Spending review, prestazioni sanitarie, valide tariffe massime

Consiglio di Stato sentenza n. 5963 2 dicembre 2014

In tema di erogazione e remunerazione delle prestazioni sanitarie il sistema, che si è basato su convenzioni, autorizzazioni e accreditamenti con remunerazione delle prestazioni a tariffa, ha affidato, con provvedimenti di natura anche autoritativa e vincolante, allo Stato la determinazione dei criteri generali per la fissazione delle tariffe e alle Regioni l’articolazione locale delle tariffe, ed è stato caratterizzato dalla programmazione del numero e dell’attività dei soggetti erogatori, dalla ripartizione preventiva della domanda tra un certo numero di soggetti erogatori, dalla fissazione di tetti anche “provvisori” e di volumi massimi delle prestazioni erogabili, dalla remunerazione in base al sistema a tariffa, sì da controllare la spesa, programmata e suddivisa fra quei soggetti, nonché dal conseguente collegamento tra responsabilità e spesa che coinvolge tutti gli operatori nella parità concorrenziale fra strutture pubbliche e private e la conseguente libertà di scelta dell’utente e della struttura privata di aderire o meno al S.S.N..

Le finalità sottese al sistema stesso – di certo indotto da esigenze straordinarie e eccezionali – pur nel rispetto del diritto alla salute ex art. 32 Cost., sono volte al costante controllo e coordinamento della spesa pubblica e alla corretta gestione delle risorse disponibili e del budget assegnato nonché dei vincoli di bilancio, quindi delle esigenze di revisione, razionalizzazione e riduzione dei costi e delle spese nonché della semplificazione organizzativa e operativa, nel contesto altresì degli obblighi comunitari, tenuto conto dei piani di rientro dal disavanzo sanitario, esigenze alle quali non può non rapportarsi anche l’iniziativa economica privata, tenuta comunque alla “utilità sociale”, e la libertà di mercato e di concorrenza.

L’art. 15, c. 15 del decreto legge n. 95/2012 ha carattere eccezionale e temporaneo, ispirato a ragioni di contenimento della spesa sanitaria ed alla necessità e urgenza di stabilire su tutto il territorio nazionale tariffe uniformi in tempi così ravvicinati che consentiva, entro un termine sì ordinario ma comunque pressante, alla Amministrazione il legittimo ricorso “a dati disponibili”, come elemento da utilizzare temporaneamente sino al 31 dicembre 2014, per una immediata formazione del nuovo tariffario, così “colmando” un prolungato vuoto in materia tariffaria grazie al temporaneo sacrificio della certezza che tali tariffe fossero effettivamente adeguate a remunerare le prestazioni erogate, e superando nella contingenza le eventuali possibili carenze della istruttoria effettuata.

Vi è da richiamare la giurisprudenza costituzionale e amministrativa circa la comparazione fra gli interessi pubblici e privati attribuita al legislatore nazionale e alle Regioni, con l’impegno di tutte le componenti del S.S.N. e del settore (operatori, utenti, strutture sanitarie pubbliche e private, fornitori di servizi e prestazioni) a ottemperare agli interventi, dovuti anche a livello comunitario e volti al rientro dal disavanzo sanitario, alla riduzione dei costi e delle spese, ai vincoli di bilancio e alle effettive disponibilità finanziarie, alla “utilità sociale” dell’iniziativa economica privata, condizionando senza compromettere i livelli essenziali di assistenza sanitaria nella quantità e nella qualità, con la conseguenza che comunque gli imprenditori possono valutare la convenienza di continuare a operare o meno con il S.S.R..

Le Regioni “virtuose” possono aumentare le tariffe, ben inteso a carico dei propri bilanci, e le stesse argomentazioni, sovvengono anche a favore del rispetto delle norme comunitarie, la cui valutazione spetta al giudice nazionale di ultima istanza.

Invero la materia è contraddistinta da disposizioni, di rango primario e secondario, chiaramente e sollecitamente adottate proprio in ossequio anche a obblighi comunitari (cfr. anche Corte Cost. n. 52/2010) che hanno imposto, in presenza della nota ed evidente gravissima crisi economico-finanziaria del settore, misure rigorose per il rientro dai disavanzi e per la razionalizzazione complessiva del sistema, con l’eliminazione di sprechi e diseconomie (ad es. eccessivo numero di ricoveri come da studio OCSE 2009-2010).

 

Consiglio di Stato sentenza n. 5963 2 dicembre 2014

[…]

FATTO e DIRITTO

1.1. Parte appellante ha a suo tempo impugnato dinanzi al Tribunale amministrativo regionale per il Lazio, sede di Roma, il decreto del Ministero della Salute, adottato di concerto con il Ministero dell’Economia e delle Finanze, del 18 ottobre 2012, recante “Remunerazione delle prestazioni di assistenza ospedaliera per acuti, assistenza ospedaliera di riabilitazione e lungodegenza post acuzie e di assistenza specialistica ambulatoriale”, premettendo che i precedenti decreti del Ministero della Salute del 1996 e del 12 settembre 2006, recante “Ricognizione e primo aggiornamento delle tariffe massime per la remunerazione delle prestazioni sanitarie”, erano stati annullati dal T.A.R. Lazio, con sentenze confermate dalla IV e V Sezione del Consiglio di Stato (sentenze nn. 1839/2001 e 1205/2010) per mancanza di un’analitica istruttoria.

Nelle more della definizione delle nuove tariffe è intervenuto il decreto legge 6 luglio 2012 n. 95, convertito in legge 7 agosto 2012, n. 135, che ha introdotto disposizioni per la revisione e il controllo della spesa pubblica e in particolare per la “razionalizzazione e riduzione della spesa sanitaria”.

L’art. 15, c. 15 (Titolo III “Razionalizzazione e riduzione della spesa sanitaria”), ha stabilito che: “In deroga alla procedura prevista dall’articolo 8-sexies, comma 5, del decreto legislativo 30 dicembre 1992, n. 502, in materia di remunerazione delle strutture che erogano assistenza ospedaliera ed ambulatoriale a carico del Servizio Sanitario Nazionale, il Ministero della Salute, di concerto con il Ministero dell’Economia e delle Finanze, sentita la Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le Regioni e le Provincie autonome di Trento e di Bolzano, con proprio decreto, entro il 15 settembre 2012, determina le tariffe massime che le Regioni e le Province autonome possono corrispondere alle strutture accreditate, di cui all’articolo 8-quater del decreto legislativo 30 dicembre 1992, n. 502 e successive modificazioni, sulla base dei dati di costo disponibili e, ove ritenuti congrui ed adeguati, dei tariffari regionali, tenuto conto dell’esigenza di recuperare, anche tramite la determinazione tariffaria, margini di inappropriatezza ancora esistenti a livello locare e nazionale”; il successivo comma 17 dispone che gli importi tariffari fissati dalle singole Regioni, nelle misure superiori alle tariffe massime stabilite ai sensi del detto c. 15, sono posti a carico dei bilanci regionali, e le Regioni sottoposte ai piani di rientro non possono derogare agli importi massimi stabiliti dal decreto ministeriale ivi contemplato.

Con l’impugnato decreto ministeriale del 18 ottobre 2012 sono state adottate, con il parere negativo della Conferenza Stato-Regioni, le tariffe massime per la remunerazione delle prestazioni di assistenza ospedaliera per acuti, di riabilitazione e lungodegenza post acuzie e specialistica ambulatoriale secondo gli importi e le prestazioni contenuti negli allegati 1, 2 e 3, e sono stati determinati nuovi valori soglia dei ricoveri per il settore della riabilitazione e lungodegenza post acuzie, valevoli dalla data di entrata in vigore dello stesso decreto, e cioè dal 28 gennaio 2013, al 31 dicembre 2014.

Parte ricorrente sostiene che, nell’allegato 3 al decreto impugnato, le tariffe delle prestazioni hanno subito una notevole riduzione e comunque sono stati tali da non remunerare adeguatamente i costi di produzione per cui i laboratori di analisi accreditati ed i professionisti ad essi addetti, sono o saranno costretti, a breve, a cessare la propria attività non potendo continuare ad operare in perdita senza coprire i costi di produzione ed ancor meno senza potere conseguire alcun utile.

Sono state sviluppate quindi, con ampie argomentazioni, censure di: violazione ed erronea applicazione, da parte del citato D.M. del 2012, dell’art. 15, c. 15, del suddetto decreto legge n. 95/2012; violazione di norme di rango costituzionale (in specie artt. 41 e 97 Cost.); eccesso di potere in tutte le sue figure sintomatiche ed in particolare per carenza di istruttoria e di motivazione, in quanto non sarebbe stato tratto un campione rappresentativo dei dati di costo dei laboratori di analisi pubblici e privati operanti in tutte le Regioni; illegittimità derivata, in quanto nel testo del D.M. contestato sono stati richiamati anche i precedenti Decreti Ministeriali, del 1996 e del 2006, annullati dal giudice amministrativo; contraddittorietà e vizi del procedimento, non essendo state sentite le organizzazioni sindacali e professionali nonché violazione del principio di leale collaborazione tra Stato e Regione ex art. 120, c. 2, Cost., in quanto il D.M. nulla avrebbe motivato in relazione al parere negativo, sullo schema di decreto, espresso dalla Conferenza Stato-Regioni; vizi del procedimento per mancato inserimento della Commissione ai fini della formulazione di proposte di cui all’art. 17 bis introdotto con il D.L. n. 158/2012 convertito nella legge n. 189/2012.

1.2. Il T.A.R. dopo avere disposto incombenti istruttori a carico dei Ministeri competenti, ha respinto tutte le censure dedotte con il ricorso e i motivi aggiunti di cui sopra con sentenza n. 10984 del 3 dicembre 2013 depositata il 19 dicembre 2013, compensando le spese di giudizio.

Il giudice di prime cure ha infatti sottolineato il carattere eccezionale e temporaneo dell’art. 15, c. 15, del decreto legge n. 95/2012, ispirato a ragioni di contenimento della spesa sanitaria ed alla necessità e urgenza di stabilire su tutto il territorio nazionale tariffe uniformi in tempi così ravvicinati che consentiva, entro un termine sì ordinario ma comunque pressante, alla Amministrazione il legittimo ricorso “a dati disponibili”, come elemento da utilizzare temporaneamente sino al 31 dicembre 2014, per una immediata formazione del nuovo tariffario, così “colmando” un prolungato vuoto in materia tariffaria grazie al temporaneo sacrificio della certezza che tali tariffe fossero effettivamente adeguate a remunerare le prestazioni erogate, e superando nella contingenza le eventuali possibili carenze della istruttoria effettuata.

Si richiama la giurisprudenza costituzionale e amministrativa circa la comparazione fra gli interessi pubblici e privati attribuita al legislatore nazionale e alle Regioni, con l’impegno di tutte le componenti del S.S.N. e del settore (operatori, utenti, strutture sanitarie pubbliche e private, fornitori di servizi e prestazioni) a ottemperare agli interventi, dovuti anche a livello comunitario e volti al rientro dal disavanzo sanitario, alla riduzione dei costi e delle spese, ai vincoli di bilancio e alle effettive disponibilità finanziarie, alla “utilità sociale” dell’iniziativa economica privata, condizionando senza compromettere i livelli essenziali di assistenza sanitaria nella quantità e nella qualità, con la conseguenza che comunque gli imprenditori possono valutare la convenienza di continuare a operare o meno con il S.S.R..

Vengono disattese anche le censure rivolte avverso i valori soglia per ricoveri quale struttura di alta specialità riabilitativa che svolge anche attività di ricerca, circostanza ininfluente sulle patologie e sulla durata dei ricoveri in generale per tutte le strutture, tenuto conto anche degli studi dell’OCSE del 2009 che hanno evidenziato un numero maggiore e ingiustificato di ricoveri in Italia.

2. Con atto notificato il 17 giugno 2014 e depositato il 24 giugno 2014 le società Omissis e Omissis Roma hanno proposto appello, con domanda di sospensiva, riproponendo sostanzialmente i motivi di primo grado e censurando la sentenza per contraddittorietà ed errata interpretazione del nominato D.L. n. 95/2012 convertito in legge n. 135/2012.

Si sostiene invero che quella normativa, seppure eccezionale e temporanea, in ogni caso prevedeva la determinazione delle tariffe sulla base dei costi disponibili e, ove ritenuti congrui e adeguati, dei tariffari regionali esistenti e rappresentativi di tutto il territorio nazionale secondo un campione sufficientemente rappresentativo della intera realtà delle strutture pubbliche e private presenti ed operanti in tutte le regioni d’Italia, e comunque a tal fine l’Amministrazione era tenuta a espletare una specifica istruttoria con conseguente motivazione delle tariffe così determinate.

Il Ministero invece, nel D.M. impugnato, non ha esternato i criteri seguiti nella rideterminazione delle tariffe, né indicato quali e quanti dati hanno in sede istruttoria giustificato le scelte operate, né le linee di studio e di approfondimento attivate dal gruppo di lavoro, né le rilevazioni campionarie, trascurando per di più altri dati provenienti dai contratti collettivi nazionali e dagli indici ISTAT.

Il T.A.R., oltre a non esprimersi affatto sulle tariffe – censurate – per la branca di riabilitazione, asseritamente non basate neanche sulla normativa derogatoria (tariffari regionali e loro adeguatezza), ha contraddittoriamente riconosciuto che i dati non erano adeguati e non caratterizzati dalla necessaria certezza e significatività e, nel contempo, affermato che la eccezionalità dell’iter, come prefigurato dal legislatore, giustificava tariffe anche non realistiche e sottodimensionate, mentre la norma faceva riferimento ai dati di costo sì disponibili ma solo se congrui ed adeguati, impegnando quindi l’Amministrazione a formulare un giudizio di congruità ed adeguatezza, che nella fattispecie è mancato, ed anzi si è fatto riferimento anche ai precedenti Decreti Ministeriali del 1996 e del 2006, che tuttavia erano stati annullati dal giudice amministrativo proprio per carenza di istruttoria.

D’altra parte, i limiti derivati dalla scarsità delle risorse, in base a principi di buon andamento e ragionevolezza e secondo gli approdi ai quali è pervenuta la giurisprudenza amministrativa, potevano incidere sul totale della spesa del settore e cioè sui cd. budget di spesa a livello nazionale, ma non sulle tariffe spettanti agli operatori di settore per singole prestazioni che, per effetto del D.M. impugnato, sono state rese non remunerative; né giustificava la carenza istruttoria il termine assegnato all’Amministrazione dal legislatore sia pure di natura ordinaria o sollecitatoria, come peraltro ritenuto dalla stessa Amministrazione, che ha adottato il D.M. comunque con ritardo rispetto alla data indicata all’atto della conversione del decreto legge.

Nello stigmatizzare l’accenno alla possibilità di “uscire” anche dal S.S.R., si sottolinea ancora come anche la Conferenza permanente dei rapporti tra lo Stato, le Regioni e le Provincie autonome aveva reso parere negativo, e nessuna ragione è stata esplicitata in proposito dallo stesso D.M., e, a supporto della asserita incongruità delle tariffe, si riproducono i dati forniti da uno studio condotto dalla Università Omissis.

Si sollevano infine, in via subordinata, questioni di illegittimità costituzionale (artt. 3, 97, 41, 32 Cost.) del DM in contestazione e dell’art. 15, c.5, della legge n. 135/2012, in quanto nella fattispecie, con la determinazione di tariffe inferiori ai costi di produzione senza adeguata istruttoria, si sarebbero incise la libertà di iniziativa economica privata e della concorrenza, la tutela del diritto alla salute e la libertà di scelta dell’utente, della par condicio fra strutture pubbliche e private; nonché di compatibilità con norme comunitarie (artt. 56, 57 e 101 T.F.U.E.) a tutela della libera prestazione di servizi e della concorrenza.

Con brevi note depositate il 28 luglio 2014 e poi con memoria depositata il 20 ottobre 2014 l’appellante si sofferma sulla differenza del presente giudizio, che ha ad oggetto principale le tariffe per la riabilitazione postacuzie, unico settore di operatività della struttura ad alta specialità neuro riabilitativa, che sarebbero state confermate sic et simpliciter con riferimento al D.M. 1997, senza alcuna istruttoria né esame dei documenti prodotti.

3. La Regione Lazio si è costituita con mero atto depositato il 4 giugno 2014 chiedendo il rigetto dell’appello.

4. Con mero atto formale dell’Avvocatura generale dello Stato depositato il 29 luglio 2014 si sono costituiti il Ministero della Salute, il Ministero dell’Economia e delle Finanze, il Presidente della Regione Lazio quale Commissario ad acta per il piano di rientro dal disavanzo sanitario, la Presidenza del Consiglio dei Ministri.

L’Avvocatura generale con memoria depositata il 17 settembre 2014 richiama le argomentazioni svolte dal giudice in generale, e quindi con riguardo a tutte le tariffe, nonché la sentenza di questa Sezione n. 3919/2014, eccependo il difetto di interesse in capo alla ricorrente e di legittimazione passiva della Presidenza del Consiglio e del Commissario ad acta per la sanità della Regione Lazio .

5. La causa, rinviata nelle camere di consiglio del 5 giugno e 31 luglio 2014, all’udienza pubblica del 20 novembre 2014 è stata trattenuta in decisione.

6.1. L’appello è infondato e la sentenza va confermata dovendosi condividere le esaustive argomentazioni già svolte dal giudice di prime cure.

La Sezione d’altra parte si è già pronunciata su analoghe fattispecie respingendo gli appelli con recenti sentenze (cfr., fra le altre, nn. 3917, 3919, 3920, 3921/2014) alle quali ritiene di conformarsi richiamandosi alle stesse anche per esigenze di economia processuale.

6.2. Con quelle pronunce si è dato atto della normativa in tema di erogazione e remunerazione delle prestazioni sanitarie, dalla legge n. 833/1978 ai DD. Lgs. n. 502/1992 e n. 229/1999, fino ai commi 15 e 17 del citato D.L. n. 95/2012 e legge di conversione n. 135/2012, che ha dato origine al D.M. del 18 ottobre 2012, impugnato, di determinazione delle tariffe a seguito delle sentenze di questo Consiglio nn. 1839/2001 e 1205/2010 di annullamento delle precedenti tariffe, nonché al comma 17 bis introdotto con D.L. n. 158/2012 convertito in legge n. 189/2012.

Il sistema, che si è basato su convenzioni, autorizzazioni e accreditamenti con remunerazione delle prestazioni a tariffa, ha affidato, con provvedimenti di natura anche autoritativa e vincolante, allo Stato la determinazione dei criteri generali per la fissazione delle tariffe e alle Regioni l’articolazione locale delle tariffe, ed è stato caratterizzato dalla programmazione del numero e dell’attività dei soggetti erogatori, dalla ripartizione preventiva della domanda tra un certo numero di soggetti erogatori, dalla fissazione di tetti anche “provvisori” e di volumi massimi delle prestazioni erogabili, dalla remunerazione in base al sistema a tariffa, sì da controllare la spesa, programmata e suddivisa fra quei soggetti, nonché dal conseguente collegamento tra responsabilità e spesa che coinvolge tutti gli operatori nella parità concorrenziale fra strutture pubbliche e private e la conseguente libertà di scelta dell’utente e della struttura privata di aderire o meno al S.S.N..

Vale rammentare le finalità sottese al sistema stesso – di certo indotto da esigenze straordinarie e eccezionali – che, pur nel rispetto del diritto alla salute ex art. 32 Cost., sono volte al costante controllo e coordinamento della spesa pubblica e alla corretta gestione delle risorse disponibili e del budget assegnato nonché dei vincoli di bilancio, quindi delle esigenze di revisione, razionalizzazione e riduzione dei costi e delle spese nonché della semplificazione organizzativa e operativa, nel contesto altresì degli obblighi comunitari, tenuto conto dei piani di rientro dal disavanzo sanitario, esigenze alle quali non può non rapportarsi anche l’iniziativa economica privata, tenuta comunque alla “utilità sociale”, e la libertà di mercato e di concorrenza.

Orbene, il citato D.L. n. 95/2012 -cd. “spending rewiew” volto a realizzare da subito incisivi risparmi anche nel settore sanitario anche nel rispetto, è bene rammentarlo, degli obblighi comunitari- ha stabilito, al fine di porre termine nell’immediato alla lacuna tariffaria conseguente alle ridette sentenze, una procedura con uno specifico iter semplificato e derogatorio e ha quindi fissato, per l’appunto normativamente, i parametri da assumere a riferimento della determinazione delle tariffe a favore delle strutture private accreditate, in deroga proprio alla procedura ex D.Lvo n. 502/1992 e fissando il termine 15 settembre 2012, e cioè sulla base “dei dati di costo disponibili” e, ove ritenuti congrui e adeguati, dei tariffari regionali, “tenuto conto dell’esigenza di recuperare” anche in tal modo “margini di inappropriatezza ancora esistenti a livello locale e nazionale…”, con l’acquisizione del parere della Conferenza Stato-Regioni.

Si consente comunque alle Regioni non assoggettate ai piani di rientro il potere di fissare tariffe più alte a carico però dei propri bilanci.

Il successivo D.L. n. 158/2012 (cd. Decreto Balduzzi), convertito nella legge n. 189/2012, ha riguardato solo la materia sanitaria prevedendo il confronto con le associazioni di categoria e evidenziando l’intendimento di “ripristinare”, ad esaurimento della ridetta procedura semplificata, la procedura e le forme di consultazione vigenti in precedenza.

6.3. Premesso il contesto normativo, sono da disattendere le varie argomentate doglianze, analoghe a quelle dedotte in altri appelli, volti a censurare l’asserito difetto di istruttoria e quindi di motivazione, a seguito della incertezza e incompletezza dei dati assunti dal Ministero con conseguente mancata copertura dei costi delle prestazioni e dell’utile di impresa, per lo più fondate sulla persistenza ancora e quindi dell’applicabilità della precedente procedura ordinaria.

Il Ministero ha invece utilizzato i dati comunque disponibili al momento anche a livello regionale e, pur se non satisfattivi della certezza e attualità istruttoria, comunque utili alla determinazione delle tariffe in tempi comunque brevissimi e in circostanze eccezionali e contingenti collegate alla grave situazione finanziaria del sistema sanitario e ai pressanti e inderogabili piani di rientro, con salvezza delle Regioni non soggette ai piani stessi.

L’Amministrazione ha quindi dato applicazione a norme urgenti e derogatorie, per il loro carattere eccezionale e temporaneo, della disciplina ordinaria, in un quadro di norme, puntualizzato sia in sede di Corte Costituzionale che di giurisprudenza amministrativa (per tutte, Adunanza Plenaria n. 3/2012), che per di più, in presenza di tariffe proliferate in maniera diversificata e incontrollata nelle varie Regioni, finalizzano la determinazione delle tariffe stesse illico et immediate anche al recupero di margini di “inappropriatezza ancora esistenti”.

Prova ne sia che il legislatore ha fatto salva la previsione di un successivo approfondimento istruttorio da parte della Commissione prevista dal citato c. 17 bis, alla quale peraltro ha imposto un iter di lavoro accelerato con l’ausilio delle organizzazioni rappresentative delle strutture private accreditate, così confermando palesemente che la determinazione tariffaria prevista dal c. 15 doveva effettuarsi con urgenza e sulla base dei soli elementi espressamente indicati dalla norma, senza la necessità di ulteriori atti istruttori e senza il confronto con le parti interessate.

Non può poi non sottolinearsi come le doglianze circa l’insufficiente elaborazione dei dati di costo da parte del Ministero si appalesano invero generiche, apodittiche e non supportate da dati probatori oggettivi, né rilevano in tal senso gli elementi comunque di parte forniti dalla OMISSIS, che in ogni caso possono formare oggetto di valutazione in fasi successive, come riferisce anche l’appellante.

In effetti non sussiste la controprova che dati più “aggiornati” avrebbero conseguito risultati più favorevoli ai laboratori di analisi, in presenza di variazioni dei costi di produzione delle prestazioni articolate nel tempo e soggette all’effetto combinato di più fattori in modo non sempre crescente, anche in relazione al processo di conversione e recupero di produttività attraverso il ricorso a metodiche, innovative e automatiche conseguenze sull’offerta delle prestazioni, sugli investimenti, sui costi e sulle tariffe.

In tale contesto quindi vanno collocati i richiami al gruppo di lavoro ministeriale (21 novembre 2011) e la nota del Ministero della Sanità n. 19979 del 3 agosto 2013.

6.4. Ne è pertinente il richiamo alla sentenza di questa Sezione n. 741/2013, resa in materia di tariffe delle prestazioni di riabilitazione, ossia di tariffe in cui le prestazioni “human intensive”, caratterizzate dalla rilevanza dell’elemento umano, hanno un valore determinante, diversamente dalle prestazioni di laboratorio, caratterizzate invece dalla elevata automazione ed innovazione tecnologica in cui l’elemento umano assume per i motivi sopradetti un rilievo in assoluto non determinante.

In proposito la Sezione non concorda con il dedotto omesso esame delle tariffe per la riabilitazione, asseritamente oggetto principale dell’appello, posto che la disamina del T.A.R., a ben leggere, ha avuto chiaramente ad oggetto anche tale branca, ricompresa nel D.M. impugnato, che si è fatto carico comunque della variabilità delle prestazioni a livello regionale in vista anche di uno specifico approfondimento, con argomentazioni che coinvolgono tutte le prestazioni contemplate nel D.M. stesso e quindi si riferiscono anche al settore riabilitativo, sempre nell’articolato quadro delle valutazioni esposte in generale (cfr. anche capo 6 della sentenza).

Per di più il capo 7 della sentenza è dedicato alla determinazione dei “valori soglia dei ricoveri per riabilitazione ospedaliera post acuzie”, e la Sezione condivide appieno le articolate e puntuali considerazioni già svolte dai giudici di prime cure, alle quali ci si richiama integralmente, a conferma della bontà del sistema introdotto in via eccezionale ma con riferimento anche alla normativa e a dati di un campione del 2009, a uno studio in sede OCSE 2009-2010, anche con riguardo all’attività erogata quale struttura di alta specialità riabilitativa, estesa all’attività di ricerca.

Né, in conclusione, merita commento lo “stupore” riguardo alla possibilità, accennata dal T.A.R., di “uscire” dal sistema, con prestazioni a pagamento, posto che il T.A.R. parla di “sacrificio” comunque imposto a tutti gli operatori e che il sistema lascia comunque liberi gli stessi di scegliere le convenienze sulla base delle proprie valutazioni organizzative e economico-finanziarie.

6.5. Prive di pregio infine sono le censure formulate in ordine alla mancata consultazione delle associazioni rappresentative di categoria, che è stato prevista solo dal citato c. 17 bis ai fini dell’aggiornamento delle tariffe, ma non anche in relazione alla prima determinazione tariffaria ex c. 15, e, quanto al richiamo operato dal D.M. del 2012 ai due decreti del 1996 e del 2006 annullati dal giudice amministrativo, esso deve ritenersi operato rispetto all’elenco materiale delle prestazioni che a suo tempo avevano formato oggetto della tariffa ma non ai livelli tariffari annullati.

Va rammentato, per completezza, che quell’annullamento non ha comportato la automatica caducazione delle deliberazioni regionali che hanno fissato le tariffe di accreditamento nella Regione (cfr. III n. 3913/2013).

Né si ravvisa la violazione del principio di leale collaborazione Stato/Regioni di cui all’articolo 120, c. 2, Cost., in quanto la Conferenza Stato-Regione aveva espresso parere negativo; a prescindere dalla sua non vincolatività, l’appellante non ha alcun interesse in proposito e semmai sono le Regioni a potersi dolere nelle competenti sedi della suddetta violazione.

6.6. Non meritano accoglimento altre censure, variamente argomentate, riferite alla compatibilità costituzionale e comunitaria della normativa in questione.

Al riguardo, le ampie argomentazioni, alle quali ancora ci si riferisce, della sentenza del T.A.R., che ha richiamato più sentenze e principi affermati e ribaditi dalla Corte Costituzionale e dal giudice di legittimità, sono esaustive e convincenti, rammentando peraltro che le Regioni “virtuose” possono aumentare le tariffe, ben inteso a carico dei propri bilanci, e le stesse argomentazioni, ad avviso della Sezione, sovvengono anche a favore del rispetto delle norme comunitarie, la cui valutazione spetta al giudice nazionale di ultima istanza (cfr., fra le altre e da ultimo, III n. 4543/2014), e può soggiungersi che pure le considerazioni circa asserite violazioni comunitarie si appalesano al limite dell’inammissibilità in quanto generiche e tautologiche, non confacenti alla fattispecie della materia sanitaria, e perciò in ogni caso non vengono a incidere o influire sull’esito del contenzioso (cfr. III, n. 2143/2014).

Invero la materia, come ampiamente dimostrato dianzi, è contraddistinta da disposizioni, di rango primario e secondario, chiaramente e sollecitamente adottate proprio in ossequio anche a obblighi comunitari (cfr. anche Corte Cost. n. 52/2010) che hanno imposto, in presenza della nota ed evidente gravissima crisi economico-finanziaria del settore, misure rigorose per il rientro dai disavanzi e per la razionalizzazione complessiva del sistema, con l’eliminazione di sprechi e diseconomie (ad es. eccessivo numero di ricoveri come da studio OCSE 2009-2010).

7. Ne consegue che l’appello va respinto e la sentenza impugnata va confermata.

Le spese di giudizio seguono la soccombenza come in dispositivo.

P.Q.M.

Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale (Sezione Terza)

definitivamente pronunciando sull’appello, come in epigrafe proposto, lo respinge e, per l’effetto, conferma la sentenza impugnata.

Condanna parte appellante al pagamento delle spese di giudizio da liquidarsi in € 1500,00 (millecinquecento), oltre agli accessori dovuti per legge, a favore di ciascuna delle due controparti costituite (Avvocatura generale Stato per gli organi statali e Regione Lazio).

Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall’autorità amministrativa.

Così deciso in Roma nella camera di consiglio del giorno 20 novembre 2014 […]

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