Sufficiente esposizione dei fatti di causa, 366 n. 3 cpc

Cassazione civile, sezioni unite,

12922 del 9 giugno 2014

dichiara inammissibile il ricorso per la mancanza di una

sufficiente esposizione dei fatti di causa

, come richiesta dall’

art. 366 n. 3 c.p.c.

Non può ritenersi sufficiente la

mera trascrizione

della «narrativa figurante nella sentenza» impugnata, se da essa non è possibile ricavare la cognizione dell’origine e dell’oggetto della controversia, dello svolgimento del processo e delle posizioni assunte dalle altre parti, senza necessità di ricorrere ad ulteriori fonti.

L’esigenza di una adeguata esposizione dei fatti di causa è, d’altro canto, più stringente quando la sentenza impugnata è resa, come nella specie, in un giudizio iniziato dopo l’entrata in vigore della legge n. 69/2009, che ha sostituito l’art. 132 n. 4 c.p.c., prevedendo che la sentenza debba recare la concisa esposizione delle ragioni di fatto e di diritto della decisione, omettendo il precedente riferimento anche alla concisa esposizione dello svolgimento del processo. Ne consegue la possibilità, verificatasi in questo caso (la stessa ricorrente, del resto, lamenta l’estrema concisione e, in alcune parti, incomprensibilità della sentenza impugnata), che i riferimenti alle posizioni assunte in causa dalle parti, con specifico riguardo a fatti e ragioni di diritto, siano estremamente concisi e tali perciò, da soli, da non consentire a questa Corte di comprendere l’incidenza dei motivi sulle questioni dibattute nel giudizio di merito. In tale situazione, mentre le parti possono confrontare le ragioni della decisione con le posizioni, ad esse ovviamente note, assunte nel corso del giudizio conclusosi con la sentenza impugnata, lo stesso evidentemente non vale per la Corte di cassazione, che per conoscere le dette posizioni non deve essere costretta ad esaminare gli atti del giudizio di merito.

Al ricorrente non giova, infine, il fatto che l’esposizione dei fatti di causa possa essere rinvenuta nei controricorsi, poiché secondo la consolidata giurisprudenza di questa Corte si tratta di un requisito imprescindibile del ricorso, non surrogabile con la consultazione di altre fonti (e plurimis, oltre alle decisioni sopra ricordate, Cass. s.u. 20 febbraio 2003, n. 2602).

 

Cassazione civile, sezioni unite, 12922 del 9 giugno 2014

Ritenuto in fatto e in diritto

– che, con sentenza del 7 dicembre 2012, pronunciando in sede di cognizione diretta, il

Tribunale Superiore delle Acque Pubbliche

rigettava il ricorso con cui la s.p.a. OMISSIS, convenendo in giudizio la Regione Veneto e la s.r.l. OMISSIS, chiedeva l’annullamento del decreto dirigenziale 27 agosto 2010, n. 160 e degli atti coordinati e connessi, con cui la Regione Veneto, nel confronto tra le incompatibili richieste, presentate dalle due società, di concessione della derivazione idrica delle acque di scarico del c.d. canale SAVA, aveva ritenuto preferibile il progetto presentato dalla s.r.l. OMISSIS «sulla base del criterio di priorità della presentazione, supportato anche dalla maggiore sicurezza idraulica garantita»;

– che, in particolare, Il

TSAP

osservava quanto segue: 1) il sito sul quale la s.r.l. OMISSIS aveva progettato l’impianto non apparteneva alla s.p.a. OMISSIS, ma al demanio, poichè il c.d. canale Sava (dal nome della dante causa dell’Omissis), convogliava l’acqua di scarico della centrale di Zevio di proprietà della ricorrente utilizzando gli alvei, rimasti conglobati, di altri corsi d’acqua e per tale ragione era collocato nell’elenco ufficiale delle acque pubbliche regionali del bacino di pianura e pedemontano dell’Adige; 2) in tale contesto l’ammissione ad istruttoria dell’istanza della s.r.l. OMISSIS costituiva un atto semplicemente prodromico insuscettibile di ledere gli interessi della OMISSIS, in ipotesi legittimata a dolersi solo di un eventuale provvedimento di sottensione; 3) non ricorrevano le condizioni per l’applicazione dell’art. 83 bis della legge Regione Veneto n. 11/2001, che autorizza il concessionario di derivazione idrica a produrre energia elettrica, poiché tale disposizione presuppone che l’aumento della produzione di un precedente impianto avvenga senza aumento delle opere di presa; 4) in ogni caso, ipotizzando che la concessione della quale godeva le conferisse titolo per l’utilizzazione delle acque, OMISSIS avrebbe dovuto impugnare l’ordinanza di ammissione ad istruttoria del progetto presentato dalla s.r.l. OMISSIS;

5) ipotizzando, invece, la proprietà della OMISSIS in una fattispecie di couso, non era prospettabile una sottensione per l’assenza di incompatibilità e, comunque, l’eventuale sottensione sarebbe stata indennizzabile nell’eventuale disciplinare di concessione; 5) le maggiori luci di scarico del progetto della s.r.l. OMISSIS, garantivano una maggiore sicurezza idraulica, che insieme a quello della priorità temporale, rappresentava idoneo criterio a supporto della scelta della Regione.

– che la s.p.a. OMISSIS proponeva ricorso per cassazione, deducendo i seguenti motivi: 1) violazione degli artt. 25, 28 e 31; violazione del disciplinare di concessione n. 3230/1956; violazione dell’art. 132 n. 4 c.p.c., lamentando, nella sostanza, un vizio di motivazione conseguente al fatto che la dante causa della ricorrente aveva realizzato il canale di scarico e che la sentenza impugnata aveva trascurato le previsioni del disciplinare di concessione, secondo cui il canale di scarico diventava di proprietà dello Stato soltanto al termine della concessione; 2) vizio di motivazione perchè il TSAP aveva contraddittoriamente affermato sia la necessità di impugnare l’ordinanza di ammissione ad istruttoria del progetto della s.r.l. OMISSIS, sia la non lesività del provvedimento che aveva scelto detto progetto; 3) violazione dell’art. 132 c.p.c. per l’estrema concisione e, in alcune parti, l’incomprensibilità della motivazione che era perciò inidonea ad esprimere la ratio decidendi;

– che la Regione e la s.r.l. OMISSIS resistono con controricorso;

– che la s.p.a. OMISSIS e la Regione Veneto hanno presentato memoria;

– che il ricorso, come eccepito dalle controricorrenti, è inammissibile per la mancanza di una sufficiente esposizione dei fatti di causa, come richiesta dall’art. 366 n. 3 c.p.c.

Al riguardo, infatti, non può ritenersi sufficiente la mera trascrizione della «narrativa figurante nella sentenza» impugnata, se da essa non è possibile ricavare la cognizione dell’origine e dell’oggetto della controversia, dello svolgimento del processo e delle posizioni assunte dalle altre parti, senza necessità di ricorrere ad ulteriori fonti (Cass. 16 settembre 2013, n. 21137; Cass. 16 giugno 2004, n. 11338; Cass. s.u. 20 febbraio 2003, n. 2602; Cass. 16 ottobre 2001, n. 12599). L’esigenza di una adeguata esposizione dei fatti di causa è, d’altro canto, più stringente quando la sentenza impugnata è resa, come nella specie, in un giudizio iniziato dopo l’entrata in vigore della legge n. 69/2009, che ha sostituito l’art. 132 n. 4 c.p.c., prevedendo che la sentenza debba recare la concisa esposizione delle ragioni di fatto e di diritto della decisione, omettendo il precedente riferimento anche alla concisa esposizione dello svolgimento del processo. Ne consegue la possibilità, verificatasi in questo caso (la stessa ricorrente, del resto, lamenta l’estrema concisione e, in alcune parti, incomprensibilità della sentenza impugnata), che i riferimenti alle posizioni assunte in causa dalle parti, con specifico riguardo a fatti e ragioni di diritto, siano estremamente concisi e tali perciò, da soli, da non consentire a questa Corte di comprendere l’incidenza dei motivi sulle questioni dibattute nel giudizio di merito. In tale situazione, mentre le parti possono confrontare le ragioni della decisione con le posizioni, ad esse ovviamente note, assunte nel corso del giudizio conclusosi con la sentenza impugnata, lo stesso evidentemente non vale per la Corte di cassazione, che per conoscere le dette posizioni non deve essere costretta ad esaminare gli atti del giudizio di merito. Al ricorrente non giova, infine, il fatto che l’esposizione dei fatti di causa possa essere rinvenuta nei controricorsi, poiché secondo la consolidata giurisprudenza di questa Corte si tratta di un requisito imprescindibile del ricorso, non surrogabile con la consultazione di altre fonti (e plurimis, oltre alle decisioni sopra ricordate, Cass. s.u. 20 febbraio 2003, n. 2602).

P.Q.M.

dichiara l’inammissibilità del ricorso; condanna la ricorrente al rimborso delle spese di lite liquidate in favore di ciascuna delle controricorrenti in C 4.200,00=, di cui 200,00 per esborsi, oltre spese forfettarie ed accessori di legge.

Ai sensi dell’art. 13, comma 1 quater del d.p.r. n. 115/2002, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso.

Così deciso in Roma nella camera di consiglio del 27 maggio 2014

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