Sanatoria abusi edilizi

Ai sensi dell’art. 39 legge n. 724 del 1994 la domanda di condono si intende accolta decorso il termine perentorio di due anni dalla sua presentazione, ma per effetto della norma citata, che richiama l’analogo art. 35, comma 17, legge n. 47 del 1985, l’effetto sanante non deriva immancabilmente dal decorso del termine ivi previsto, ma è condizionato al pagamento di tutte le somme eventualmente dovute a conguaglio ed alla presentazione all’ufficio tecnico erariale della documentazione necessaria all’accatastamento. La stessa legge n. 724 del 1994 sostituisce la documentazione necessaria ai fini della sanatoria con una dichiarazione resa dal richiedente ai sensi dell’art. 4 della legge 4 gennaio 1968, n. 15: ne deriva che sull’interessato grava l’onere di presentare, a corredo dell’istanza, oltre alla prova del versamento degli acconti dovuti in conto oblazione e oneri concessori, la dichiarazione ai sensi dell’art. 4 legge citata circa la consistenza e le caratteristiche dell’opera abusiva”.

Il tempo intercorso non elide, né aggrava quanto a motivazione, il doveroso e imprescrittibile esercizio del potere sanzionatorio da parte dell’amministrazione pubblica: invero, l’ ordine di demolizione, come tutti i provvedimenti sanzionatori edilizi, è un atto vincolato che non richiede una specifica valutazione delle ragioni d’interesse pubblico, né una comparazione di questo con gli interessi privati coinvolti e sacrificati, né una motivazione sulla sussistenza di un interesse pubblico concreto e attuale alla demolizione, non potendo ammettersi l’esistenza di alcun affidamento tutelabile alla conservazione di una situazione di fatto abusiva, che il tempo non può legittimare.

Mentre l’efficacia acquisitiva della proprietà dell’edificio abusivo è riconnessa dall’art. 7, comma 4, della legge 28 febbraio 1985, n. 47, al mero decorso del termine di novanta giorni assegnati dall’ordinanza di demolizione rimasta ineseguita da parte del responsabile dell’abuso, l’atto d’accertamento dell’inottemperanza ha natura effettivamente provvedimentale (e, come tale, è immediatamente impugnabile davanti al giudice amministrativo), spiegando il duplice effetto costitutivo di legittimare il comune all’immissione in possesso del manufatto illecito ed alla trascrizione del titolo d’acquisto nei registri immobiliari.

L’esenzione dal pagamento del contributo di costruzione, prevista dall’art. 17, comma 3, lett. c), d.P.R. n. 380/2001, è dovuta anche per un’opera di interesse generale realizzata da un privato per conto di un ente pubblico, ma solo se esso abbia agito quale organo indiretto dell’Amministrazione, come nella concessione o nella delega.

Ai sensi dell’art. 9 comma 1 lett. f), legge 28 gennaio 1977 n. 10, debbono concorrere due requisiti per fondare lo speciale regime di gratuità della concessione edilizia: un requisito di carattere oggettivo, attinente al carattere pubblico o comunque di interesse generale delle opere da realizzare; un requisito di carattere soggettivo, in quanto le opere debbono essere eseguite da un ente istituzionalmente competente, ovvero da soggetti anche privati che non agiscano per scopo di lucro ovvero abbiano un legame istituzionale con l’azione dell’Amministrazione volta alla cura di interessi pubblici. E ciò in quanto la strumentalità rispetto all’esercizio di un servizio pubblico non è sufficiente ad integrare la nozione di “impianti, attrezzature, opere pubbliche o di interesse generale”, di cui all’art. 9, comma 1, lett. f), della legge n. 10 del 1977 (ora art. 17, comma 3, lett. c) del d.P.R. n. 380 del 2001), in quanto l’esenzione dal pagamento del contributo di costruzione vale per la struttura che realizza o contribuisce con vincolo indissolubile all’erogazione diretta del servizio, come, a titolo meramente esemplificativo, nell’ipotesi di un impianto tecnico, ma non per un bene la cui strumentalità dipende da scelte discrezionali e, quindi, revocabili, del privato, dovendosi dunque concludere che a rilevare non è la destinazione che soggettivamente s’intende dare alla struttura, bensì la sua natura oggettiva: solo laddove l’opera non possa, neppure in astratto, avere una destinazione diversa da quella pubblica si potrà dunque configurare il presupposto per l’esonero dal pagamento del contributo di costruzione.

La procedura amministrativa volta alla liquidazione ed al pagamento del contributo di costruzione attiene ad attività non autoritativa, che si fonda sull’applicazione automatica di regole di calcolo previste da fonte normativa, senza alcun contenuto di discrezionalità per l’amministrazione: pertanto la liquidazione degli oneri di urbanizzazione non necessita di una specifica motivazione.

 

Consiglio di Stato sentenza n. 3721 30 agosto 2016

[…]

FATTO

1. Con la sentenza in epigrafe appellata n. 3475/2008 il Tribunale amministrativo regionale dell’Emilia Romagna – sede di Bologna – ha respinto il ricorso di primo grado, proposto dalla società OMISSIS S.r.l. e dal Omissis, volto ad ottenere l’annullamento dei provvedimenti del 6 novembre 1996 emessi dal Comune di Rimini nella parte in cui avevano determinato in via definitiva il contributo di concessione di cui all’art. 39, comma 9, della legge 23 dicembre 1994, nr. 724, con riguardo alle pratiche di condono prot. 996/1/3973R e 996/1/3968A nella misura di £ 112.540.500 e di £ 38.551.100.

2. La parte originaria ricorrente aveva dedotto plurime censure di violazione di legge ed eccesso di potere, che sono state analiticamente vagliate – e respinte – dal Tar.

3. L’intimato Comune di Rimini si era costituito chiedendo la reiezione del ricorso, in quanto infondato.

4. Il Tar ha riepilogato il contenuto delle censure ed ha dedotto che:

a) l’invocata esenzione dagli oneri di concessione non era applicabile in quanto l’art. 9 della legge 28 gennaio 1977, nr. 10 (oggi l’art. 17, comma 2, lett. c), del d.P.R. 6 giugno 2001, n. 380) ciò ammetteva unicamente nell’ipotesi di realizzazione di un’opera di interesse generale in regime di concessione, ovvero nell’ambito dello svolgimento di un servizio pubblico;

a1) lo statuto del Omissis prevedeva invece lo svolgimento di attività di gestione di esercizi pubblici e circoli ricreativi e pertanto non rientrava nella fattispecie;

b) non poteva neppure affermarsi che i provvedimenti fossero viziati in quanto ivi era mancante l’esplicitazione del criterio di calcolo degli oneri, in quanto l’art. 39 della legge n. 724/1994 prevedeva che fosse l’istante a calcolare gli oneri dovuti, utilizzando la Tabella C allegata alla legge, per effettuare il versamento;

c) la sanatoria ex art. 39 della legge n. 724/1994 non poteva essere rilasciata prima del pagamento degli oneri, ed in ogni caso la parte originaria ricorrente non aveva versato i detti oneri, per cui non poteva lamentarsi di non avere conseguito la sanatoria.

5. L’odierna parte appellante, già ricorrente rimasta integralmente soccombente nel giudizio di prime cure, ha proposto una articolata critica alla sentenza in epigrafe chiedendo la riforma dell’appellata decisione.

Dopo avere fatto presente che essa era la locataria dell’immobile in relazione al quale erano state presentate le tre

istanze di condono

respinte dal Comune, e dopo avere ripercorso le principali tappe del risalente contenzioso instaurato, ha in particolare sostenuto che:

a) il carattere “assistenziale” dei Circoli Omissis era stato riconosciuto nel 1967 dal Ministero dell’Interno, per cui agli stessi non poteva applicarsi la riduttiva interpretazione dell’art. 9 della legge n. 10/1977 patrocinata dal Tar; le opere per le quali era stato richiesto il condono si inserivano negli scopi ricreativi del Circolo, e non avevano fine di lucro;

b) la sentenza impugnata non aveva colto che il provvedimento determinativo degli oneri concessori era privo di motivazione, non avendo indicato le componenti del calcolo e l’iter seguito per pervenire alla somma finale;

c) la sentenza era viziata ai sensi dell’art. 112 c.p.c., in quanto il Tar aveva omesso di decidere sul terzo motivo del ricorso di primo grado;

c1) ivi, infatti, era stato lamentato che gli interventi oggetto del condono non ricadevano tra quelli di cui al comma 9 dell’art. 39 della legge n. 724/1994 per i quali era previsto il pagamento di oneri concessori, e che comunque non era stato specificato quali degli interventi realizzati vi dovessero essere soggetti (es: la pista da ballo).

6. In data 13 marzo 2015 si è costituito in giudizio il Comune di Rimini depositando atto di stile e chiedendo la reiezione del ricorso in quanto inammissibile od infondato.

7. In data 17 giugno 2016 parte appellante ha depositato una memoria puntualizzando le proprie difese.

8. In data 30 giugno 2016 parte appellante ha depositato una ulteriore memoria puntualizzando le proprie difese.

9. In data 7 luglio 2016 l’appellante ha depositato una ordinanza resa dal Tribunale di Rimini che ha disatteso il reclamo proposto dal Comune in sede di giudizio possessorio (causa n. 4909/2015 R.G.).

10. Alla odierna pubblica udienza del 21 luglio 2016 la causa è stata trattenuta in decisione.

DIRITTO

1. L’appello è infondato e deve essere disatteso.

1.1. Preliminarmente il Collegio rileva che:

a) a mente del combinato disposto degli artt. artt. 91, 92 e 101, comma 1, c.p.a., farà esclusivo riferimento ai mezzi di gravame posti a sostegno del ricorso in appello, senza tenere conto di ulteriori censure sviluppate nelle memorie difensive successivamente depositate, in quanto intempestive, violative del principio di tassatività dei mezzi di impugnazione e della natura puramente illustrativa delle comparse conclusionali (cfr. ex plurimis Cons. Stato, sez. V, 30 dicembre 2015, n. 5865);

b) nella memoria depositata in data 17 giugno 2016 l’appellante ha tuttavia posto due questioni, connesse, che sarebbero rilevabili ex officio: quella della pendenza di un giudizio civile di usucapione sull’area da parte dell’originario proprietario Omissis e quella relativa alla possibile incostituzionalità (e/o contrasto con la Cedu) delle disposizioni del T.U. Edilizia che non consentirebbero il perfezionarsi dell’usucapione in capo al soggetto che è rimasto in possesso dell’immobile abusivo;

c) sebbene la memoria depositata sia identica a quella depositata nelle cause distinte ai nn. 793/2015, 794/2015 e 795/2015, del pari chiamate in decisione alla odierna udienza pubblica, e sebbene l’appellante abbia fatto presente che le questioni ivi poste riverberano i loro effetti nella causa n. 794/2015, ad ogni buon conto evidenzia il Collegio che entrambe le problematiche sono palesemente infondate, e non legittimano la sospensione – neppure parziale – dell’odierno processo in quanto:

I) da un canto non si ravvisa alcun rapporto di pregiudizialità necessaria con il giudizio civile successivamente proposto (e non pendente in grado di appello, comunque) né tra la prima ordinanza e la seconda ordinanza di ingiunzione emessa dall’Amministrazione: se e quando eventualmente l’odierno appellante dovesse avere riconosciuto il proprio possesso valido per la usucapione in sede civile, si potrebbe porre un problema di legittimità dei provvedimenti medio tempore resi; la problematica, allo stato, oltre a non essere stata dedotta nell’odierno grado di giudizio, né in precedenza, se non con la memoria depositata il 16 maggio 2016, è del tutto inattuale;

II) il supposto contrasto del T.U. Edilizia con le norme Cedu e/o con la Costituzione è del tutto inconsistente, e palesemente dilatorio: in sostanza l’appellante, muovendo dalla eccezionale possibilità di “acquisizione” di cui all’art. 42-bis del T.U. Espropri (i cui ristrettissimi limiti sono stati a più riprese chiariti: cfr. Cons. Stato, Ad. pl., 9 febbraio 2016, n. 2, nonché Corte cost., 30 marzo 2015, n. 71), si duole della circostanza che analoga possibilità non sia consentita al privato, che in spregio a plurimi provvedimenti amministrativi rimasti inottemperati non abbia provveduto a demolire le opere, a rilasciare l’immobile etc, con ciò obliando:

1) che la fattispecie di lottizzazione abusiva (sanzionata penalmente) impone la confisca obbligatoria;

2) la costante giurisprudenza della Corte di Cassazione secondo cui: i) esiste un principio di carattere generale desumibile dalla normativa – sia urbanistica, che espropriativa (cfr. art. 16, comma 9, l. 22 ottobre 1971, n. 865) – per cui il proprietario non può trarre beneficio alcuno dalla sua attività illecita (cfr. Cass. civ., nn. 17881/2004, 26260/ 2009 e 4206/2011, nonché Sez. un. n. 9341/2003); ii) il manufatto abusivo è nella sostanza incommerciabile (ex aliis, arg. Cass. civ., sez. II, 5 ottobre 2012, n. 17028), e la eventuale alienazione a terzi di esso non incide sulla oggettiva abusività del bene medesimo e sulla necessità che sia demolito (ex aliis, ancora di recente, Cass. pen., sez. III, 29 marzo 2007, n. 22853); esso non dovrebbe esistere: ove vi sia, ciò significa che si versa in stato di irregolarità, posto che invece, il manufatto avrebbe già dovuto essere abbattuto; detta situazione di illecito ha natura permanente (si veda ex aliis Cons. Stato, sez. VI, 18 settembre 2013, n. 4651, sul carattere permanente degli abusi edilizi) e comporta che il decorso del tempo non spieghi alcuna efficacia sanante nei confronti degli abusi stessi, tanto che, si è detto (Cass. civ., sez. I, 18 luglio 2013, n. 17604) “in tema di espropriazione per p.u., gli immobili costruiti abusivamente non sono suscettibili di indennizzo, a meno che alla data dell’evento ablativo non risulti già rilasciata la concessione in sanatoria”.

1.2. Le questioni poste, oltre che genericamente evocate, sono all’evidenza infondate, se non anche temerarie.

Non è neppure con chiarezza evocato il parametro Cedu violato, e non si tiene conto che la eccezionale previsione di cui all’art. 42-bis del T.U. Espropri è finalizzata ad un (eccezionale, nuovamente) soddisfacimento de facto dell’interesse pubblico: elemento del tutto mancante nella presente fattispecie; il Collegio non intende decampare dai principi di cui a Cons. Stato, sez. IV, 10 gennaio 2014, n. 46, ed entrambe le eccezioni vanno pertanto disattese.

1.2.1. Il collegio, altresì, condivide il costante orientamento della giurisprudenza di primo grado (exaliis T.A.R. Palermo, sez. II, 5 ottobre 2015, n. 2420) secondo cui “il tempo intercorso non elide, né aggrava quanto a motivazione, il doveroso e imprescrittibile esercizio del potere sanzionatorio da parte dell’amministrazione pubblica: invero, l’ordine di demolizione, come tutti i provvedimenti sanzionatori edilizi, è un atto vincolato che non richiede una specifica valutazione delle ragioni d’interesse pubblico, né una comparazione di questo con gli interessi privati coinvolti e sacrificati, né una motivazione sulla sussistenza di un interesse pubblico concreto e attuale alla demolizione, non potendo ammettersi l’esistenza di alcun affidamento tutelabile alla conservazione di una situazione di fatto abusiva, che il tempo non può legittimare”.

E peraltro per la costante giurisprudenza penale (cfr. Cass. pen., sez. VI, 2 luglio 2012, n. 29124; id., sez. V, 6 marzo 2014, n. 15394) la fattispecie lottizzatoria abusiva impone la confisca obbligatoria e soltanto il terzo estraneo al reato può far valere il diritto alla restituzione con la proposizione di incidente di esecuzione, nell’ambito del quale, escluso che possano essere rivalutate le ragioni della confisca, può dimostrare la sussistenza del diritto di proprietà e l’assenza di ogni addebito di negligenza.

L’appellante, poi, oblia il costante opinamento della giurisprudenza amministrativa, secondo cui (cfr. Cons. Stato, sez. V, 9 novembre 1998, n. 1595) mentre l’efficacia acquisitiva della proprietà dell’edificio abusivo è riconnessa dall’art. 7, comma 4, della legge 28 febbraio 1985, n. 47, al mero decorso del termine di novanta giorni assegnati dall’ordinanza di demolizione rimasta ineseguita da parte del responsabile dell’abuso, l’atto d’accertamento dell’inottemperanza ha natura effettivamente provvedimentale (e, come tale, è immediatamente impugnabile davanti al giudice amministrativo), spiegando il duplice effetto costitutivo di legittimare il comune all’immissione in possesso del manufatto illecito ed alla trascrizione del titolo d’acquisto nei registri immobiliari.

In nessun caso, insomma, la tesi dell’appellante potrebbe a questi giovare, né ha alcuna parvenza di fondatezza (cfr. T.A.R. Lazio, sez. I, 12 giugno 2006, n. 4497: “la circostanza che dopo un ventennio dal trasferimento fallimentare, il ricorrente abbia acquistato la proprietà dei capannoni per usucapione ordinaria ex art. 1158 c.c. e che detta usucapione sia stata dichiarata dal giudice non muta né sana l’originaria abusività edilizia dei manufatti, poiché la titolarità civilistica di un edificio non coincide con la sua legittima edificazione e, come noto, ove legittima edificazione non vi sia stata, la natura permanente dell’abuso edilizio non esclude le relative sanzioni demolitorie, anche se relative ad abusi del precedente proprietario”).

1.3. Per altro verso, la circostanza che sia stata emessa una nuova ingiunzione non determina l’improcedibilità dell’odierno processo: le questioni proposte con la memoria di parte appellante vanno pertanto disattese.

2. Venendo al merito, quanto alla prima censura proposta nell’appello, il Tar ha fatto buongoverno del principio – ancora di recente affermato – secondo il quale (cfr. Cons. Stato, sez. IV, 11 febbraio 2016, n. 595) l’esenzione dal pagamento del contributo di costruzione, prevista dall’art. 17, comma 3, lett. c), d.P.R. n. 380/2001, è dovuta anche per un’opera di interesse generale realizzata da un privato per conto di un ente pubblico, ma solo se esso abbia agito quale organo indiretto dell’Amministrazione, come nella concessione o nella delega.

Contrariamente a quanto espressamente sostenutosi nell’appello, la giurisprudenza ha sempre sostenuto (ex aliis Cons. Stato, sez. IV, 8 novembre 2011, n. 5903 ) che “ai sensi dell’art. 9 comma 1 lett. f), l. 28 gennaio 1977 n. 10, debbono concorrere due requisiti per fondare lo speciale regime di gratuità della concessione edilizia e precisamente: un requisito di carattere oggettivo, attinente al carattere pubblico o comunque di interesse generale delle opere da realizzare; un requisito di carattere soggettivo, in quanto le opere debbono essere eseguite da un ente istituzionalmente competente, ovvero da soggetti anche privati che non agiscano per scopo di lucro ovvero abbiano un legame istituzionale con l’azione dell’Amministrazione volta alla cura di interessi pubblici”.

E ciò in quanto la strumentalità rispetto all’esercizio di un servizio pubblico non è sufficiente ad integrare la nozione di “impianti, attrezzature, opere pubbliche o di interesse generale”, di cui all’art. 9, comma 1, lett. f), della l. n. 10 del 1977 (ora art. 17, comma 3, lett. c) del d.P.R. n. 380 del 2001), in quanto l’esenzione dal pagamento del contributo di costruzione vale per la struttura che realizza o contribuisce con vincolo indissolubile all’erogazione diretta del servizio, come, a titolo meramente esemplificativo, nell’ipotesi di un impianto tecnico, ma non per un bene la cui strumentalità dipende da scelte discrezionali e, quindi, revocabili, della società, dovendosi dunque concludere che a rilevare non è la destinazione che soggettivamente s’intende dare alla struttura, bensì la sua natura oggettiva: solo laddove l’opera non possa, neppure in astratto, avere una destinazione diversa da quella pubblica si potrà dunque configurare il presupposto per l’esonero dal pagamento del contributo di costruzione,

Nel caso di specie, a tacere d’altro, manca del tutto il requisito soggettivo, ed è altresì assente alcuna parvenza di indissolubilità della destinazione a fini “pubblici”, per cui la censura va disattesa.

3. Quanto alla seconda doglianza, essa collide con il consolidato indirizzo giurisprudenziale secondo il quale “la procedura amministrativa volta alla liquidazione ed al pagamento del contributo di costruzione attiene ad attività non autoritativa, che si fonda sull’applicazione automatica di regole di calcolo previste da fonte normativa, senza alcun contenuto di discrezionalità per l’amministrazione: pertanto la liquidazione degli oneri di urbanizzazione non necessita di una specifica motivazione” (cfr. T.A.R. Brescia, sez. I, 1 dicembre 2009, n. 2382): trattandosi di opere abusive, e di

richiesta di condono

, non si vede francamente cosa altro avrebbe dovuto specificare l’Amministrazione.

4. Quanto alla terza censura, l’appellante reitera considerazioni inaccoglibili: dal complesso di opere realizzate, non arbitrariamente l’Amministrazione ha fatto discendere il convincimento di una unitarietà di intervento, tale da ricondurre l’insieme delle opere realizzate al concetto (non già di una pluralità di singoli abusi distinti ma) di un unicum concretatosi nell’illegittimo asservimento di un’area a fini incompatibili con lo strumento urbanistico.

4.1. Il punto è peraltro coperto da giudicato.

Va rammentato infatti che la legittimità della presupposta ordinanza di lottizzazione del 1988 è stata confermata anche in appello (sentenza del Tar n. 3642/04 e sentenza n. 3531/05 di questo Consiglio di Stato).

Ivi, in particolare, era stato impugnato il provvedimento n. 3432 in data 5 aprile 1988, con il quale il Sindaco del Comune di Rimini, in applicazione dell’art. 18 commi 2 e 7, della legge n. 47/1985, aveva ordinato la sospensione delle opere in corso di realizzazione nell’ambito di una lottizzazione abusiva situata in località Omissis di Coriano ed aveva ordinato la trascrizione dell’ordinanza alla Conservatoria.

Nella richiamata sentenza questo Consiglio di Stato ha espressamente statuito che:

a) vi è stata la suddivisione delle aree, mediante frazionamento di numerosissimi lotti;

b) la suddivisione in lotti è incompatibile con la destinazione del P.R.G. vigente a “zona agricola”;

c) sono state realizzate numerose opere abusive delle quali è dato atto anche negli atti di compravendita;

d) dai frazionamenti stessi è indotta una viabilità interna con sedi stradali di accesso ai lotti in gran parte recintati, e con sovrastanti manufatti;

e) è stata accertata la tombinatura della fossa di scolo consorziale trasformata in sede carrabile;

f) la superficie media dei lotti è di circa mq. 1000, mentre la destinazione di zona agricola prevista dal P.R.G. prevede una superficie minima di mq. 10.000 quale minima unità culturale;

g) le numerose opere edilizie abusive e le dimensioni delle singole unità poderali, ampiamente al dì sotto di quelle previste e consentite, hanno indotto una suddivisione del territorio non più idoneo alla destinazione urbanistica agricola.

4.2. In passato, questa Sezione (Cons. Stato, sez. IV, 19 giugno 2014, n. 3115) ha avuto modo di rilevare che “l’illegittimo mutamento della destinazione all’uso del territorio, già autoritativamente impressa, e quindi la formazione di una lottizzazione materiale si verifica anche nei casi in cui le variazioni apportate incidono esclusivamente sulla destinazione d’uso dei manufatti già realizzati”.

Il principio appare armonico:

– sia rispetto a precedenti approdi della giurisprudenza amministrativa (cfr. Cons. Stato, sez. IV, 7 giugno 2012, n. 3381) secondo cui: “il mutamento di destinazione d’uso di edifici già esistenti può influire sull’assetto urbanistico dei terreni sui quali essi insistono e può altresì comportare nuovi interventi di urbanizzazione (…)Il concetto di “opere che comportino trasformazione urbanistica od edilizia” dei terreni, lo si ribadisce, deve quindi essere interpretato in maniera “funzionale” alla ratio della norma (il cui bene giuridico tutelato è costituito, come si diceva in precedenza, dalla necessità di preservare la potestà pianificatoria attribuita all’amministrazione nonché l’effettivo controllo del territorio da parte del Comune), che tende, lo si diceva, appunto, a garantire una ordinata pianificazione urbanistica, un corretto uso del territorio ed uno sviluppo degli insediamenti abitativi e dei correlativi standards compatibili con le esigenze di finanza pubblica (…)Ne consegue che la verifica circa la conformità della trasformazione realizzata e la sua rispondenza o meno alle previsioni delle norme urbanistiche vigenti deve essere effettuata con riferimento non già alle singole opere in cui si è compendiata la lottizzazione, eventualmente anche regolarmente assentite (giacché tale difformità è specificamente sanzionata dagli artt. 31 e ss. D.P.R. n. 380/2001), bensì alla complessiva trasformazione edilizia che di quelle opere costituisce il frutto, sicché essa conformità ben può mancare anche nei casi in cui per le singole opere facenti parte della lottizzazione sia stato rilasciato il permesso di costruire (…)Tenuto conto della natura del provvedimento impugnato in primo grado (ordinanza di sospensione per lottizzazione abusiva) cadono quindi tutte le censure fondate sulla mancata definizione delle domande di condono dei singoli – e reiterati- abusi realizzati, in quanto non incidenti sulla riscontrabilità di una condotta lottizzatoria materiale abusiva (…)Deve per ulteriore conseguenza affermarsi che può integrare un’ipotesi di lottizzazione abusiva qualsiasi tipo di opere in concreto idonee a stravolgere l’assetto del territorio preesistente, a realizzare un nuovo insediamento abitativo e, quindi, in ultima analisi, a determinare sia un concreto ostacolo alla futura attività di programmazione (che viene posta di fronte al fatto compiuto) ma anche soltanto un carico urbanistico che necessita di adeguamento degli standards e rimarcare che, avuto riguardo alla tipologia dei reiterati abusivi interventi realizzati, ove unitariamente considerati)”;

– sia rispetto alle affermazioni giurisprudenziali del giudice ordinario, di legittimità (Cass. pen., sez. III, 7 marzo 2008, n. 24096), e di merito (Tribunale Grosseto, 9 novembre 2006: “La trasformazione della destinazione d’uso di immobili facenti parte di un piano di lottizzazione per la costruzione di un insediamento turistico, attuata attraverso il frazionamento del complesso immobiliare, con conseguente perdita da parte delle singole unità abitative dell’originaria destinazione d’uso alberghiera ed acquisizione di quella residenziale, integra il reato di lottizzazione abusiva”).

4.2.1. La fattispecie appare trasponibile alla odierna vicenda processuale, dal che discende la reiezione della censura.

5. I provvedimenti impugnati, infine, danno conto di quali siano gli abusi commessi e determinano gli oneri dovuti: per altro verso, il comma 9 dell’art. 39 della legge n. 724/1994 stabilisce che “alle domande di concessione in sanatoria deve essere altresì allegata una ricevuta comprovante il pagamento al comune, nel cui territorio è ubicata la costruzione, di una somma a titolo di anticipazione degli oneri concessori, se dovuti, calcolata nella misura indicata nella tabella C allegata alla presente legge, rispettivamente per le nuove costruzioni e gli ampliamenti e per gli interventi di ristrutturazione edilizia di cui all’art. 31, primo comma, lettera d), della legge 5 agosto 1978, n. 457, nonché per le modifiche di destinazione d’uso, ove soggette a sanatoria. Per il pagamento dell’anticipo degli oneri concessori si applica la stessa rateizzazione prevista per l’oblazione. Coloro che in proprio o in forme consortili abbiano eseguito o intendano eseguire parte delle opere di urbanizzazione primaria, secondo le disposizioni tecniche dettate dagli uffici comunali, possono invocare lo scorporo delle aliquote, da loro sostenute, che riguardino le parti di interesse pubblico. Le modalità di pagamento del conguaglio sono definite entro sessanta giorni dalla data di entrata in vigore della presente legge, dal comune in cui l’abuso è stato realizzato. Qualora l’importo finale degli oneri concessori applicati nel comune di ubicazione dell’immobile risulti inferiore alla somma indicata nella predetta tabella C, la somma da versare, in unica soluzione, deve essere pari a detto minore importo”.

5.1. Sarebbe stato quindi onere di parte appellante procedere in tal senso, e, come correttamente rilevato dal Tar, non avendo essa versato i detti oneri, non poteva lamentarsi di non avere conseguito la sanatoria (cfr. tra le tante Cons. Stato, sez. VI, 30 dicembre 2014, n. 6423, secondo cui “ai sensi dell’art. 39 l. n. 724 del 1994, la domanda di condono si intende accolta decorso il termine perentorio di due anni dalla sua presentazione, ma per effetto della norma citata, che richiama l’analogo art. 35, comma 17, l. n. 47 del 1985, l’effetto sanante non deriva immancabilmente dal decorso del termine ivi previsto, ma è condizionato al pagamento di tutte le somme eventualmente dovute a conguaglio ed alla presentazione all’ufficio tecnico erariale della documentazione necessaria all’accatastamento. La stessa l. n. 724 del 1994 sostituisce la documentazione necessaria ai fini della sanatoria con una dichiarazione resa dal richiedente ai sensi dell’art. 4 della l. 4 gennaio 1968, n. 15: ne deriva che sull’interessato grava l’onere di presentare, a corredo dell’istanza, oltre alla prova del versamento degli acconti dovuti in conto oblazione e oneri concessori, la dichiarazione ai sensi dell’art. 4 legge citata circa la consistenza e le caratteristiche dell’opera abusiva”).

5.2. La sentenza non è quindi viziata da omessa petizione: il Tar ha preso atto semplicemente della circostanza che l’appellante non aveva allegato alla istanza la prova dell’avvenuto pagamento degli oneri concessori, né li aveva comunque pagati, e che la ratio giustificativa di tale condotta (quella cioè, della non debenza degli oneri medesimi) è del tutto infondata, e da ciò discende la reiezione anche di tale censura, dovendosi in ultimo osservare che ogni possibile vizio di forma (trattandosi di provvedimento vincolato) ricadrebbe sotto l’usbergo dell’art. 21-octies della legge 7 agosto 1990, n. 241 .

6. Conclusivamente, l’appello va respinto, e la sentenza confermata.

7. Le questioni appena vagliate esauriscono la vicenda sottoposta alla Sezione, essendo stati toccati tutti gli aspetti rilevanti a norma dell’art. 112 c.p.c., in aderenza al principio sostanziale di corrispondenza tra il chiesto e il pronunciato (come chiarito dalla giurisprudenza costante, ex plurimis, per le affermazioni più risalenti, Cass. civ., sez. II, 22 marzo 1995, n. 3260 e, per quelle più recenti, Cass. civ., sez. V, 16 maggio 2012, n. 7663).

7.1. Gli argomenti di doglianza non espressamente esaminati sono stati dal Collegio ritenuti non rilevanti ai fini della decisione e comunque inidonei a supportare una conclusione di tipo diverso.

8. Quanto alle spese del grado, esse seguono la soccombenza, e pertanto parte appellante va condannata a corrisponderle all’appellata Amministrazione comunale di Rimini, nella misura che appare equo quantificare in euro tremila (€ 3000,00) oltre agli oneri accessori, se dovuti.

P.Q.M.

Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale (Sezione Quarta) definitivamente pronunciando sull’appello, come in epigrafe proposto, lo respinge.

Condanna parte appellante al pagamento delle spese processuali del grado, in favore dell’appellata Amministrazione comunale di Rimini, nella misura che appare equo quantificare in euro tremila (€ 3000,00) oltre agli oneri accessori, se dovuti.

Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall’autorità amministrativa.

Così deciso in Roma nella camera di consiglio del giorno 21 luglio 2016 […]

 

Precedente PEI, giurisdizione Successivo Decreto legislativo 8 2016, art. 8