Sdemanializzazione di fatto, usi civici

Con riferimento ad un bene gravato da uso civico non è configurabile una sdemanializzazione di fatto. Ma anche a volere ipotizzare che tale sdemanializzazione sia possibile, questa non può desumersi dalla sola circostanza che un bene non sia più adibito anche da lungo tempo ad uso pubblico, ma è ravvisabile solo in presenza di atti e fatti che evidenzino in maniera inequivocabile la volontà della P.A. di sottrarre il bene medesimo a detta destinazione e di rinunciare definitivamente al suo ripristino.

 

Cassazione civile sentenza n. 17577 5 settembre 2016

[…]

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con ricorso ex articolo 29 della legge n. 1766 del 1927 depositato il 15 luglio 2004 la Omissis di Omissis & C. sas, in persona del legale rappresentante e socio accomandatario Omissis, che agiva anche in proprio, chiedeva al Commissario degli Usi Civici della Regione Trentino-Alto Adige di accertare l’avvenuta sdemanializzazione e, quindi, la natura non demaniale della p.f. omissis C:C. Omissis sin dall’anno 1963.

I ricorrenti sostenevano che:

la detta particella da tempo immemorabile era stata in gran parte cementata e destinata ad altri usi, quali strade, parcheggi e giardini privati, cessando così la sua originaria funzione di pascolo per la comunità di Omissis;

la stessa Amministrazione Separata dei Beni di Uso Civico della frazione di Omissis aveva iniziato a vendere ai privati parti della particella a partire dagli anni ’60.

Si costituiva l’Amministrazione Separata dei Beni di Uso Civico, la quale chiedeva il rigetto della domanda.

Il Commissario per gli Usi Civici della Regione Trentino-Alto Adige, con sentenza n. 1/2010, rigettava la domanda.

La Omissis di Omissis & C. sas, in persona del legale rappresentante e socio accomandatario Omissis, che agiva anche in proprio, proponeva, in data 24 maggio 2010, reclamo ai sensi dell’articolo 32 della legge n. 1766 del 1927.

La Corte di Appello di Roma, Sezione Speciali Usi Civici, nel contraddittorio delle parti, con sentenza n. 20/2012, rigettava l’appello.

A sostegno della decisione adottata la corte distrettuale evidenziava che:

– non poteva configurarsi una sdemanializzazione di fatto;

– non vi era prova che l’amministrazione avesse manifestato la volontà di dismettere l’uso pubblico del fondo;

– l’amministrazione aveva domandato nel 2004 che il terreno fosse sgomberato.

Avverso la indicata sentenza della Corte di Appello di Roma hanno proposto ricorso per cassazione la Omissis di Omissis & C. sas ed Omissis, articolandolo su due motivi, mentre l’Amministrazione Separata dei Beni di Uso Civico di Omissis ha resistito con controricorso.

MOTIVI DELLA DECISIONE

1. Con i due motivi di ricorso che, stante la loro stretta connessione, possono essere trattati congiuntamente, i ricorrenti denunciano la violazione e falsa applicazione dell’articolo 829 c.c., nonché l’omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione della sentenza circa un fatto controverso e decisivo del giudizio, in quanto la corte territoriale non aveva ritenuto applicabile ai beni di uso civico oggetto del giudizio la c.d. sdemanializzazione tacita, ed aveva escluso la sussistenza dei fatti che evidenziavano la volontà di parte resistente di sottrarre la p.f. omissis alla destinazione di bene di uso civico.

Le doglianze vanno respinte.

Secondo la giurisprudenza della Suprema Corte di Cassazione, dalla quale non sussistono valide ragioni per discostarsi, con riferimento ad un bene gravato da uso civico non è configurabile una sdemanializzazione di fatto (Class., Sez. 3, n. 19792 del 28 settembre 2011, Rv. 619568).

Inoltre, anche a volere ipotizzare che tale sdemanializzazione sia possibile, questa non può desumersi dalla sola circostanza che un bene non sia più adibito anche da lungo tempo ad uso pubblico, ma è ravvisabile solo in presenza di atti e fatti che evidenzino in maniera inequivocabile la volontà della P.A. di sottrarre il bene medesimo a detta destinazione e di rinunciare definitivamente al suo ripristino (Cass., Sez. U, n. 11101 del 26 luglio 2002, Rv. 556306).

Nella specie, la corte territoriale, oltre ad avere escluso l’astratta configurabilità della dedotta tacita sdemanializzazione, ha pure ritenuto, con una motivazione logica e completa, non censurabile nella presente sede, che non fosse stata provata l’esistenza di una volontà dell’amministrazione finalizzata ad escludere l’uso pubblico della res, ma che, al contrario, la stessa avesse chiesto lo sgombero del terreno oggetto di causa, “negando così ex professo alcuna volontà di sdemanializzare il bene per cui è causa’.

Privo di rilievo risulta poi il richiamo ai decreti tavolari menzionati nel ricorso, concernendo altre parti della particella in esame in passato cedute ai privati, ma non quella di cui si tratta.

2. Ne consegue il rigetto del ricorso.

3. Le spese di lite seguono la soccombenza e sono liquidate come in dispositivo.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e condanna la ricorrente alla rifusione delle spese del giudizio di Cassazione, che liquida in complessivi € 2.700,00, di cui € 200,00 per esborsi, oltre spese generali, pari al 15 % sui compensi, ed accessori come per legge.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della 2^ Sezione Civile, il 13 luglio 2016. […]

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