo che all’espletamento dell’attività di monitoraggio si provvede attraverso indizione, da parte del Ministero del lavoro e delle politiche sociali, di apposita conferenza di servizi di cui all’art. 14 della legge 7 agosto 1990, n. 241, senza aggiungere alcuna disciplina concretamente attuativa.

Fra l’altro, il richiamo inopportunamente concerne, in generale, tutte le possibili figure di conferenza di servizi che l’ordinamento conosce (istruttoria; decisoria; preliminare a richiesta del privato; su progetti sottoposti a VIA).

Anche sotto questo profilo, il richiamo che la norma dello schema fa all’articolo 14 si rivela generico, risultando, invece, opportuno che la norma attuativa, superando in questo la indeterminatezza del rinvio contenuto nella norma primaria, specifichi esattamente a quale tipologia di conferenza di servizi si intende fare riferimento (parrebbe ritenersi richiamata, essenzialmente, quella istruttoria).

Nessuna osservazione sull’art. 12 (Invarianza dei costi).

Infine, l’articolo 13, prevedendo che il regolamento entri in vigore il giorno successivo a quello della sua pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana, deroga alla previsione contenuta nell’articolo 10, primo comma, delle disposizioni preliminari al codice civile (c.d. preleggi).

Come è noto, in base all’articolo 10, comma 1, delle preleggi “le leggi e i regolamenti diventano obbligatori nel decimoquinto giorno successivo, salvo che sia altrimenti disposto”

La giurisprudenza consultiva di questo Consiglio di Stato (a far data da Cons. Stato, ad. gen. 22 aprile 1991, n. 21), recependo le indicazioni di una parte della dottrina, ha in diverse occasioni ritenuto che la formulazione letterale della disposizione legislativa consentirebbe anche al regolamento di prevedere, pur in assenza di un’autorizzazione legislativa, una propria diversa vacatio legis.

Appare, tuttavia, opportuno segnalare (anche in vista del possibile futuro contenzioso) che un diverso e più rigoroso indirizzo interpretativo, sostenuto peraltro dalla dottrina maggioritaria, ritiene che debba essere sempre la legge a prevedere, anche per i regolamenti, la deroga all’ordinaria vacatio di quindici giorni (e ciò essenzialmente in ragione della natura primaria del citato art. 10: che, se contenesse in se stesso la deroga al proprio precetto, sarebbe stato sostanzialmente inutiliter dato, incorrendosi dunque in una sorta di sua poco congruente interpretatio abrogans).

Nel caso di specie, le modifiche suggerite tramite il parere da questa Commissione speciale sono dirette ad assicurare che l’entrata in vigore del regolamento determini ex se, senza la necessità di ulteriori atti attuativi, la piena operatività della riforma, garantendo anche il rispetto del termine del 1° maggio 2017 previsto dalla legge come data a partire dalla quale è riconosciuto il diritto all’accesso al beneficio (anche se il regolamento, come risulta ormai inevitabile, entrerà in vigore dopo tale data).

Con l’entrata in vigore del regolamento, quindi, gli interessati potranno immediatamente presentare le domande volte ad ottenere il riconoscimento dei requisiti per accedere all’indennità, che potrà essere loro corrisposta, sussistendone tutte le condizioni, con decorrenza (anche retroattiva) dal 1° maggio 2017.

A ciò si aggiunge la considerazione che un termine di vacatio potrebbe essere utile al fine di prevenire il duplice negativo effetto rappresentato, per un verso, dall’affluenza immediata di un numero consistente di domande (con correlato significativo sforzo organizzativo da parte delle amministrazioni coinvolte), e, per altro verso, dal c.d. “effetto sorpresa”, che potrebbe nuocere (considerata anche l’importanza della data di presentazione della domanda come criterio di priorità) a tutti quei lavoratori che non avranno immediata conoscenza della pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale del regolamento.

Tutto ciò considerato, valuterà, pertanto, il Governo se sussistano, comunque, effettive ragioni d’urgenza per prevedere l’entrata in vigore immediata del presente regolamento.

In conclusione, nei termini e alle condizioni sin qui indicate, il parere è favorevole a che il regolamento prosegua il suo corso.

P.Q.M.

Nei suesposti termini e fatte salve le modifiche indicate è il parere reso. […]

 

 

 

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