Sanatoria edilizia

…Quanto al primo dei suddetti aspetti della vicenda, occorre rilevare come gli accertamenti tecnici eseguiti dagli addetti della Polizia Municipale congiuntamente al personale dell’Ufficio urbanistica in relazione alla verifica della domanda di condono hanno permesso di appurare che in concreto ai due denunciati manufatti è stata aggiunta la realizzazione d un ulteriore manufatto che ha accorpato i primi due e soprattutto ha “modificato la struttura dei due manufatti oggetto della domanda di condono” ( come espressamente illustrato nel provvedimento di diniego ) .

E’ accaduto allora che per effetto delle opere edilizie “aggiuntive”, in concreto si è dato luogo ad una unica, nuova struttura edilizia che ha alterato e stravolto le opere oggetto di condono, sicchè al momento della definizione della istanza di concessione l’Amministrazione si è trovata di fronte un corpus edilizio del tutto diverso da quello originariamente denunciato e perciò stesso insuscettibile di sanatoria : di qui il diniego di condono correttamente opposto.

Né, passando al secondo dei profili di doglianza dedotti, è possibile configurare nella specie l’esistenza di un silenzio- assenso sulla domanda di condono e questo perchè:

lo stato dei luoghi rappresentato in domanda non coincide con quello fisicamente presente al momento della definizione della istanza ( rilievo, questo di per sé assorbente di ogni altra considerazione )

la domanda non risulta completa nella sua documentazione e le somme versate a titolo di oblazione non sono rapportate all’entità volumetrica degli abusi in contestazione….

 

Consiglio di Stato sentenza n. 3702 26 agosto 2016

[…]

FATTO

Il sig. Omissis, proprietario di appartamenti ubicati al quarto piano di un fabbricato sito in via Omissis n. omissis del Comune di Salerno nonché del terrazzo di copertura, presentava in data 30/9/1986 ( prot. n. 84754) al suindicato Comune domanda di condono ex art. 31 della legge n. 47/85 per la realizzazione sine titulo su detto terrazzo di n. 2 vani ad uso residenza della complessiva superficie di 28 mq.

Successivamente, l’ufficio di Vigilanza del Comune con nota del 6/3/2006 accertava la realizzazione di un manufatto avente consistenza e destinazione diverse rispetto a quanto previsto nella domanda di condono, nel mentre su detto lastrico solare venivano realizzate due stazioni radio base per telefonia mobile, senza autorizzazione.

Quindi il Comune di Salerno, avuto riguardo alle accertate opere abusive, emetteva ordinanza n. 35 del 16/3/2006 con cui si disponeva a carico del sig.  Omissis il ripristino dello stato dei luoghi e la conseguente rimozione degli impianti installati sul manufatto realizzato sine titulo. L’interessato impugnava detta ordinanza con autonomo ricorso che veniva dichiarato improcedibile dal TAR Salerno .

Intanto, il Dirigente del competente settore comunale, dopo aver richiesto con nota prot. n. 92532 del 6/9/2006, rimasta inevasa, la produzione di nuova documentazione e aver altresì comunicato il preavviso di rigetto ex art. 10 bis della legge n. 241/90, con provvedimento del 1° dicembre 2006 prot. n. 127660 respingeva la domanda di sanatoria presentata dall’Omissis nel settembre del 1986.

L’interessato impugnava tale provvedimento innanzi al TAR Salerno che con sentenza n.2008/2008 dichiarava inammissibile il proposto ricorso.

Il sig.  Omissis ha impugnato ( appello n. 8264/2009) tale decisum deducendo la erroneità delle statuizioni dell’adito Tribunale amministrativo salernitano, per i seguenti motivi:

Error in iudicando ( art. 21 legge n. 1034/1971); Travisamento;

Violazione e falsa applicazione di legge ( artt.2,3 e sss. Legge n. 241/90 , artt. 31 e ss legge n. 47/85). Eccesso di potere ( erroneità, difetto dei presupposti e di istruttoria, perplessità, contraddittorietà, travisamento).

Si è costituito in giudizio il Comune di Salerno che ha contestato la fondatezza del proposto gravame chiedendone la reiezione.

Si è altresì costituita in giudizio avverso le ragioni dell’appellante la sig. ra Omissis, proprietaria di un immobile sottostante alle opere edilizie in contestazione e già interveniente ad opponendum in primo grado.

Intanto il Comune a seguito dell’opposto diniego di concessione in sanatoria emetteva l’ordinanza di demolizione n. 41 del 20/9/2007 che veniva impugnata innanzi al TAR con ricorso n. 112/2008.

Quindi in data 28/4/2010 prot. n. 85557 il sig.  Omissis comunicava al Comune di non essere più proprietario dell’immobile per averlo donato alla di lui figlia Omissis e in relazione a tale ultima circostanza l’Ente provvedeva a notificare ai fini demolitori nei confronti della predetta l’ordinanza n. 34 del 97572011.

L’interessata impugnava con ricorso n. 1401/2011 tale provvedimento, non senza prima aver impugnato con altro ricorso rubricato al n. 1227/2010 gli atti prodromici alla verifica dell’avvenuta demolizione.

L’adito TAR di Salerno con sentenza n. 1684/2012 riuniva i suindicati ricorsi e li dichiarava inammissibili.

La sig.ra Omissis ha impugnato con appello n. 138/2013 la suindicata sentenza , ritenuta errata ed ingiusta deducendo a sostegno del proposto gravame i seguenti motivi:

Error in judicando ( erronea applicazione degli artt. 35 e 41 c.p.a. );

Error in judicando ( erronea applicazione dell’art. 35 c.p.a – erronea valutazione dei motivi di ricorso sotto altro profilo;

Error in judicando ( violazione art. 24 Cost., omesso esame dei motivi di ricorso.

Si è costituito in giudizio per resistere anche per questo secondo appello il Comune di Salerno e la sig.ra Omissis.

All’udienza pubblica del 9 giugno 2016 i due ricorsi in appello in epigrafe indicati sono stati introitati per la decisione.

DIRITTO

I due appelli all’esame vanno riuniti stanti le evidenti ragioni di connessione sia soggettiva che oggettiva intercorrenti fra gli stessi.

Il primo gravame riguarda il diniego di rilascio di concessione in sanatoria richiesta ai sensi della legge n. 47 /85 dal Sig. Omissis in data 30/9/1986 di cui al provvedimento dirigenziale n. 127660 del 1° dicembre 2006.

Parte appellante sostiene la illegittimità di detto provvedimento negativamente adottato nei suoi confronti ed afferma tale assunto sulla base di due mezzi d’impugnazione (che per ragioni di connessione logica vanno unitariamente esaminati) basati su argomentazioni così riassumibili:

contrariamente a quanto sostenuto dal Comune il manufatto oggetto della domanda di condono non è stato oggetto di modifiche e i dati tecnici in tema di superficie e volumetria non sono stati mutati per effetto di ulteriori interventi;

nella specie deve ritenersi essersi inverato l’accoglimento del chiesto condono per silentium, sicchè prima di rigettare la richiesta di sanatoria il Comune avrebbe dovuto revocare l’assenso in precedenza verificatosi.

La tesi difensiva come articolata ai punti a) e b) è priva di fondamento .

Quanto al primo dei suddetti aspetti della vicenda, occorre rilevare come gli accertamenti tecnici eseguiti dagli addetti della Polizia Municipale congiuntamente al personale dell’Ufficio urbanistica in relazione alla verifica della domanda di condono hanno permesso di appurare che in concreto ai due denunciati manufatti è stata aggiunta la realizzazione d un ulteriore manufatto che ha accorpato i primi due e soprattutto ha “modificato la struttura dei due manufatti oggetto della domanda di condono” ( come espressamente illustrato nel provvedimento di diniego ) .

E’ accaduto allora che per effetto delle opere edilizie “aggiuntive”, in concreto si è dato luogo ad una unica, nuova struttura edilizia che ha alterato e stravolto le opere oggetto di condono, sicchè al momento della definizione della istanza di concessione l’Amministrazione si è trovata di fronte un corpus edilizio del tutto diverso da quello originariamente denunciato e perciò stesso insuscettibile di sanatoria : di qui il diniego di condono correttamente opposto.

Né, passando al secondo dei profili di doglianza dedotti, è possibile configurare nella specie l’esistenza di un silenzio- assenso sulla domanda di condono e questo perchè:

lo stato dei luoghi rappresentato in domanda non coincide con quello fisicamente presente al momento della definizione della istanza ( rilievo, questo di per sé assorbente di ogni altra considerazione )

la domanda non risulta completa nella sua documentazione e le somme versate a titolo di oblazione non sono rapportate all’entità volumetrica degli abusi in contestazione.

In forza delle suesposte osservazioni l’appello, in quanto infondato, va respinto, meritando l’impugnata sentenza n. 2002/2008 relativa conferma sia pure con la motivazione sopra evidenziata.

Passando alla disamina del secondo appello, col primo mezzo d’impugnazione la sig.ra Omissis critica la statuizione del Tar che ha ritenuto sostanzialmente tardiva l’azione giurisdizionale promossa nei confronti dell’ordinanza di demolizione 34 del 9/5/2011 e degli atti a questa preordinati sul rilievo di non essere in precedenza mai venuta a conoscenza dei provvedimenti emessi a carico del suo genitore Omissis .

L’assunto difensivo non ha pregio.

Invero, premesso che la comunicazione che la titolarità dell’unità immobiliare realizzata sul terrazzo fosse transitata in capo della figlia  è avvenuta solo nel 2010, la conoscenza in epoca risalente e comunque antecedente alle date di presentazione dei ricorsi giurisdizionali della determinazione comunale di rigetto della domanda di condono riguardante le opere edilizie de quibus è deducibile dalle due seguenti circostanze:

dall’atto di donazione fatto dal padre ( Omissis  ) in favore della figlia ( Omissis  ) si evince che quest’ultima era a conoscenza della pendenza della domanda di condono del settembre del 1986 prodotta dal di lei genitore e tale circostanza riportata espressamente nella parte narrativa dell’ordinanza n. 34/2011 non è oggetto di contestazione;

nello stesso atto di appello ( pag. 3) si ammette che Omissis  ha avuto notizia dell’ordine di demolizione di cui all’ordinanza n. 35 del 16/3/2006 e in tale provvedimento si dà atto dell’avvenuta presentazione dell’istanza di condono del settembre del 1986.

Quindi, anche a voler tralasciare il rapporto di parentela esistente tra l’Omissis padre e Omissis figlia di per sé inidoneo a dimostrare la già intervenuta conoscenza degli atti “repressivi” emessi in precedenza e che nella specie vengono rieditati dall’Amministrazione, nel caso de quo si rinvengono elementi di giudizio univocamente diretti a far ritenere l’anteriore conoscenza dei provvedimenti nei confronti dei quali l’interessata ha promosso azione giurisdizionale però oltre i termini decadenziali di impugnazione.

Col secondo motivo di gravame parte appellante lamenta la illegittimità dell’ordinanza di demolizione che sarebbe stata emessa in pendenza di una domanda di sanatoria presentata nell’aprile del 1992 dalla sig.ra Omissis ai sensi dell’art. 36 del DPR n. 380/2001, non definita.

Anche tale vizio di legittimità non sussiste.

Invero gli atti qui oggetto di contestazione attengono alla situazione di abusività delle strutture edilizie per le quali è intervenuto il diniego di condono come richiesto nel settembre de 1986 e in particolare l’ordinanza ripristinatoria n. 34/2011 è atto consequenziale unicamente all’esito negativo di definizione di quella

domanda di sanatoria

prodotta ex art. 31 della legge n. 47/85 che chiude un procedimento diverso e distinto da quello inerente una domanda di accertamento di conformità avanzata nel 1992 e che qui non viene in rilievo, sicchè la circostanza invocata dalla parte appellante non vale ad evidenziare la sussistenza del dedotto vizio di legittimità.

Con il terzo ed ultimo motivo d’appello si contestano nel merito i rilievi di tipo sostanziale mossi dall’Amministrazione con gli atti in contestazione con cui si addebita l’avvenuta realizzazione di opere che hanno dato luogo ad un’unica struttura edilizia eseguita in violazione della vigente normativa urbanistica.

Sul punto parte appellante non adduce elementi di giudizio anche sotto il profilo probatorio, idonei a smentire gli addebiti mossi dal Comune, come emergenti, in particolare dagli accertamenti tecnici svolti dagli organi a ciò preposti e sui quali si fondono le determinazioni negativamente assunte in capo ai ricorrenti che perciò stesso legittimano giustificatamente i provvedimenti in parola.

In forza delle suestese considerazioni anche l’appello n.138/2013 in quanto infondato, va respinto, con conferma della sentenza 1684/2012 del TAR Salerno sia pure in virtù ( anche qui) della motivazione sopra esplicitata.

Le questioni appena vagliate esauriscono la vicenda sottoposta alla Sezione, essendo stati toccati tutti gli aspetti rilevanti a norma dell’art. 112 c.p.c., in aderenza al principio sostanziale di corrispondenza tra il chiesto e il pronunciato. Gli argomenti di doglianza non espressamente esaminati sono stati dal collegio ritenuti non rilevanti ai fini della decisione e comunque inidonei a supportare una conclusione di segno diverso.

Le spese del presente grado del giudizio seguono la regola della soccombenza e vengono liquidate in dispositivo.

P.Q.M.

Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale (Sezione Quarta)

definitivamente pronunciando sugli appelli come in epigrafe proposti, li riunisce e li rigetta.

Condanna parte appellante al pagamento delle spese del presente grado del giudizio che si liquidano complessivamente in euro 4.000,00 ( quattromila//00) di cui euro 2.000,00 in favore del Comune di Salerno e altri euro 2.000,00 in favore della sig.ra Omissis.

Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall’autorità amministrativa.

Così deciso in Roma nella camera di consiglio del giorno 9 giugno 2016 […]

 

 

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