Sanatoria edilizia costi legge 47/1985, prescrizione

Sanatoria edilizia costi legge 47/1985: da quando decorrono i termini di prescrizione del diritto all’oblazione (trentasei mesi) e del diritto al conguaglio del contributo concessorio (dieci anni)?

L’art. 35, commi 1 e 3, della citata legge n. 47 del 1985 – nel disciplinare il «procedimento per la sanatoria» – prevede che la domanda di concessione «è corredata dalla prova dell’eseguito versamento dell’oblazione» e che alla stessa devono essere allegati una serie di documenti che vengono specificamente indicati

Il successivo comma 17 stabilisce che «decorso il termine perentorio di ventiquattro mesi dalla presentazione della domanda», quest’ultima «si intende accolta» ove l’interessato abbia provveduto «al pagamento di tutte le somme eventualmente dovute a conguaglio», nonché alla «presentazione all’ufficio tecnico erariale della documentazione necessaria all’accatastamento». La norma in esame prevede che «trascorsi trentasei mesi si prescrive l’eventuale diritto conguaglio o al rimborso spettanti».

Dalla normativa sopra riportata emerge come il silenzio assenso si possa formare soltanto in presenza di tutti i presupposti da essa indicati e, in particolare, in presenza di una documentazione completa degli elementi richiesti dall’articolo riportato. Il termine di prescrizione decorre soltanto nel caso in cui si sia formato un atto tacito di condono.

…Nella fattispecie in esame, dagli atti del giudizio risulta che la Società non aveva presentato all’ufficio tecnico erariale la documentazione necessaria ai fini dell’accatastamento o della variazione catastale. La mancanza di tale documentazione ha impedito la formazione del silenzio assenso.

Ne consegue che, come correttamente messo in rilievo dal primo giudice, i termini di prescrizione del diritto all’oblazione (trentasei mesi) e del diritto al conguaglio del contributo concessorio (dieci anni) non avrebbero potuto iniziare a decorrere anteriormente alla data di rilascio del provvedimento espresso di condono (21 giugno 2011) o, comunque, dal deposito delle integrazioni documentali richieste dal Comune (14 giugno 2011)….

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Consiglio di Stato sentenza n. 4706  15 novembre 2016

[…]

FATTO e DIRITTO

1.– Omissis s.r.l. ha presentato, in data 31 marzo 1995, domanda di condono ai sensi della legge 24 dicembre 1994, n. 724, con riferimento al mutamento della destinazione d’uso dell’immobile di proprietà della medesima Società, sito a Milano, in Via Omissis, originariamente adibito a laboratorio e successivamente destinato ad uso ufficio.

La Società, al momento della presentazione dell’istanza, ha provveduto all’autodeterminazione della somma dovuta a titolo di oblazione e di prima rata per oneri di urbanizzazione, nelle somme, rispettivamente, di lire 1.667.000 e di lire 4.411.900.

Lo Sportello unico per l’edilizia del Comune di Milano, con nota del 2 marzo 2011, ha comunicato alla società la rideterminazione delle somme che la stessa avrebbe dovuto a suo tempo versare a titolo di oblazione e di acconto oneri.

Con tale nota è stata, inoltre, richiesta ulteriore documentazione non inserita nella domanda: certificazione antimafia; prova dell’avvenuta presentazione all’ufficio tecnico erariale della documentazione necessaria ai fini dell’accatastamento o della variazione catastale; perizia giurata per abuso superiore a 450 metri cubi.

La Società ha provveduto, in data 14 giugno 2011, a presentare agli uffici comunali sia la documentazione richiesta sia le attestazioni del versamento degli importi indicati dall’amministrazione.

Lo Sportello unico per l’edilizia, con nota del 14 luglio 2011, ha comunicato alla Società l’adozione del provvedimento di condono e la determinazione degli importi dovuti a saldo degli oneri in complessivi euro 93.274,65, di cui: euro 42.516,53 per oneri di urbanizzazione primaria; euro 31.499,39 per oneri di urbanizzazione secondaria; euro 19.258,73 per la quota relativa al costo di costruzione.

2.– La Società ha impugnato tale provvedimento, nella parte relativa alla determinazione delle somme dovute, innanzi al Tribunale amministrativo regionale per la Lombardia, per i motivi riproposti in sede di appello e riportati nei successivi punti.

Il Tribunale amministrativo, con sentenza 21 maggio 2014, n. 1315, ha rigettato il ricorso.

3.– La ricorrente in primo grado ha proposto appello.

3.1.– Si è costituito in giudizio il Comune di Milano, chiedendo il rigetto dell’appello.

4.– La causa è stata decisa all’esito dell’udienza pubblica del 14 luglio 2016.

5.– L’appello è fondato nei limiti di seguito indicati.

6.– In via preliminare, deve rilevarsi che l’art. 5 della legge della Regione Lombardia 5 dicembre 1977, n. 30, applicabile ratione temporis, prevede che: «le modificazioni delle destinazioni d’uso comportano, per quanto attiene all’incidenza degli oneri di urbanizzazione primaria e secondaria, un contributo commisurato sia alla eventuale maggior somma determinata in relazione alla nuova destinazione rispetto a quella che sarebbe dovuta per la destinazione precedente, sia alla quota dovuta per le opere relative ad edifici esistenti».

L’amministrazione comunale, per stabilire le concrete modalità e criteri di determinazione del contributo, ha adottato la deliberazione della Giunta n. 5471 del 1996.

6.– Con un primo motivo l’appellante ha dedotto l’intervenuta prescrizione del diritto di credito fatto valere dal Comune per decorso del termine triennale previsto dall’art. 35 della legge 28 febbraio 1985, n. 47 (Norme in materia d controllo dell’attività urbanistica-edilizia, sanzioni, recupero e sanatoria delle opere edilizie n. 47 del 1985).

Il motivo non è fondato.

L’art. 35, commi 1 e 3, della citata legge n. 47 del 1985 – nel disciplinare il «procedimento per la sanatoria» – prevede che la domanda di concessione «è corredata dalla prova dell’eseguito versamento dell’oblazione» e che alla stessa devono essere allegati una serie di documenti che vengono specificamente indicati

Il successivo comma 17 stabilisce che «decorso il termine perentorio di ventiquattro mesi dalla presentazione della domanda», quest’ultima «si intende accolta» ove l’interessato abbia provveduto «al pagamento di tutte le somme eventualmente dovute a conguaglio», nonché alla «presentazione all’ufficio tecnico erariale della documentazione necessaria all’accatastamento». La norma in esame prevede che «trascorsi trentasei mesi si prescrive l’eventuale diritto conguaglio o al rimborso spettanti».

Dalla normativa sopra riportata emerge come il silenzio assenso si possa formare soltanto in presenza di tutti i presupposti da essa indicati e, in particolare, in presenza di una documentazione completa degli elementi richiesti dall’articolo riportato. Il termine di prescrizione decorre soltanto nel caso in cui si sia formato un atto tacito di condono.

Nella fattispecie in esame, dagli atti del giudizio risulta che la Società non aveva presentato all’ufficio tecnico erariale la documentazione necessaria ai fini dell’accatastamento o della variazione catastale. La mancanza di tale documentazione ha impedito la formazione del silenzio assenso.

Ne consegue che, come correttamente messo in rilievo dal primo giudice, i termini di prescrizione del diritto all’oblazione (trentasei mesi) e del diritto al conguaglio del contributo concessorio (dieci anni) non avrebbero potuto iniziare a decorrere anteriormente alla data di rilascio del provvedimento espresso di condono (21 giugno 2011) o, comunque, dal deposito delle integrazioni documentali richieste dal Comune (14 giugno 2011).

7.– Con un secondo motivo si assume l’erroneità della sentenza nella parte in cui non si è rilevato che l’amministrazione comunale avrebbe proceduto ad un calcolo erroneo della somma dovuta perché basato sulla qualificazione dell’intervento effettuato come intervento con cambio di destinazione “con opere” e non invece “senza opere”. L’appellante aggiunge che, anche qualora si volesse qualificare l’intervento come mutamento “con opere”, la determinazione del credito spettante all’amministrazione sarebbe, in ogni caso, non corretta perché effettuata con un metodo presuntivo che non ha tenuto conto dell’effettiva consistenza delle opere che, secondo l’appellante, avrebbero dovuto considerarsi di manutenzione ordinaria. Si rileva, infine, che sarebbe erroneo anche lo specifico calcolo matematico effettuato per il calcolo degli oneri di urbanizzazione.

Il motivo è fondato nei limiti di seguito indicati.

L’art. 5 della legge della Regione Lombardia 5 dicembre 1977, n. 30, applicabile ratione temporis, prevede che: «le modificazioni delle destinazioni d’uso comportano, per quanto attiene all’incidenza degli oneri di urbanizzazione primaria e secondaria, un contributo commisurato sia alla eventuale maggior somma determinata in relazione alla nuova destinazione rispetto a quella che sarebbe dovuta per la destinazione precedente, sia alla quota dovuta per le opere relative ad edifici esistenti».

L’amministrazione comunale, per stabilire le concrete modalità e criteri di determinazione del contributo, ha adottato la deliberazione della Giunta n. 5471 del 1996.

Tale delibera, avuto riguardo a quanto rileva ai fini della decisione, dispone che: «nel caso in cui i progetti oggetto della richiesta di condono non siano completi di computo metrico estimativo e/o di tabella ministeriali necessari per determinazione l’onere commisurato al costo di costruzione», il «costo di costruzione nei cambi di destinazione con opere, nei casi in cui sarà necessario determinarlo, sarà considerato un importo pari a l. 1.2000.00 al mq di s.l.p., al quale si applicherà una percentuale del 10%».

Nella fattispecie in esame, dagli atti del processo risulta che il cambio di destinazione è avvenuto con realizzazione di opere consistenti in: sostituzione della pavimentazione, posta di controsoffitto a copertura dell’impianto di condizionamento, inserimento di divisori legno-vetro rimovibili.

L’intervento in questione non può, pertanto, come sostenuto dall’appellante, ritenersi effettuato “senza opere”,

Nondimeno, la Sezione rileva come l’amministrazione abbia erroneamente proceduto, come risulta dagli atti del giudizio, ad una determinazione forfettaria dei costi dovuti senza considerare la reale natura e consistenza delle opere eseguite. In particolare, il Comune avrebbe dovuto svolgere una adeguata istruttoria con eventuali richieste integrative alla società al fine di pervenire ad una quantificazione della somma dovuta che avesse come parametro di riferimento la effettiva natura delle opere eseguite. Né varrebbe rilevare che la delibera di Giunta, sopra riportata, imporrebbe necessariamente la modalità di calcolo forfettaria in mancanza del deposito del compito metrico estimativo. L’atto amministrativo generale in esame, alla luce della sua formulazione letterale e all’esito di una interpretazione conforme ai canoni della buona amministrazione, non esclude l’obbligo per il Comune di effettuare una istruttoria, con eventuale coinvolgimento del privato, finalizzata a pervenire ad una decisione finale che tenga conto della reale situazione di fatto.

L’indicata illegittimità delle modalità di calcolo, derivante dalla erronea qualificazione delle opere eseguite, ha inciso sulla concreta determinazione sia dei costi di costruzione sia degli oneri di costruzione, con conseguente illegittimità degli atti amministrativi impugnati in primo grado che, conseguentemente, sono annullati.

9.– L’accoglimento dei motivi, sopra riportati. esime il Collegio dal valutare le censure riferite ai concreti criteri di calcolo, in quanto essi sono inficiati dall’errore di fondo afferente all’esatta qualificazione delle opere.

L’amministrazione comunale, pertanto, dovrà procedere una nuova determinazione delle somme dovute dalla società nel rispetto dei vincoli conformativi derivanti dalla presente sentenza.

10.– Il Comune è condannato al pagamento, in favore della società resistente, delle spese di entrambi i gradi di giudizio, che si determinano in complessive euro 7.000,00, oltre accessori di legge.

P.Q.M.

Il Consiglio di Stato, in sede giurisdizionale, Sezione Sesta, definitivamente pronunciando:

a) accoglie, nei sensi di cui in motivazione, l’appello proposto con il ricorso indicato in epigrafe e, per l’effetto, in riforma della sentenza 21 maggio 2014, n. 1315 del Tribunale amministrativo regionale per la Lombardia, Milano, Sezione II, accoglie il ricorso di primo grado e annulla gli atti amministrativi del Comune di Milano oggetto di impugnazione;

b) condanna l’amministrazione resistente al pagamento, in favore della società appellante, delle spese di entrambi i gradi di giudizio che si determinano in complessive euro 7.000,00, oltre accessori di legge.

Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall’autorità amministrativa.

Così deciso in Roma nella camera di consiglio del giorno 14 luglio 2016 […]

 

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