Sedi disagiate magistrati, ricorso per mancata erogazione dell’indennità ex legge 133/1998 (ratione temporis vigente): Tar Lazio sentenza n. 1936 20 febbraio 2018

È infondata la questione di legittimità costituzionale degli artt. 1, 1 bis* e 2 della legge n. 133/1998 per violazione dei principi di uguaglianza e di ragionevolezza di cui agli artt. 3 e 36 della Costituzione, avendo il legislatore previsto, in maniera logica e ragionevole, un trattamento diverso per situazioni diverse, senza in alcun modo compromettere il diritto dei lavoratori ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del lavoro prestato, atteso che tali norme non prevedono affatto, in ragione della differenza ontologica tra le situazioni, una retribuzione differente per attività lavorative caratterizzate da identica problematicità.

* oggi abrogato dal d.l. n. 193 29 dicembre 2009, convertito con modificazioni dalla l. n. 24 22 febbraio 2010

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Tar Lazio sentenza n. 1936 20 febbraio 2018

Il ragionamento dei giudici

“La legge n. 133/1998 ha individuato, tra gli uffici giudiziari, determinate sedi, qualificate come “disagiate” in ragione della ricorrenza di una particolare gravosità del carico di lavoro e, nella versione originaria della norma, della loro collocazione geografica.

Per incentivare la copertura di dette sedi, la legge ha previsto dei benefici, giuridici ed economici, in favore dei magistrati alle stesse assegnati.

In particolare, l’art. 2, comma 1, nel testo vigente al momento a cui si riferisce la domanda del ricorrente (e dunque precedente alle modifiche apportate con le novelle di cui al d.l. 16 settembre 2008, n. 143 e 29 dicembre 2009, n. 193) disponeva che: “Al magistrato trasferito d’ufficio ai sensi dell’art. 1 è attribuita per quattro anni una indennità mensile determinata in base al doppio dell’importo previsto quale diaria giornaliera per il trattamento di missione dalla tabella A allegata alla legge 18 dicembre 1973, n. 836, come modificata dalla legge 26 luglio 1978, n. 417 e successivamente da ultimo rideterminato con decreto del Ministro del tesoro 11 aprile 1985, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 112 del 14 maggio 1985”.

Dalla semplice analisi letterale della norma, emerge come il presupposto per l’attribuzione dell’indennità sia costituito dal “trasferimento d’ufficio” del magistrato alla sede disagiata e come il beneficio economico abbia una durata massima quadriennale.

Quanto alla nozione di trasferimento, il comma 1, dell’art. 1, della legge (sempre nel testo vigente al momento della scadenza del primo quadriennio di assegnazione del ricorrente al Tribunale di Patti) disponeva che “Ai fini della presente legge per trasferimento e destinazione d’ufficio si intende ogni tramutamento dalla sede di servizio per il quale non sia stata proposta domanda dal magistrato, ancorché egli abbia manifestato il consenso o la disponibilità, e che determini lo spostamento nelle sedi disagiate di cui al comma 2, comportando il mutamento di regione ed una distanza, eccezione fatta per la Sardegna, superiore ai centocinquanta chilometri da quella ove l’uditore giudiziario abbia svolto il tirocinio o il magistrato abbia prestato servizio”.

La lettura congiunta delle disposizioni sopra riportate non lascia dubbi sul fatto che la ratio della norma sia quella di consentire la copertura di sedi con significative carenze di organico o un elevato carico di lavoro, attraendo magistrati assegnati ad altre sedi, per i quali l’incremento economico previsto dall’art. 2, comma 1, va ad indennizzare, oltre che le condizioni meno agevoli di lavoro, anche il disagio connesso al tramutamento da una sede ad un’altra, distante da quella originaria almeno 150 chilometri.

In tale ottica emergenziale e nella necessità che le difficoltà compensate dall’indennità vadano a coprire (anche) il disagio connesso allo spostamento da una precedente sede ad una nuova destinazione, acquista particolare rilievo il limite di quattro anni posto all’erogabilità dell’incremento economico, oltre il quale il legislatore ha ritenuto che vengano meno gli effetti negativi connessi al “trasferimento”, così che la sola permanenza delle condizioni di maggior scopertura di organico o di maggior carico di lavoro non legittima la corresponsione dell’indennità in relazione all’ulteriore periodo che il magistrato intenda trascorrere nella medesima sede.

La necessità di un trasferimento d’ufficio che importi un tramutamento di sede di apprezzabile rilievo, così come il limite quadriennale della attribuibilità dell’indennità, sono stati conservati nella riscrittura dell’articolo 1 della legge n. 133/1998 ad opera dell’art. 1, comma 1, del d.l. 16 settembre 2008, n. 143 (come modificato dalla legge 13 novembre 2008, n. 181, in sede di conversione), così che il presupposto e il limite temporale già individuati nel 1998 continuano a caratterizzare l’istituto.

La necessità del trasferimento e l’erogabilità dell’indennità per soli quattro anni non risultano in alcun modo messi in discussione dall’estensione del beneficio ai magistrati già in servizio presso la sede disagiata prima del suo riconoscimento come tale.

Tale estensione, infatti, risulta normativamente prevista dall’art. 8 della legge n. 133/1998, con disposizione transitoria che àncora ad una specifica limitazione temporale (l’essere stati destinati alle sede a decorrere dal 1° gennaio 1996) l’attribuzione dell’indennità.

La prossimità di tale data all’entrata in vigore della legge ribadisce, anziché smentire, la necessità di un tramutamento recente a cui subordinare la concessione del beneficio e lascia ferma, in ogni caso, l’operatività del limite quadriennale dell’erogazione.

Che la misura risultasse “contingentata”, del resto, risulta pure dalle previsioni di cui all’art. 1, comma 3, della legge n. 133/1998, le quali hanno sempre previsto, pur nelle diverse versioni della disposizione che si sono succedute nel tempo, un numero massimo annuo di magistrati che potevano essere destinati alle sedi disagiate, numero che verrebbe chiaramente alterato in caso di seconda attribuzione dell’indennità a magistrati che permangono oltre il quadriennio nella medesima sede disagiata.

Né, nel senso dell’interpretazione proposta dal ricorrente, può militare l’assenza di un’espressa previsione, di non erogabilità dell’indennità decorso il primo quadriennio di fruizione, nelle circolari del Ministero e del Consiglio superiore della magistratura, atteso che il divieto di doppia corresponsione (e dunque per due quadrienni) sulla medesima sede opera, senza necessità di apposito richiamo, in forza della chiara e inequivoca disposizione di legge.

Ne risulta l’infondatezza della pretesa azionata dal ricorrente nella duplice forma della domanda di accertamento e di condanna, attesi, da un lato, l’assenza di un trasferimento d’ufficio e, dall’altro, l’avvenuto superamento del limite del quadriennio.

La peculiare circostanza per cui l’ufficio giudiziario presso il quale il dottor Omissis prestava servizio nel 2006, espunto nel 2005 dalla lista delle sedi disagiate veniva reinserito tra le stesse nell’anno successivo, non può dunque produrre alcun beneficio economico a favore del ricorrente, ostandovi la non ricorrenza delle condizioni di legge per l’erogabilità dell’indennità.

La situazione del ricorrente, infatti, è del tutto diversa sia da quella dei magistrati di nuova assegnazione alla medesima sede di Patti (che hanno dunque sopportato il disagio di un trasferimento), sia da quella di colleghi che, dopo aver affrontato un trasferimento ad una sede disagiata, abbiano nuovamente mutato sede per recarsi in una (nuova e differente) sede inserita nell’elenco di cui all’art. 1, comma 3, della legge n. 133/1998.

Quanto poi all’argomentazione secondo cui varie pronunce giurisprudenziali avrebbero individuato quale finalità della legge quella di incentivare la permanenza dei magistrati nelle sedi disagiate, dopo che gli stessi vi si fossero trasferiti, appare chiaro come la precisa limitazione temporale del beneficio, da sempre prevista nella legge 133/1998, militi nel senso che l’incentivo economico alla permanenza nella medesima sede operi, a sua volta, solo nell’arco del primo quadriennio.

Nessuna disparità di trattamento appare dunque ravvisabile in danno del ricorrente, quanto piuttosto una differenza di trattamento correttamente correlata ad una differenza di condizioni giuridiche e fattuali.

Alla luce di quanto esposto risulta pure l’infondatezza della prospettata questione di legittimità costituzionale degli artt. 1, 1 bis e 2 della legge n. 133/1998 […]”

Il fatto e le contestazioni

“Il ricorrente, magistrato ordinario nominato uditore giudiziario con d.m. 28 luglio 1998, dopo lo svolgimento del periodo di uditorato presso il Tribunale di Milano, con d.m. 13 marzo 2000 veniva destinato al Tribunale di Patti con funzione di giudice.

La sede, al momento della scelta, risultava “disagiata” ai sensi dell’art. 1, comma 2, della legge n. 133/1998.

Per tale ragione al ricorrente veniva corrisposta, fino al 31 maggio 2006, l’indennità aggiuntiva ed incentivante prevista dall’art. 2, comma 1, della citata legge.

A partire dal giugno 2005 il Tribunale di Patti veniva espunto dalle sedi disagiate per esservi nuovamente inserito nel 2006.

Nonostante il nuovo inserimento, a partire dal 1° giugno 2006, l’indennità non veniva più corrisposta al ricorrente, a differenza di quanto avveniva a favore dei colleghi uditori che prendevano servizio presso la medesima sede dopo tale data.

Con istanza del 20 luglio 2012, il ricorrente chiedeva al Ministero della giustizia l’erogazione dei benefici economici quadriennali (c.d. indennità di sede disagiata) di cui all’art. 2 della l. 133/1998, per un ulteriore quadriennio rispetto a quello già erogato.

La richiesta non aveva alcun riscontro, così il ricorrente presentava la presente domanda di accertamento, con la quale chiedeva al giudice amministrativo, munito in materia di giurisdizione esclusiva, di affermare la fondatezza della sua pretesa a ricevere l’indennità per il quadriennio 2006/2011 e di condannare il Ministero al pagamento dell’importo corrispondente, oltre interessi.

Il ricorso è affidato ai seguenti motivi di doglianza:

I. Violazione degli artt. 1, 2 e ss della legge n. 133 del 4 maggio 1998 e dei principi di uguaglianza e ragionevolezza di cui all’art. 3 della Costituzione.

Il ricorrente rappresenta come l’indennità per sede disagiata, in virtù degli apporti interpretativi della giurisprudenza amministrativa, ha conosciuto una progressiva estensione a favore di magistrati già assegnati ad una sede prima della qualificazione della stessa come disagiata.

Tale sarebbe la condizione del ricorrente dopo il reinserimento, nel 2006, del Tribunale di Patti tra le sedi disagiate, rispetto al quale egli si sarebbe (nuovamente) trovato nelle condizioni di godere del beneficio, con soluzione di continuità rispetto alla prima erogazione.

La interpretazione estensiva della disposizione, già sposata in giurisprudenza, sarebbe poi stata confermata dalle modifiche normative che hanno riguardato l’art. 2 della legge n. 133/1998.

Del resto né la circolare ministeriale, né quella emessa in materia dal Consiglio superiore della magistratura prevedrebbero un’ipotesi ostativa alla seconda erogazione conseguente ad un nuovo e autonomo reinserimento della sede di tribunale tra quelle disagiate.

L’interpretazione estensiva sarebbe coerente, oltre che con la lettera, pure con la ratio legis, individuata dalla giurisprudenza nella finalità di incentivare la permanenza del magistrato nella sede disagiata, scoraggiandone il trasferimento una volta che questi abbiano acquisito l’esperienza e la professionalità per far fronte ai delicati e complessi affari caratterizzanti le sedi disagiate.

Solo l’interpretazione proposta, inoltre, eviterebbe di sperequare tra magistrati assegnati contemporaneamente alla medesima sede i quali, pur svolgendo il lavoro in eguali condizioni di problematicità, riceverebbero diverse retribuzioni.

Del resto lo stesso Ministero avrebbe già erogato la medesima indennità due volte a favore di magistrati trasferiti da una sede disagiata ad altra sede disagiata.

II. In via subordinata. Illegittimità costituzionale degli articoli 1, 1 bis e 2, della legge n. 133/1998, per violazione dei principi di uguaglianza e di ragionevolezza, sanciti dagli artt. 3 e 36 della Costituzione.

Laddove il giudice adito dovesse ritenere la non erogabilità della indennità per sede disagiata per un secondo quadriennio sulla base degli articoli 1, 1 bis e 2 della legge n. 133/1998, il ricorrente rappresenta la illegittimità costituzionale delle norme citate per violazione del principio di eguaglianza e del diritto alla giusta retribuzione.”

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