Uso telefono cellulare, enti locali, tassa governativa

Gli enti locali sono tenuti al pagamento della tassa governativa sugli abbonamenti telefonici cellulari, non estendendosi ad essi l’esenzione riconosciuta dall’art. 13 bis, primo comma, del d.P.R. 26 ottobre 1972 n. 641, a favore dell’Amministrazione dello Stato, trattandosi di norma di agevolazione fiscale di stretta interpretazione, e attesa, ai sensi dell’art. 1, comma 2, d.lgs. 30 marzo 200 1, n. 165, l’inesistenza di una generalizzata assimilazione tra amministrazioni pubbliche, la cui configurabilità presuppone una specifica scelta (nella specie, non adottata) legislativa.

 

Cassazione Civile Sentenza n. 17386

del 30 luglio 2014

[…]

Svolgimento del processo

La controversia promossa dal Comune di Omissis, dal Comune di Omissis e dal Comune di Omissis contro l’Agenzia delle Entrate è stata definita con la decisione in epigrafe, recante il rigetto dell’appello proposto dall’ Agenzia delle Entrate contro la sentenza della CTP di Vicenza n. 11/10/2010 che aveva accolto i ricorsi proposti dai suddetti Comuni avverso il silenzio rifiuto dell’Ufficio sull’istanza di rimborso di quanto versato a titolo di tassa di concessione governativa relativamente agli anni 2006-2008, a seguito della sottoscrizione di vari contratti di abbonamento al servizio di telefonia mobile. Il ricorso proposto si articola in due motivi. Resiste con controricorso il Comune di Omissis.

Motivi della decisione

Con primo motivo l’Agenzia assume la violazione e falsa applicazione dell’art. 1 del d.P.R. 641/72 e dell’art. 21 della tariffa allegata, anche in combinato con l’art. 25 e 160 del d.lgs. 259/03, con il d.m. 13/2/1990, n. 33, con l’art. 1, 1 comma 203 della L. 24/12/2007, n. 244, con l’art.3 del d.l. 151/1991, conv. in L. 12/7/1991, n. 202, e con Part. 28 del d.n. 8/9/1988, n. 484, in relazione all’art. 360 n. 3 c.p.c., laddove la CTR ha ritenuto abrogato l’art. 21 della tariffa allegata al d.P.R. 641/1972.

Con secondo motivo la ricorrente assume la violazione e falsa applicazione dell’art. 1 del d.P.R. 641/72 e dell’art. 21 della tariffa allegata, anche in combinato con l’art. 13 bis del d.P.R. 641/1972 e con l’art. 21 della tariffa allegata al d.P.R. 641/1972 , nonché in violazione dell’art. 114 Cost., in relazione all’art. 360 n. 3 c.p.c., laddove la CTU ha ritenuto esenti dal tributo in questione anche i Comuni.

Le censure sono fondate alla luce dei principi espressi da questa Corte ( SS.UU. sent. n. 9560 del 02/05/2014 ) secondo cui, in tema di radiofonia mobile, l’abrogazione dell’art.318 del d.P.R. 28 marzo 1973, n. 156, ad opera dell’art. 218 del d.lgs. l agosto 2003, n. 259, non ha fatto venire meno l’assoggettabilità dell’uso del “telefono cellulare” alla tassa governativa di cui all’art. 21 della tariffa allegata al d.P.R, 26 ottobre 1972, n. 641, in quanto la relativa previsione è riprodotta nell’art. 160 del d.lgs. n. 259 cit. Va, infatti, esclusa – come anche desumibile dalla norma interpretativa introdotta con l’art. 2, comma 4, del d.l. 24 gennaio 2014, n. 4, conv. con modifiche in legge 28 marzo 2014, n. 50, che ha inteso la nozione di stazioni radioelettriche come inclusiva del servizio radiomobile terrestre di comunicazione – una differenziazione di regolamentazione tra “telefoni cellulari” e “radio-trasmittenti”, risultando entrambi soggetti, quanto alle condizioni di accesso, al d.lgs. 259 cit. (attuativo, in particolare, della direttiva 2002/20/CE, cosiddetta direttiva autorizzazioni), e, quanto ai requisiti tecnici per la messa in commercio, al d.lgs. 5 settembre 2001, n. 269 (attuativo della direttiva 1999/5/CE), sicché il rinvio, di carattere non recettizio, operato dalla regola tariffaria deve intendersi riferito attualmente all’art. 160 della nuova normativa, tanto più che, ai sensi dell’art. 219 del medesimo d.lgs., dalla liberalizzazione del sistema delle comunicazioni non possono derivare “nuovi o maggiori oneri per lo Stato”, e, dunque, neppure una riduzione degli introiti anteriormente percepiti.

Questa Corte ha altresì rilevato come “Nel difficile quadro di contrastanti posizioni esegetiche che si è determinato in ordine alla questione qui in esame, il legislatore ha ritenuto opportuno intervenire per un definitivo e rassicurante chiarimento con il D.L. 24 gennaio 2014, n. 4, art. 2, comma 4, convertito con modificazioni 4alla L. 28 marzo 2014, n. 50.9.1. La richiamata disposizione stabilisce: “Per gli effetti dell’art. 21 della Tariffa annessa al D.P.R. 26 ottobre 1972, n. 641, le disposizioni dell’art. 160 del Codice delle comunicazioni elettroniche di cui al D.Lgs. 1 agosto 2003, n. 259, richiamate dal predetto art. 21, si interpretano nel senso che per stazioni radioelettriche si intendono anche le apparecchiature terminali per il servizio radiomobile terrestre di comunicazione”.

Si tratta… .di una norma interpretativa, che “prevede espressamente l’applicabilità della tassa di concessione governativa (art. 21 della tariffa annessa al D.P.R. n. 641 del 1972, sulle concessioni governative) ai contratti di abbonamento per la telefonia cellulare”.

Questa Corte ha infine affermato che gli enti locali sono tenuti al pagamento della tassa governativa sugli abbonamenti telefonici cellulari, non estendendosi ad essi l’esenzione riconosciuta dall’art. 13 bis, primo comma, del d.P.R. 26 ottobre 1972 n. 641, a favore dell’Amministrazione dello Stato, trattandosi di norma di agevolazione fiscale di stretta interpretazione, e attesa, ai sensi dell’art. 1, comma 2, d.lgs. 30 marzo 200 1, n. 165, l’inesistenza di una generalizzata assimilazione tra amministrazioni pubbliche, la cui configurabilità presuppone una specifica scelta (nella specie, non adottata) legislativa.

Nella memoria depositata per l’udienza di discussione il comune controricorrente sviluppa molteplici argomenti di dissenso rispetto alle conclusioni alle quali è pervenuta la sentenza n. 9565/14, sollecitando il Collegio alla reiezione del ricorso dell’Agenzia delle entrate.

Ritiene il Collegio che gli argomenti spesi nella memoria del comune non giustifichino una rimeditazione del tema anche in considerazione del sopravvenuto intervento legislativo -articolo 2, comma 4, d.l. 4/14- cui va riconosciuta natura interpretativa e conseguente retroattività. Ed invero “il legislatore può adottare norme di interpretazione autentica non soltanto in presenza di incertezze sull’applicazione di una disposizione o di contrasti giurisprudenziali, ma anche quando la scelta imposta dalla legge rientri tra le possibili varianti di senso del testo originario, con ciò vincolando un significato ascrivibile alla norma anteriore” (così C.Cost. 209/10, punto 5.1 della motivazione) e, nella specie, è indubbio che il decreto legge 4/14 sia intervenuto in presenza di un contrasto interpretativo. La considerazione appena svolta è sufficiente per confutare l’assunto del controricorrente secondo cui la disposizione di cui all’articolo 2, comma 4, d.l. 4/14 avrebbe portata innovativa e non interpretativa, con conseguente manifesta infondatezza del dubbio di legittimità costituzionale sollevato, con riferimento agli articoli 3 e 117 Cosi. e 6 CEDU, in ragione della pretesa interferenza dei poteri esecutivo e legislativo nell’amministrazione della giustizia. Nella specie il legislatore si è limitato a rendere vincolante una delle opzioni ermeneutiche emerse nella giurisprudenza, recependo, va pure sottolineato, proprio l’interpretazione espressa dalla Corte di cassazione, nell’esercizio della propria funzione nomofilattica, nell’unica pronuncia decisoria in termini sull’argomento -sentenza n. 23052/12-.

Va peraltro escluso che il risultato ermeneutico indicato dal legislatore con il suddetto articolo 2 d.l. 4/14 possa generare dubbi di compatibilità con la disciplina comunitaria di settore.

Al riguardo va premesso che nella materia delle telecomunicazioni e delle radiocomunicazioni possono individuarsi due blocchi normativi di fonte comunitaria. Un primo blocco è individuabile nella disciplina dei telefoni cellulari in quanto tali, vale a dire le apparecchiature destinate a ricevere o trasmettere, con l’ausilio di una rete, onde radio a scopo di comunicazione vocale; tale blocco normativo si rinviene oggi nella direttiva n. 1999/5/CE (che fa seguito alle direttive nn. 1991/263/CEE e 199913/CE, entrambe abrogate), la quale fissa le specifiche tecniche minime che un teleforo cellulare deve possedere, stabilendo altresì i controlli cui i produttori e distributori devono soggiacere.

Tale direttiva, alla quale, come già sopra precisato, si è data attuazione col decreto legislativo n. 269/01, distingue concettualmente le “radio” dai “telefoni” (art. 2, comma 1, lettere “a”, “b” e “c”, dir. 1999/5/CE) ma la sua disciplina, che fissa le regole tecniche che radio e telefoni devono soddisfare per potere essere immessi in commercio, si applica in gran parte tanto alle une quanto agli altri, tutti definiti genericamente “apparecchi”. Un secondo blocco di normativa comunitaria è individuabile nella disciplina delle “reti” di telecomunicazione: e, quindi: quali siano i poteri dello Stato al riguardo; come le imprese private possano fornire il servizio di distribuzione via rete; quali siano le regole della concorrenza in questo settore. Ci si riferisce ad un intero pacchetto di cinque direttive (sostitutive dell’abrogata direttiva 13/97), vale a dire: – la direttiva 2002/19/CE, relativa all’accesso alle reti di comunicazione elettronica e alle risorse correlate, e all’interconnessione delle medesime (c.d. “direttiva accesso”); – la direttiva 2002/20/CE, relativa alle autorizzazioni per le reti e i servizi di comunicazione elettronica (c.d. “direttiva autorizzazioni”); – la direttiva 2002/21/CE, che istituisce un quadro normativo comune per le reti ed i servizi di comunicazione elettronica (c.d. “direttiva quadro”); – la direttiva 2002/22/CE, relativa al servizio universale e ai diritti degli utenti in materia di reti e di servizi di comunicazione elettronica (c.d. “direttiva servizio universale”);- la direttiva 2002/77/CE, relativa alla concorrenza nei mercati delle reti e dei servizi di comunicazione elettronica. Tutte tali direttive sono state attuate nell’ordinamento, giuridico italiano dal Codice delle comunicazioni elettroniche di cui al decreto legislativo n. 259/03, poi modificato, in attuazione della citata direttiva 2009/140/CE, dal decreto legislativo n. 70/12.

Così ricostruito il quadro delle fonti comunitarie, va ancora osservato che, secondo la Corte di giustizia, nessuna delle direttive del secondo gruppo sopra indicato osta ad una norma nazionale che assoggetti a prelievo fiscale la mera stipula del contratto di abbonamento tra il gestore e l’utente finale: ciò per la semplice considerazione che tali direttive si occupano delle reti, non del singolo contratto di utenza. Da un lato, infatti, chi offre il servizio di telefonia all’utente finale non è necessariamente il fornitore della rete, ma può essere anche un soggetto diverso; dall’altro, la tassa sulle concessioni governative ha per presupposto l’impiego del telefono, non la fornitura del servizio. In definitiva, secondo la Corte di Lussemburgo, il quadro normativo comunitario sopra ricordato non osta ad una norma nazionale che preveda un tributo come la tassa di concessione governativa: si veda, al riguardo, Corte giust. 15.12.2010, in causa C-492109, Agricola Esposito; sostanzialmente nello stesso senso, ma con riferimento ad una accisa imposta dalla legislazione maltese, Corte giust. 27.6.2013, in causa C-71/12, Vodafone Malta; da ultimo, Corte giust. 12.12.2013, in causa C-335/13 Umbra Packaging srl.

La sentenza da ultimo menzionata appare particolarmente rilevante per escludere il dubbio che la tassa di concessone governativa sugli abbonamenti ai servizi .di telefonia mobile, quale risultante dalla norma interpretativa dettata dal decreto legge 4/14, possa essere giudicata incompatibile con il diritto europeo. Con tale sentenza la Corte di Lussemburgo, chiamata a pronunciarsi sulla seguente questione pregiudiziale-, sollevate dalla Commissione Tributaria Regionale dell’Umbria- «l) Se l’articolo 160, D.Lgs. n. 259/2003, da cui insorge la tassa di concessione governativa secondo la tariffa dell’art. 21 DPR n. 641/1972 sia conforme all’articolo 3 della direttiva “autorizzazioni” che esclude nel regime liberalizzato delle comunicazioni la potestà di controllo dell’autorità amministrativa da cui trae giustificazione il prelievo sull’utente del servizio- ha affermato che l’articolo 3 della “direttiva autorizzazioni” non osta ad una normativa come quella relativa alla tassa di concessione governativa, in quanto tale direttiva si applica alle autorizzazioni per la fornitura di reti e servizi di comunicazione elettronica, mentre la tassa di concessione governativa, in quanto tassa sull’impiego di apparecchiature terminali per il servizio radiomobile pubblico terrestre di comunicazione, non ha, come base imponibile, la fornitura di reti e di servizi di comunicazione elettronica; con la precisazione che l’uso privato di un servizio di telefonia mobile da parte di un abbonato non presuppone la fornitura di una rete o di un servizio di comunicazione elettronica, ai sensi della “direttiva autorizzazioni”. La giurisprudenza della Corte; di Lussemburgo appare dunque, in conclusione, solidamente orientata nel senso di escludere che la disciplina europea dei servizi di comunicazione elettronica contenga prescrizioni incompatibili con una norma interna che imponga un tributo a carico degli utenti dei servizi di telefonia cellulare; una riprova di tale affermazione è rinvenibile, a contrariis, nella citata sentenza 27.6.2013, in causa C-71/12, Vodafone Malta, nella quale si precisa che un tributo imposto agli operatori che forniscono servizi di telefonia mobile corrispondente ad una percentuale dei pagamenti che essi ricevono dagli utenti di detti servizi non osta alla disciplina dettata dalla direttiva 2002/20/CE “a condizione che il suo fatto generatore non sia collegato alla procedura di autorizzazione generale che consente di accedere al mercato dei servizi di comunicazioni elettroniche, ma sia collegato all’uso dei servizi di telefonia mobile forniti dagli operatori e che esso ricada in definitiva sull’utente di tali servizi, circostanza che spetta al giudice del rinvio verificare.” ed è appena il caso di sottolineare come sia del tutto pacifico che la tassa di concessione governativa di cui si discute in questa causa è collegata all’uso dei servizi di telefonia nobile forniti dagli operatori e grava sugli utenti di tali servizi.

Manifestamente infondati sono infine idubbi di legittimità costituzionale sollevati con riguardo alla norma impositiva risultante dal combinato disposto degli articoli 21 della Tariffa allegata al d.p.r. 641/72 (nel testo attuale, che riproduce il contenuto della voce 131 della stessa Tariffa, introdotta dall’articolo 3 d.l. 151/91 e successivamente abrogata), 3 del decreto ministeriale 33/90 e 160 D.Lgs. 259/03, come autenticamente interpretato dall’articolo 2, comma 4, d.l. n. 4/14. In particolare, secondo la difesa del controricorrente, la suddetta disciplina si porrebbe in contrasto, per un verso, con l’ articolo 23 e, per altro verso, con gli articoli 114 e 118 della Costituzione. Sotto il primo profilo, il comune ravvisa una violazione della riserva di legge per l’imposizione di prestazioni patrimoniali, argomentando che, a seguito della liberalizzazione del settore delle comunicazioni e della conseguente venuta meno della necessità di qualunque concessione o autorizzazione all’uso del telefono cellulare, il tributo de quo avrebbe perso la natura di tassa ed assunto – in difetto di una previsione legale esplicita – quella di imposta. In proposito si osserva che la verifica della fondatezza dell’assunto dei comuni secondo cui il tributo de quo dovrebbe ora classificarsi, in assenza di qualunque concessione o autorizzazione all’uso dei telefono cellulare, come imposta invece che come tassa, è irrilevante ai fini della decisione; tale assunto infatti, quand’anche fondato, avrebbe portata meramente classificatoria e sarebbe inidoneo ad manifestare l’esistenza di una violazione dell’articolo 23 della Costituzione. La riserva di legge prevista da detto articolo risulta infatti rispettata in quanto la tassa in questione trova il suo fondamento in norme dettate dalla legge o da atti con forza di legge (articoli 3 d.l. 151/91, 160 D.Lgs. 259/03, 2 d.l. n. 4/14).

Sotto il secondo profilo, il comune sospetta di illegittimità costituzionale la disciplina impositiva sul rilievo che la mancata esenzione dei comuni dalla tassa in questione violerebbe il principio di equiordinazione tra Stato ed enti locali di cui all’articolo 114 Cost., nonché il principio di sussidiarietà verticale di cui all’articolo 118 Cost..

Anche le suddette questioni sono manifestamente infondate. Quanto alla pretesa violazione dell’articolo 114 Cost. , è sufficiente rilevare che lo Stato è esente dalla tassa sulle concessioni governative, a differenza dai comuni, non perché a questi ultimi sovraordinato, ma perché, essendo il percettore delle entrate derivanti dalla tassa, il suo assoggettamento alla tassa darebbe luogo ad una mera partita di giro, priva di significato finanziario. Quanto alla pretesa violazione dell’articolo 118 Cost., e del principio di sussidiarietà verticale ivi sancito, è sufficiente rilevare che il fatto che i comuni debbano versare – al pari di tutti gli altri utenti dei servizi di telefonia mobile che non beneficino di specifiche norme di esenzione – la tassa di concessione governativa sugli abbonamenti stipulati per la fruizione di detti servizi è palesemente ininfluente ai fini della loro possibilità di svolgere, nell’esercizio dei loro poteri di pianificazione territoriale, le funzioni amministrative di loro competenza in materia di installazione di infrastrutture di reti di telefonia mobile.

In definitiva, in conformità ai principi espressi dalle Sezioni Unite nella citata sentenza n. 9565/14, si deve ribadire la permanente vigenza della tassa sugli abbonamenti ai servizi di telefonia cellulare alla stregua del combinato disposto degli articoli 21 della Tariffa allegata al d.p.r. 641/72 (nel testo attuale, che riproduce il contenuto délla voce 131 della stessa Tariffa, introdotta dall’articolo 3 d.l. 151/91 e successivamente abrogata), 3 del decreto ministeriale 33/90 e 160 D.Lgs. 259/03, come autenticamente interpretato dall’articolo 2, comma 4, di. n. 4/14, riaffermando altresì la soggezione dei comuni a tale tassa.

Consegue da quanto sopra l’accoglimento del ricorso e la cassazione della sentenza impugnata; non essendo necessari ulteriori accertamenti di fatto, ai sensi dell’art. 384 c.p.c., decidendo nel merito, va rigettato il ricorso proposto dai Comuni in epigrafe avverso il silenzio rifiuto dell’Ufficio sull’istanza di rimborso di quanto versato a titolo di tassa di concessione governativa, compensando tra le parti le spese del giudizio di appello, nonché quelle del giudizio di cassazione tra le parti costituite, dichiarando irripetibili quelle nei confronti dei Comuni di Omissis e di Omissis.

P.Q.M.

La Corte accoglie il ricorso, cassa la sentenza impugnata e decidendo nel merito, rigetta il ricorso proposto dai Comuni di Omissis, Omissis e Omissis avverso il silenzio rifiuto dell’Ufficio sull’istanza di rimborso di quanto versato a titolo di tassa di concessione governativa, per l’anno 2006, compensando tra le parti le spese del giudizio di appello, nonché quelle del giudizio di cassazione tra le parti, costituite, dichiarando irripetibili quelle nei confronti dei Comuni di Omissis e di Omissis.

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