Sentenze. Motivo revoca sentenza giudizio ribaltato

Consiglio di Stato sentenza n. 5842 25 novembre 2014

La revocazione è un rimedio straordinario, ammesso solo in casi tassativamente determinati; e non può essere utilizzata come un ulteriore grado di giudizio, tanto meno per un generico riesame di questioni già decise.

Secondo l’art. 395, n. 4, c.p.c.. non qualsiasi errore o travisamento di fatto è motivo di revocazione; a parte le altre ben note caratteristiche (che si compendiano usualmente nella espressione “abbaglio dei sensi”), è necessario che l’errore sia caduto su una circostanza determinante. In altre parole, deve trattarsi di un errore tale che, una volta rimosso, ne consegua per necessità logica il capovolgimento del giudizio.

 

Consiglio di Stato sentenza n. 5842 25 novembre 2014

[…]

FATTO e DIRITTO

1. Il presente contenzioso, giunto ora alla fase della revocazione, trae origine da un procedimento disciplinare svoltosi a carico dell’attuale ricorrente sig. Z., all’epoca dei fatti ispettore della Polizia di Stato.

Gli addebiti si riferivano al fatto che l’ispettore, mosso da aperta animosità nei confronti di un lavoratore extracomunitario, tale R., aveva intrapreso abusivamente atti di indagine verso costui, con modalità ingiustificatamente vessatorie e con molteplici profili di violazione dei doveri d’ufficio.

Per questi fatti è stata irrogata all’ispettore la sanzione disciplinare della sospensione dal servizio per sei mesi.

2. L’interessato ha impugnato il provvedimento disciplinare davanti al T.A.R. Toscana, deducendo l’illegittimità del provvedimento per ragioni procedurali e sostanziali, e comunque contestando la eccessiva gravità della sanzione in rapporto ai fatti addebitati.

Il T.A.R. ha respinto il ricorso con sentenza n.-OMISSIS- del -OMISSIS-.

L’interessato ha fatto appello davanti al Consiglio di Stato (R.G. -OMISSIS-).

3. In pendenza del giudizio d’appello davanti al Consiglio di Stato, è pervenuto in decisione il processo penale che nel frattempo era stato promosso contro Z., per lo stesso episodio, con l’imputazione di abuso di ufficio e altro.

La sentenza penale (Tribunale di Firenze, 26 giugno 2009), recante l’assoluzione dell’imputato “perché il fatto non costituisce reato”, è stata prodotta dal difensore dell’appellante in sede di discussione dell’appello, a sostegno della sua linea difensiva.

La III Sezione del Consiglio di Stato, con sentenza n. -OMISSIS-, ha respinto l’appello, confermando la decisione del T.A.R.. Nella decisione si legge, fra l’altro, che la sentenza penale reca bensì un dispositivo assolutorio, ma dalla sua motivazione emerge chiaramente che i comportamenti dell’interessato, pur giudicati privi di rilevanza penale, erano stati oggettivamente contrastanti con i doveri d’ufficio e che pertanto la legittimità della sanzione ne risultava confermata anziché smentita.

4. Viene ora proposto un ricorso per revocazione contro la sentenza di questa Sezione.

La domanda di revocazione fa riferimento all’art. 395, n. 4, del codice di procedura civile (errore di fatto). In sostanza la sentenza d’appello avrebbe equivocato e travisato il contenuto della sentenza del Tribunale penale, traendo da questa argomenti nel senso della conferma della sanzione disciplinare, laddove una lettura corretta avrebbe dovuto portare alle conclusioni opposte, trattandosi di sentenza di assoluzione e non di condanna. In particolare taluni passaggi della sentenza penale risultano fraintesi nel loro stesso contenuto letterale.

5. Alla domanda di revocazione si oppone l’amministrazione rappresentata dall’Avvocatura dello Stato. La resistente eccepisce l’inammissibilità e comunque l’infondatezza del ricorso.

Sono state prodotte memorie difensive da entrambe le parti.

Il ricorso viene ora in decisione.

6. Conviene innanzi tutto rammentare che la revocazione è un rimedio straordinario, ammesso solo in casi tassativamente determinati; e non può essere utilizzata come un ulteriore grado di giudizio, tanto meno per un generico riesame di questioni già decise.

In questo caso, il ricorrente adduce un supposto “errore di fatto” ai sensi dell’art. 395, n. 4, c.p.c.. Ma secondo questa norma non qualsiasi errore o travisamento di fatto è motivo di revocazione; a parte le altre ben note caratteristiche (che si compendiano usualmente nella espressione “abbaglio dei sensi”), è necessario che l’errore sia caduto su una circostanza determinante. In altre parole, deve trattarsi di un errore tale che, una volta rimosso, ne consegua per necessità logica il capovolgimento del giudizio.

Non è questo il caso. Il supposto errore riguarderebbe l’interpretazione di un documento (la sentenza penale del Tribunale di Firenze del 2009) prodotto in extremis e che a stretto rigore non avrebbe avuto alcuna rilevanza – né sostanziale né processuale – nel giudizio, siccome venuto in essere non solo dopo il provvedimento disciplinare originariamente impugnato (2004), ma dopo anche la sentenza di primo grado (2006) e dopo la proposizione dell’appello (2007). Del resto, pur riferendosi entrambi al medesimo episodio, il capo d’imputazione in sede penale e quello in sede disciplinare non erano pienamente coincidenti.

La sentenza penale è stata prodotta in giudizio come mero supporto collaterale agli argomenti difensivi dell’appellante. Ma il Giudice d’appello avrebbe anche potuto fare a meno di menzionarla; i termini essenziali della controversia erano definiti dalle domande ed eccezioni delle parti, tutte formulate in precedenza, e dalla relativa documentazione.

Visto il tenore complessivo della sentenza del Consiglio di Stato, dato e non concesso che il senso e il contenuto della sentenza penale siano stati fraintesi, tale supposto errore non sarebbe stato determinante ai fini dell’esito del giudizio d’appello; e non sarebbe, dunque, un errore revocatorio.

Donde l’inammissibilità del ricorso per revocazione.

7. A parte ciò, in punto di fatto la sentenza pronunciata dal Tribunale Penale di Firenze il 26 giugno 2009 non è stata fraintesa dal Consiglio di Stato.

Quella sentenza penale si può riassumere nei seguenti punti:

(a) era assodato che l’ispettore Z. nutrisse viva ostilità verso R., a motivo del fatto che la convivente dello Z. (una extracomunitaria clandestina) aveva avuto in precedenza una relazione con R., e questi continuava a importunarla;

(b) le indagini intraprese di sua iniziativa da Z. nei confronti di R. «non rientravano nell’ambito di attività tipica del suo servizio» e, comunque, viste le circostanze, l’ispettore «a rigore avrebbe dovuto astenersi dallo svolgere tale indagine, quanto meno per ragioni di convenienza»;

(c) di più, l’indagine – pur se non del tutto ingiustificata – era stata svolta con modalità eccedenti il bisogno e non regolamentari, risultando inutilmente vessatorie;

(d) in tal senso, l’episodio culminante era stato quando Z. si era presentato con agenti subordinati e auto di servizio sul luogo di lavoro di R., lo aveva prelevato, lo aveva «ammanettato davanti ai suoi datori di lavoro, portato via come un vero delinquente, pur in assenza dei presupposti per un arresto…». «L’avere ordinato di ammanettare R. è stato un ordine non giustificato dalla violenza di costui, che era per contro tranquillo e non esagitato. Né oggettivamente vi erano stati tentativi di fuga…e nel caso Z. non stava procedendo ad un arresto, né ad una traduzione di persona sottoposta a restrizioni della libertà personale, il che avrebbe consentito l’uso delle manette»;

(e) un altro episodio analogo, ancorché meno eclatante, era stato quando Z. aveva fatto abusivamente «accesso presso l’affittacamere in cui dimorava R.», alla ricerca di documenti supposti contraffatti;

(f) «l’avere posto in essere quelle condotte – accesso presso l’affittacamere in cui dimorava R., controlli presso la ditta in cui lavorava R., sequestro del documento di costui ed ammanettamento del medesimo – ha costituito violazione di norme di legge e/o di regolamento, che rendono configurato il delitto di cui all’art. 323 c.p. [abuso di ufficio] sotto il profilo dell’elemento materiale»;

(g) questa serie di atti «ha provocato un danno ingiusto, almeno sotto il profilo del c.d. danno morale, a R. »; a questo proposito la sentenza penale adduce come emblematico l’episodio dell’ammanettamento dello straniero, eseguito platealmente sotto gli occhi dei suoi datori di lavoro;

(e) nondimeno, il Tribunale penale ha dato atto che tale modo di procedere (iniziative personali abusive ed estranee alle proprie competenze, a volte anche sotto il profilo territoriale; modalità d’indagine non regolamentari etc.) risultava essere una prassi abituale dell’ispettore Z., e che questi non la teneva nascosta ai suoi superiori; tali ultimi elementi «fanno dubitare della sussistenza in Z. di quel dolo intenzionale necessario ad integrare il delitto di cui all’art. 323 c.p., ossia dell’intento di procurare un danno al suddetto straniero…»: donde l’assoluzione «perché il fatto non costituisce reato».

8. Come si vede, il quadro ricostruito e puntualmente descritto dal giudice penale è più che sufficiente per una pesante sanzione disciplinare.

Non rileva in contrario il fatto che quel giudice sia giunto all’assoluzione per un “dubbio” sulla sussistenza del “dolo intenzionale”; dubbio motivato dalla circostanza che siffatti comportamenti abusivi erano una prassi inveterata dell’interessato.

Ma è ovvio che quest’ultima circostanza, che il giudice penale (con un procedimento logico che non spetta a questo Collegio sindacare) ha stimato sufficiente a giustificare l’assoluzione, in sede disciplinare sarebbe stato semmai un’aggravante.

9. A parte l’asserito (ma inesistente) travisamento del senso complessivo della sentenza penale, il ricorso per revocazione si sofferma specificamente sul seguente passaggio della sentenza del Consiglio di Stato:

«…emerge dagli atti (e dalla stessa sentenza penale di assoluzione) che il sig. Z., senza esserne stato incaricato, aveva svolto attività che non rientravano nell’ambito delle competenze del Reparto Mobile (al quale apparteneva), facendo (fra l’altro) accesso nell’appartamento dell’ex convivente della cittadina straniera irregolare con la quale aveva una relazione e poi nel luogo dove questi lavorava sequestrando documenti e conducendolo via in stato di arresto, pur in assenza dei necessari presupposti».

Il ricorrente deduce che il brano citato contiene due errori di fatto: primo, l’interessato non aveva mai fatto “accesso” all’alloggio abitato da R., ma si era fermato fuori della soglia mentre vi entravano altre persone; secondo, l’interessato non aveva mai “arrestato” R., anzi la sentenza penale dice chiaramente che non vi era stato arresto.

In proposito – prescindendo ancora dal problema se tali supposti errori siano rilevanti ai fini revocatori – si osserva quanto segue:

(a) quanto al contestato “accesso” all’alloggio, si è già visto che la sentenza penale esplicitamente cita, fra le condotte giudicate illegali da quel giudice, «l’accesso presso l’affittacamere in cui dimorava R.»; quindi, supposto che vi sia stato un errore di fatto, il Consiglio di Stato lo ha mutuato dalla sentenza penale. Peraltro, lo stesso ricorrente ammette, nella sostanza, che pur essendo rimasto egli materialmente fuori della soglia, altri hanno fatto accesso a quell’alloggio seguendo le sue istruzioni e sotto il suo diretto controllo; dunque se si trattava di operazione abusiva (come la sentenza penale afferma) il responsabile era lui;

(b) quanto al secondo episodio, è vero che il termine “arresto” non è tecnicamente appropriato, in quanto R. non era stato dichiarato formalmente in arresto; ma la sentenza penale dice che costui era stato «ammanettato [e] portato via come un vero delinquente» – in pratica un arresto “de facto” – senza che vi fossero i presupposti di un arresto propriamente detto e neppure di un (semplice) “ammanettamento”. La diversa qualificazione giuridica non rendeva il comportamento di Z. meno abusivo, meno dannoso per chi lo ha indebitamente subìto e meno riprovevole dal punto di vista disciplinare. A maggior ragione in quanto – sempre secondo il giudice penale – il danno per lo straniero si era concretizzato essenzialmente nella circostanza che il suo prelevamento manu militari e la conseguente traduzione in vinculis erano stati inscenati sotto gli occhi dei suoi datori di lavoro; ora, è ovvio che questi ultimi non avevano né la capacità né il motivo di fare sottili distinzioni riguardo alla qualificazione giuridico-formale dell’atto, e potevano percepire solo che il loro dipendente veniva trattato dalla polizia «come un vero delinquente». In questa luce l’improprietà lessicale della decisione del Consiglio di Stato appare del tutto irrilevante ai fini del giudizio sul disvalore giuridico, etico e deontologico della condotta di Z..

10. In conclusione, il ricorso per revocazione, prima che manifestamente infondato, va dichiarato inammissibile. Le spese seguono la soccombenza.

P.Q.M.

Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale (Sezione Terza) dichiara inammissibile il ricorso per revocazione. Condanna il ricorrente al pagamento delle spese legali del grado, liquidandole in euro 2.000 oltre agli accessori dovuti per legge.

Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall’autorità amministrativa.

Ritenuto che sussistano i presupposti di cui all’art. 52, comma 1 D. Lgs. 30 giugno 2003 n. 196, a tutela dei diritti o della dignità della parte interessata, per procedere all’oscuramento delle generalità degli altri dati identificativi del ricorrente manda alla Segreteria di procedere all’annotazione di cui ai commi 1 e 2 della medesima disposizione, nei termini indicati.

Così deciso in Roma nella camera di consiglio del giorno 20 novembre 2014 […]

 

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