Sanzione derivazioni o utilizzazioni abusive di acqua pubblica ex art 17 RD 11 dicembre 1933 n. 1775 aumentata di un quinto è condizione per la concessione in sanatoria – Cass. Civile Ordinanza n. 25619 27 ottobre 2017

Sanzione derivazioni o utilizzazioni abusive di acqua pubblica: Cass. Civile Ordinanza n. 25619 27 ottobre 2017*:

L’articolo 17 del RD 11 dicembre 1933 n. 1775, nella versione introdotta dal comma 4 dell’art. 96 D. Lvo n. 152/2006 dispone, al sesto comma*, che “fatto salvo quanto previsto dal comma 7, per le derivazioni o utilizzazioni di acqua pubblica in tutto o in parte abusivamente in atto è ammessa la presentazione di domanda di concessione in sanatoria entro il 30 giugno 2006 previo pagamento della sanzione di cui all’ articolo 17 del regio decreto 11 dicembre 1933, n. 1775, aumentata di un quinto. Successivamente a tale data, alle derivazioni o utilizzazioni di acqua pubblica in tutto o in parte abusivamente in atto si applica l’articolo 17, comma 3, del regio decreto 11 dicembre 1933 n. 1775. La concessione in sanatoria è rilasciata nel rispetto della legislazione vigente e delle utenze regolarmente assentite. In pendenza del procedimentoistruttorio della concessione in sanatoria, l’utilizzazione può proseguire fermo restando l’obbligo del pagamento del canone per l’uso effettuato e il potere dell’autorità concedente di sospendere in qualsiasi momento l’utilizzazione qualora in contrasto con i diritti di terzi o con il raggiungimento o il mantenimento degli obiettivi di qualità e dell’equilibrio del bilancio idrico. Restano comunque ferme le disposizioni di cui all’ articolo 95, comma 5″.

Come si ricava dalla semplice lettura della disposizione, la presentazione della domanda di concessione in sanatoria è condizionata al pagamento della sanzione “di cui all’articolo 17 del regio decreto 11 dicembre 1933, n. 1775, aumentata di un quinto” cioè alla sanzione che va da 3.000,00 a 30.000,00 euro (v. comma 3 dell’art. 17), aumentata di un quinto.

La formulazione generica adoperata dal legislatore, cioè il semplice riferimento alla “sanzione” senza precisare se debba intendersi nel minimo o nel massimo edittale induce a ritenere che la legge si riferisca alla sanzione applicata in concreto dall’autorità competente.

…Da ciò discende che la presentazione della domanda in sanatoria da parte della società non la esonerava dall’obbligo di pagare la sanzione inflitta, come correttamente ritenuto dai giudici di merito, restando irrilevante il diritto a continuare nell’emungimento ed erogazione di acqua e l’assenza di turbamento del buon regime sotterraneo delle acque….

* Si riporta per maggiore chiarezza la normativa richiamata:

Articolo 17 RD 11 dicembre 1933 n. 1775

1. Salvo quanto previsto dall’articolo 93 e dal comma 2, è vietato derivare o utilizzare acqua pubblica senza un provvedimento autorizzativo o concessorio dell’autorità competente.

2. La raccolta di acque piovane in invasi e cisterne al servizio di fondi agricoli o di singoli edifici è libera e non richiede licenza o concessione di derivazione di acqua; la realizzazione dei relativi manufatti è regolata dalle leggi in materia di edilizia, di costruzioni nelle zone sismiche, di dighe e sbarramenti e dalle altre leggi speciali.

3. Nel caso di violazione delle norme di cui al comma 1, l’Amministrazione competente dispone la cessazione dell’utenza abusiva ed il contravventore, fatti salvi ogni altro adempimento o comminatoria previsti dalle leggi vigenti, è tenuto al pagamento di una sanzione amministrativa pecuniaria da 3.000 euro a 30.000 euro. Nei casi di particolare tenuità si applica la sanzione amministrativa pecuniaria da 300 euro a 1.500 euro. Alla sanzione prevista dal presente articolo non si applica il pagamento in misura ridotta di cui all’articolo 16 della legge 24 novembre 1981, n. 689. È in ogni caso dovuta una somma pari ai canoni non corrisposti. L’autorità competente, con espresso provvedimento nel quale sono stabilite le necessarie cautele, può eccezionalmente consentire la continuazione provvisoria del prelievo in presenza di particolari ragioni di interesse pubblico generale, purchè l’utilizzazione non risulti in palese contrasto con i diritti di terzi e con il buon regime delle acque.

Art. 96 d,lgs. 152 2006

Modifiche al regio decreto 11 dicembre 1933, n. 1775

[…]

6. Fatto salvo quanto previsto dal comma 7, per le derivazioni o utilizzazioni di acqua pubblica in tutto o in parte abusivamente in atto è ammessa la presentazione di domanda di concessione in sanatoria entro il 30 giugno 2006 previo pagamento della sanzione di cui all’articolo 17 del regio decreto 11 dicembre 1933, n. 1775, aumentata di un quinto. Successivamente a tale data, alle derivazioni o utilizzazioni di acqua pubblica in tutto o in parte abusivamente in atto si applica l’articolo 17, comma 3, del regio decreto 11 dicembre 1933 n. 1775. La concessione in sanatoria è rilasciata nel rispetto della legislazione vigente e delle utenze regolarmente assentite. In pendenza del procedimento istruttorio della concessione in sanatoria, l’utilizzazione può proseguire fermo restando l’obbligo del pagamento del canone per l’uso effettuato e il potere dell’autorità concedente di sospendere in qualsiasi momento l’utilizzazione qualora in contrasto con i diritti di terzi o con il raggiungimento o il mantenimento degli obiettivi di qualità e dell’equilibrio del bilancio idrico. Restano comunque ferme le disposizioni di cui all’articolo 95, comma 5.

7. I termini entro i quali far valere, a pena di decadenza, ai sensi degli articoli 3 e 4 del regio decreto 11 dicembre 1933, n. 1775, il diritto al riconoscimento o alla concessione di acque che hanno assunto natura pubblica a norma dell’articolo 1, comma 1 della legge 5 gennaio 1994, n. 36, nonchè per la presentazione delle denunce dei pozzi a norma dell’articolo 10 del decreto legislativo 12 luglio 1993, n. 275, sono prorogati al 31 dicembre 2007 . In tali casi i canoni demaniali decorrono dal 10 agosto 1999. Nel provvedimento di concessione preferenziale sono contenute le prescrizioni relative ai rilasci volti a garantire il minimo deflusso vitale nei corpi idrici e quelle prescrizioni necessarie ad assicurare l’equilibrio del bilancio idrico.

[…]

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Cass. Civile Ordinanza n. 25619 27 ottobre 2017

[…]

RITENUTO IN FATTO

Con sentenza 28.5.2014 la Corte d’Appello di Catania ha rigettato l’appello proposto da Omissis srl contro la sentenza n. 2150/2009 del locale Tribunale che aveva a sua volta respinto l’opposizione contro il decreto n. 004710 del 7.2.2007, con cui l’Ufficio del Genio Civile di Catania le aveva ordinato il pagamento della somma di €. 35.640,00 (al netto di €. 360,00 già pagati) oltre i canoni demaniali scaduti , per violazione dell’art. 17 TU n. 1775/1933 sostituito dall’art. 96 comma 4 D. Lgs n. 152/2006 (illegittima eduzione di acqua potabile negli anni 2001-2006): secondo il giudice di appello, la pendenza del procedimento di sanatoria (che consentiva al richiedente di continuare nell’emungimento) non faceva venir meno l’infrazione commessa; inoltre, quanto alla censura sull’entità della sanzione, il Tribunale – contrariamente a quanto affermato dalla società – non aveva acriticamente acquisito i parametri dell’assessorato ai LLPP, ma aveva valutato direttamente la gravità dell’illecito considerando il dato temporale, quantitativo e la destinazione dell’acqua ad uso potabile.

Contro tale decisione la Omissis srl ha proposto ricorso per cassazione sulla base di tre censure.

L’Avvocatura Generale, per la Regione Siciliana, ha depositato un atto di “costituzione in giudizio ai fini della eventuale partecipazione all’udienza di discussione della causa ai sensi dell’art. 372 cpc”.

Entrambe le parti hanno depositato memorie.

CONSIDERATO IN DIRITTO

1. Premesso il rilievo del tardivo deposito della memoria in data 5.6.2017 da parte dell’Avvocatura Generale (v. art. 380 bis 1 cpc), osserva il Collegio che col primo motivo la società ricorrente deduce violazione di legge per erronea interpretazione dell’art. 96 del D. Lgs n. 152/2006. Osserva in particolare che, avendo presentato domanda di concessione in sanatoria, essa aveva il diritto di continuare nell’emungimento ed erogazione di acqua fermo l’obbligo di pagare i canoni demaniali; di conseguenza, essa non ha posto in essere nessun prelievo abusivo ma ha solo continuato nella sua attività in conformità a quanto le consentiva la norma sulla sanatoria di cui al D. Lgs, n. 152/2006. Richiama la relazione di un proprio tecnico di parte che ha escluso l’assenza di ogni turbamento del buon regime sotterraneo delle acque, circostanza non contestata neppure dal Genio Civile.

Il motivo è infondato.

L’articolo 17 del RD 11 dicembre 1933 n. 1775, nella versione introdotta dal comma 4 dell’art. 96 D. Lvo n. 152/2006 dispone, al sesto comma, che “fatto salvo quanto previsto dal comma 7, per le derivazioni o utilizzazioni di acqua pubblica in tutto o in parte abusivamente in atto è ammessa la presentazione di domanda di concessione in sanatoria entro il 30 giugno 2006 previo pagamento della sanzione di cui all’ articolo 17 del regio decreto 11 dicembre 1933, n. 1775, aumentata di un quinto. Successivamente a tale data, alle derivazioni o utilizzazioni di acqua pubblica in tutto o in parte abusivamente in atto si applica l’articolo 17, comma 3, del regio decreto 11 dicembre 1933 n. 1775. La concessione in sanatoria è rilasciata nel rispetto della legislazione vigente e delle utenze regolarmente assentite. In pendenza del procedimento istruttorio della concessione in sanatoria, l’utilizzazione può proseguire fermo restando l’obbligo del pagamento del canone per l’uso effettuato e il potere dell’autorità concedente di sospendere in qualsiasi momento l’utilizzazione qualora in contrasto con i diritti di terzi o con il raggiungimento o il mantenimento degli obiettivi di qualità e dell’equilibrio del bilancio idrico. Restano comunque ferme le disposizioni di cui all’ articolo 95, comma 5”.

Come si ricava dalla semplice lettura della disposizione, la presentazione della domanda di concessione in sanatoria è condizionata al pagamento della sanzione “di cui all’articolo 17 del regio decreto 11 dicembre 1933, n. 1775, aumentata di un quinto” cioè alla sanzione che va da 3.000,00 a 30.000,00 euro (v. comma 3 dell’art. 17), aumentata di un quinto.

La formulazione generica adoperata dal legislatore, cioè il semplice riferimento alla “sanzione” senza precisare se debba intendersi nel minimo o nel massimo edittale induce a ritenere che la legge si riferisca alla sanzione applicata in concreto dall’autorità competente.

Da ciò discende che la presentazione della domanda in sanatoria da parte della società non la esonerava dall’obbligo di pagare la sanzione inflitta, come correttamente ritenuto dai giudici di merito, restando irrilevante il diritto a continuare nell’emungimento ed erogazione di acqua e l’assenza di turbamento del buon regime sotterraneo delle acque.

2. Col secondo motivo si deduce “l’illegittima applicazione della sanzione applicata nel massimo prescritto”. Secondo la ricorrente l’attingimento dell’acqua in attesa della domanda di sanatoria non giustificava l’applicazione della sanzione nel massimo, considerato anche che la società non poteva venir meno agli obblighi assunti per il soddisfacimento dei bisogni dei propri utenti. Richiama la fornitura fatta alla Omissis (già Omissis) e la previsione della fornitura d’acqua anche nel Piano regolatore Generale delle Acque. Richiama il principio della retroattività degli effetti della concessine in sanatoria, così come affermato dal Tribunale Superiore delle Acque pubbliche con la sentenza n. 86/1995, per cui una volta ottenuta, deve ritenersi sanato ogni illecito amministrativo.

Contesta che il prelievo di 75 l/s possa essere ritenuto di rilevante entità stante la capacità del bacino e tenuto conto degli altri prelievi effettuati da altre società nei cui confronti non risultano adottati provvedimenti analoghi.

Questa doglianza è inammissibile.

Il  ricorso per cassazione è una domanda impugnatoria che può proporsi per certi particolari motivi, come tale necessariamente si deve sostanziare, per il concetto stesso di impugnazione, in una critica alla decisione impugnata, il che impone di prospettare alla Corte nell’atto con cui viene proposta perché la decisione è errata secondo il paradigma dell’art. 360 c.p.c., e, quindi, di dirlo argomentando dalle risultanze processuali del merito, siano esse documenti o atti processuali (v. tra le varie, Sez. 6-3, Ordinanza n. 7455 del 25/03/2013 Rv. 625596; sez. 2 sentenza n. 10622/2017, entrambe in motivazione).

Nel caso di specie, la censura omette di evidenziare specifici errori o vizi della sentenza impugnata, insiste nel sostenere una propria tesi difensiva e quindi non risponde allo standard richiesto dagli artt. 360 e 366 cpc.

Solo per completezza espositiva, va evidenziato che il richiamo alla sentenza del Tribunale Superiore delle Acque Pubbliche n. 86/1995 non è pertinente perché il principio della retroattività degli effetti della concessione in sanatoria venne affermato in una vicenda in cui la concessione in sanatoria era stata rilasciata, mentre nel caso si specie ciò non risulta.

3. Col terzo motivo, infine, la ricorrente deduce “l’illogicità manifesta” rimproverando al giudice di non avere valutato direttamente l’illecito, anche perché, non avendo disposto una consulenza tecnica, non poteva essere in grado di valutare l’interferenza o meno di turbamento della falda acquifera, a seguito dell’attingimento effettuato dalla ricorrente società.

Questo motivo è anch’esso inammissibile, ma per una ragione diversa e del tutto assorbente rispetto ad ogni altra considerazione: perché in sostanza critica la motivazione della sentenza di appello, ritenendola illogica, mentre l’articolo 360 n. 5 cpc nella versione attualmente in vigore (ed applicabile alla fattispecie in esame) non prevede più una siffatta censura, consentendo invece di denunziare “l’omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti”, ipotesi certamente qui non ricorrente e neppure dedotta.

In conclusione il ricorso va respinto con addebito di ulteriori spese alla parte soccombente.

Trattandosi di ricorso successivo al 30 gennaio 2013 e deciso sfavorevolmente, sussistono le condizioni per dare atto — ai sensi dell’art. 1, comma 17, della legge 24 dicembre 2012, n. 228 (Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato-Legge di stabilità 2013), che ha aggiunto il comma 1 -quater all’art. 13 del testo unico di cui al D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115 — della sussistenza dell’obbligo di versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per la stessa impugnazione.

P.Q.M.

la Corte rigetta il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese del presente giudizio che liquida in €. 2.200,00 di cui €. 200,00 per esborsi. Ai sensi dell’art. 13, comma 1 – quater, del D.P.R. n. 115 del 2002, inserito

 

dall’art. 1, comma 17, della legge n. 228 del 2012, dichiara la sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma del comma 1 -bis dello stesso art. 13.

Roma, 14.6.2017 […]

Precedente Contratto di advisoring PA, Ordinanza n. 25631/2017: mancanza di forma scritta, nullità negozio rilevabile d’ufficio ed eccepibile da controparte ex art 17 r.d. 2440 1923 (forma “ad substantiam” per contratti delle pubbliche amministrazioni); NO regime forma scritta dei contratti di intermediazione finanziaria (art 23 co. 3 TUF: nullità rilevabile dal solo cliente) Successivo Art 95 d lgs 50 2016, disposto normativo aggiornato e giurisprudenza