Silenzio-rifiuto solo se sussiste obbligo di provvedere

La procedura per la constatazione del silenzio – rifiuto non può essere utilizzata per ottenere la riapertura di procedimenti già definiti in sede amministrativa ovvero per rimettere in discussione provvedimenti ormai divenuti inoppugnabili.

Non sussiste l’obbligo dell’amministrazione di provvedere (e, di conseguenza, non si è in presenza di un silenzio rifiuto) allorquando l’interessato, attraverso la procedura predetta, abbia sollecitato l’esercizio del potere di autotutela.

Consiglio di Stato 5503 del 7 novembre 2011

[…]

DIRITTO

L’appello non è fondato.

Oggetto del giudizio, svoltosi in ogni suo grado con il rito camerale, è il silenzio serbato dall’amministrazione su una diffida presentata dal sig. M. tesa ad ottenere l’annullamento d’ufficio di una determinazione dirigenziale con cui erano imposti, a prevenzioni di pericoli per la pubblica utilità, alcuni lavori di manutenzione dello stabile di  Omissis del quale il sig. M. era condomino.

Il TAR ha dichiarato inammissibile il ricorso evidenziando che non vi era, nella specie, un obbligo di provvedere, e che il ricorso tende a rimettere in discussione un atto divenuto ormai inoppugnabile.

Il sig. M. spende il gravame nel tentativo di dimostrare che l’ordinanza del quale è chiesto l’annullamento era una fattispecie provvedimentale incompleta e quindi relativamente inefficace a motivo della sua mancata pubblicazione e della sua notifica esclusivamente al condominio e non ai singoli condomini.

In realtà, anche ove ciò corrispondesse al vero, la statuizione di inammissibilità pronunciata dal primo giudice rimarrebbe comunque valida, atteso che il giudizio sul silenzio è finalizzato ad accertare l’obbligo di provvedere siccome previsto dalla legge e non ad ottenere l’annullamento di atti tardivamente conosciuti.

In ogni caso, il provvedimento è stato correttamente notificato al condominio, in persona del suo amministratore, trattandosi di lavori aventi ad oggetto le parti comuni. Il sig. M., per sua stessa ammissione, lo ha conosciuto nei suoi aspetti essenziali e potenzialmente lesivi al momento della ricezione del verbale dell’assemblea condominiale, svoltasi in data 12/02/2009, e non lo ha tempestivamente contestato, preferendo chiedere al Comune il rilascio di una copia dell’ordinanza (che era già evidentemente nelle mani dell’amministratore).

Non solo. Una volta ottenuta la copia, e conosciuto l’atto anche nella sua integrale veste formale, non lo ha impugnato, limitandosi a chiederne la rimozione in via amministrativa.

Ha infine proposto ricorso per ottenere la condanna dell’amministrazione a provvedere in autotutela. Ricorso che in ragione di quanto già ampiamente esposto dal giudice di prime cure è inammissibile. Sul punto non può che richiamarsi la recente giurisprudenza della Sezione, a mente della quale “la procedura per la constatazione del silenzio – rifiuto non può essere utilizzata per ottenere la riapertura di procedimenti già definiti in sede amministrativa ovvero per rimettere in discussione provvedimenti ormai divenuti inoppugnabili e che non sussiste l’obbligo dell’amministrazione di provvedere (e, di conseguenza, non si è in presenza di un silenzio rifiuto) allorquando l’interessato, attraverso la procedura predetta, abbia sollecitato l’esercizio del potere di autotutela. (Cfr. Cons. Stato Sez. IV, 26-08-2014, n. 4309; 15-09-2014, n. 4672).

In conclusione l’appello è rigettato.

Le spese seguono la soccombenza e si liquidano come da dispositivo.

P.Q.M.

Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale (Sezione Quarta) definitivamente pronunciando sull’appello, come in epigrafe proposto, lo respinge.

Condanna l’appellante al pagamento, in favore del Comune di Torino, delle spese di giudizio, forfettariamente liquidate in € 2.000.00 (duemila/00) oltre oneri di legge.

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