White list

Tar Lombardia con sentenza n. 1622 6 settembre 2016 ha considerato legittimo il provvedimento del Prefetto di Milano che negava l’iscrizione della società ricorrente nella c.d. White list. Questo perché i fatti posti a fondamento di tale atto erano gli stessi che avevano portato all’adozione, per lo stesso Tar legittima, dell’interdittiva antimafia nei confronti della medesima società.

…Né assume rilievo il lasso di tempo intercorso tra la presentazione dell’istanza da parte della -OMISSIS-, la ricezione della stessa da parte della Prefettura di Modena e la trasmissione alla Prefettura di Milano: la circostanza che il provvedimento di diniego di iscrizione nella white list è stato adottato (il 17.11.2015) a meno di un mese di distanza dall’interdittiva antimafia (del 27.10.2015) esclude la necessità di un’ulteriore attività istruttoria….

 

L’informativa antimafia, ai sensi degli artt. 84, comma 4, e 91, comma 6, del d. lgs. n. 159/2011, presuppone «concreti elementi da cui risulti che l’attività d’impresa possa, anche in modo indiretto, agevolare le attività criminose o esserne in qualche modo condizionata». E’ estranea al sistema delle informative antimafia, non trattandosi di provvedimenti nemmeno latamente sanzionatori, qualsiasi logica penalistica di certezza probatoria raggiunta al di là del ragionevole dubbio (né – tanto meno – occorre l’accertamento di responsabilità penali, quali il «concorso esterno» o la commissione di reati aggravati ai sensi dell’art. 7 della legge n. 203 del 1991), poiché simile logica vanificherebbe la finalità anticipatoria dell’informativa, che è quella di prevenire un grave pericolo e non già quella di punire, nemmeno in modo indiretto, una condotta penalmente rilevante; occorre invece valutare il rischio di inquinamento mafioso in base all’ormai consolidato criterio del più «probabile che non», alla luce di una regola di giudizio, cioè, che ben può essere integrata da dati di comune esperienza, evincibili dall’osservazione dei fenomeni sociali, qual è, anzitutto, anche quello mafioso.

I fatti che possono essere posti a base del provvedimento prefettizio prescindono, invero, dall’atteggiamento antigiuridico dei singoli ma sono rilevanti nel loro valore oggettivo, in quanto rivelatori di un condizionamento che la mafia può esercitare, perfino contro la volontà del singolo.

 

Né assume rilievo il lasso di tempo intercorso tra la presentazione dell’istanza da parte della -OMISSIS-, la ricezione della stessa da parte della Prefettura di Modena e la trasmissione alla Prefettura di Milano: la circostanza che il provvedimento di diniego di iscrizione nella white list è stato adottato (il 17.11.2015) a meno di un mese di distanza dall’interdittiva antimafia (del 27.10.2015) esclude la necessità di un’ulteriore attività istruttoria.

 

Tar Lombardia sentenza n. 1622 6 settembre 2016

[…]

FATTO e DIRITTO

1. La -OMISSIS- ha chiesto annullamento dei seguenti provvedimenti:

– l’informativa antimafia interdittiva prot. n. 0102434, adottata dal Prefetto di Milano il 27.10.2015;

– la nota prot. n. 0103719 del 30.10.2015;

– le risultanze istruttorie acquisite dal GIRER e dalle Forze di polizia, richiamate nel provvedimento del Prefetto;

– le valutazioni espresse dal Gruppo Investigativo Antimafia e dal GICEX, richiamate nel provvedimento del Prefetto;

– le circolari del 14.12.1994, dell’8.1.1996 e dell’8.2.2013 del Ministero dell’Interno, richiamate nel provvedimento del prefetto;

– la nota del 17.11.2015 con cui il Prefetto di Milano ha negato l’iscrizione della ricorrente nella white list ex art. 3, c. 3, DPCM del 18.10.2011.

2. Queste le censure dedotte:

– quanto all’informativa antimafia: violazione degli artt. 84, c. 4 e 91, c. 6, d.lgs. n. 159/2011; violazione e falsa applicazione delle circolari del Ministero dell’interno n. 559/LEG/240.514.3 del 14.12.1994 e dell’8.1.1996 e n. 11001/119/20 dell’8.2.2013; violazione e falsa applicazione dei principi di buon andamento dell’azione amministrativa; eccesso di potere per difetto assoluto dei presupposti; omessa istruttoria; omessa valutazione; sviamento; violazione degli artt. 84, c. 4 e 91, c. 6, d.lgs. n. 159/2011; eccesso di potere per difetto di motivazione, di adeguata istruttoria e del presupposto; arbitrarietà, sviamento, iniquità;

– quanto al diniego di iscrizione alla c.d. white list: violazione e falsa applicazione del d.p.c.m. del 18.10.2011 e del 18.4.2013; violazione degli artt. 84, c. 4 e 91, c. 6, d.lgs. n. 159/2011; eccesso di potere per difetto di motivazione, di adeguata istruttoria e del presupposto; arbitrarietà, illegittimità derivata da atto preordinato illegittimo.

3. Con ricorso per motivi aggiunti, la ricorrente ha impugnato la relazione della divisione anticrimine della Questura di Milano del 18.8.2015 e la relazione del Ministero dell’interno – servizio analisi criminale del 7.10.2015, articolando le seguenti doglianze:

– quanto alla relazione della divisione anticrimine: violazione e falsa applicazione del d.lgs. n. 159/2011; violazione e falsa applicazione dei principi di buon andamento dell’azione amministrativa; eccesso di potere per difetto dei presupposti, di motivazione e di adeguata istruttoria; arbitrarietà; sviamento di potere;

– quanto alla relazione del Ministero dell’interno: illegittimità derivata dai vizi dedotti con il ricorso principale.

4. La ricorrente ha, altresì, formulato istanza di esenzione dal pagamento del contributo unificato con riferimento al ricorso per motivi aggiunti.

5. Si sono costituiti in giudizio il Ministero dell’interno e la Prefettura di Milano, chiedendo il rigetto nel merito del ricorso.

6. All’udienza del 22 giugno 2016 il ricorso è stato trattenuto in decisione.

7. In via preliminare, preme precisare che l’impugnazione delle circolari del Ministero dell’interno sopra richiamate non incide sulla competenza di questo Tribunale a decidere il ricorso, non essendo state formulate censure avverso tali atti.

8. La Prefettura di Milano ha assunto un provvedimento interdittivo ai sensi degli articoli 84, c. 4 e 91, c. 6, d.lgs. n. 159/2011, nei confronti della -OMISSIS-, ritenendo sussistente un quadro circostanziato di pericolo di infiltrazione mafiosa, sulla base degli elementi emersi dall’attività di analisi e monitoraggio effettuata dal GIRER, dall’ordinanza di custodia cautelare n. 15858/2014, emessa il 7 luglio 2015 dal G.i.p. del Tribunale di Napoli, nell’ambito dell’operazione “Sistema Medea”, e dall’attività investigativa di “analisi di contesto” effettuata dalla stessa Prefettura.

Questi i fatti posti a fondamento del provvedimento:

– le relazioni personali ed economiche intrattenute dai rappresentanti della -OMISSIS- con imprenditori ritenuti espressione del sodalizio criminale del c.d. clan dei Casalesi-Fazione Zagaria, in particolare, con l’imprenditore -OMISSIS- – cugino di -OMISSIS- e “persona di fiducia” di -OMISSIS- – e con la società di questi, la -OMISSIS-, colpita nell’anno 2009 da interdittiva antimafia;

– la cessione, avvenuta nel giugno 2013, da parte della -OMISSIS-, di un ramo d’azienda a favore della -OMISSIS-: tale operazione avrebbe avuto lo scopo di consentire a -OMISSIS- la partecipazione alle aggiudicazioni degli appalti pubblici utilizzando le credenziali della società di -OMISSIS-, testimone di giustizia, la cui presenza avrebbe fugato ogni dubbio sulla liceità della procedura di assegnazione;

– l’ospitalità offerta da -OMISSIS- (procuratore speciale della -OMISSIS-) il 28 e 29 maggio 2013 al sig. -OMISSIS-.

– quanto emerso dall’attività di monitoraggio telefonico ed ambientale e posto a base dall’ordinanza di custodia cautelare n. 15858/2014, emessa il 7 luglio 2015 dal G.i.p. del Tribunale di Napoli e cioè che -OMISSIS-, unitamente ad altri imprenditori di Casapesenna, avrebbe denunciato fittiziamente patite estorsioni poste in essere in nome e per conto di -OMISSIS-, presso la Compagnia dei Carabinieri di Casal di Principe: gli imprenditori presunte vittime avrebbero utilizzato lo strumento della denuncia, oltre che della costituzione di un’associazione antiracket, per assicurarsi onorabilità e credibilità al fine di ritornare ad ottenere commesse dalla pubblica amministrazione. Verosimilmente, anche la costituzione di un’associazione antiracket e le denunce di tentativi di intimidazioni ed estorsioni, subite dal clan, da parte di -OMISSIS-, perseguivano la stessa finalità.

9. La ricorrente, a sostegno dei motivi proposti, ha addotto le seguenti argomentazioni:

– non risulterebbero intercettazioni in cui siano direttamente interessati gli organi della società;

– i sig.ri -OMISSIS- e -OMISSIS-, direttore tecnico e procuratore della -OMISSIS-, sono vittime dei reati di cui agli artt. 56, 81, 110, 629, in relazione all’art. 628, n. 1 e 3, c.p., aggravati dall’art. 7, l. n. 203/1991, commessi da esponenti del clan dei Casalesi; hanno denunciato gli illeciti subiti, contribuendo a far condannare gli imputati, hanno reso testimonianza nel processo dinanzi al Tribunale di Santa Maria Capua Vetere, hanno azionato domande risarcitorie contro gli imputati che sono state accolte, con il riconoscimento di provvisionali immediatamente esecutive; hanno costituito un’associazione antiracket; sono stati sottoposti a misure di protezione per cinque anni; hanno subito episodi di violenza, collegati alle denunce e alle iniziative di contrasto al clan. Tali fatti non sarebbero stati valutati dall’amministrazione, con conseguente difetto di istruttoria ed illogicità del provvedimento impugnato;

– quanto alla cessione, nel 2013, del ramo di azienda da parte della -OMISSIS- alla -OMISSIS-: non sarebbe stata acquisita nessuna intercettazione che dimostri l’intento della -OMISSIS- di prestarsi al disegno concepito da -OMISSIS-, disegno che, comunque, non sarebbe stato mai realizzato; difatti, la -OMISSIS- non avrebbe preso parte a gare indette da enti presenti nei territori di influenza del c.d. “clan dei casalesi” ma solo a sei gare nella Regione Campania ma nessuna nel Comune di Caserta e nessuna aggiudicazione sarebbe avvenuta a favore della -OMISSIS- da parte dell’ATO Sarnese – Vesuviano e da parte della Regione Campania. La cessione del ramo aziendale avrebbe avuto ad oggetto soltanto certificazioni e beni strumentali mentre non sarebbe stato ricompreso alcun profilo mansionale; la consistenza del ramo di azienda oggetto della cessione era stata valutata dal c.t.u. nominato dal Presidente del Tribunale di Santa Maria Capua Vetere; dalla perizia non emergerebbe che la società -OMISSIS- era stata colpita da interdittiva antimafia; neppure il contratto di cessione conterrebbe alcun riferimento all’esistenza di tale informativa; contrariamente a quanto affermato dal Prefetto, l’esistenza dell’informativa in danno della -OMISSIS- sarebbe stata, dunque, ignota alla ricorrente in sede di acquisto del ramo di azienda;

– i soci della società ricorrente non avrebbero avuto conoscenza della circostanza che il sig. -OMISSIS- fosse persona di fiducia o comunque collegato a -OMISSIS-; ciò sarebbe emerso per la prima volta nell’ambito dell’inchiesta “Medea”: la stessa Prefettura di Milano nel 2012 e nel 2014 avrebbe rilasciato certificazioni antimafia a società in rapporti con il sig. -OMISSIS-; il sig. -OMISSIS- sarebbe ancora indagato e in attesa di essere sottoposto a giudizio penale;

– la partecipazione alle gare della -OMISSIS- sarebbe stata decisa dai soli -OMISSIS-, -OMISSIS- e -OMISSIS-, senza condizionamenti da parte di -OMISSIS-;

– l’ospitalità offerta da -OMISSIS- a -OMISSIS- il 28 e 29 maggio 2013 sarebbe irrilevante.

10. Il motivo è infondato.

L’informativa antimafia, ai sensi degli artt. 84, comma 4, e 91, comma 6, del d. lgs. n. 159/2011, presuppone «concreti elementi da cui risulti che l’attività d’impresa possa, anche in modo indiretto, agevolare le attività criminose o esserne in qualche modo condizionata».

Come di recente affermato dal Consiglio di Stato, “è estranea al sistema delle informative antimafia, non trattandosi di provvedimenti nemmeno latamente sanzionatori, qualsiasi logica penalistica di certezza probatoria raggiunta al di là del ragionevole dubbio (né – tanto meno – occorre l’accertamento di responsabilità penali, quali il «concorso esterno» o la commissione di reati aggravati ai sensi dell’art. 7 della legge n. 203 del 1991), poiché simile logica vanificherebbe la finalità anticipatoria dell’informativa, che è quella di prevenire un grave pericolo e non già quella di punire, nemmeno in modo indiretto, una condotta penalmente rilevante”; “occorre invece valutare il rischio di inquinamento mafioso in base all’ormai consolidato criterio del più «probabile che non», alla luce di una regola di giudizio, cioè, che ben può essere integrata da dati di comune esperienza, evincibili dall’osservazione dei fenomeni sociali, qual è, anzitutto, anche quello mafioso”.

Il provvedimento impugnato è supportato da una adeguata attività istruttoria e sufficientemente motivato con il richiamo ad una pluralità di fatti che delineano un quadro tale da far ritenere sussistente il pericolo di un condizionamento della società ricorrente da parte di organizzazioni malavitose e, conseguentemente, a giustificare la perdita di fiducia sulla affidabilità e moralità della società e dei suoi vertici.

Un grave indizio è dato dalle relazioni personali ed economiche intrattenute da titolari di cariche e soci della -OMISSIS- con -OMISSIS- – un imprenditore fortemente sospettato di avere legami con il clan dei Casalesi – quali la costituzione della Omissis società consortile a r.l., la partecipazione in a.t.i. con la -OMISSIS- nel 2009 al servizio globale per interventi di manutenzione e costruzione di reti presso il Comune di Bresso e le vicende relative alla Immobiliare -OMISSIS-

Assume, in particolare, forte rilievo indiziante la cessione di ramo d’azienda, da parte della -OMISSIS- a favore della -OMISSIS- per il sospetto – supportato dalle intercettazioni ambientali e telefoniche acquisite nel corso della operazione c.d. “Sistema Medea” – che l’operazione possa essere stata finalizzata a consentire a -OMISSIS- la partecipazione a procedure di evidenza pubblica.

Quanto affermato nel ricorso per sminuire la rilevanza di tale atto trova smentita nella perizia giurata asseverata dell’avv. -OMISSIS-, nominato dal Tribunale di Santa Maria Capua Vetere con decreto del 9 dicembre 2011 (richiamata nella relazione del Ministero dell’interno – servizio analisi anticrimine del 7 ottobre 2015), in cui viene rilevato come la cessione comprenda tutte le attività in concreto esercitate dalla società e tutti i beni in dotazione della -OMISSIS-

Inoltre, si legge sempre nella relazione, la perizia indica che, nel corso di due anni (dal 2008 al 2010), la società ha visto un abbattimento dell’87,46% della cifra d’affari in lavori ed afferma l’insussistenza, a quel momento, di qualsivoglia contratto in corso di esecuzione tra la -OMISSIS- e committenti soggetti al rispetto della disciplina in tema di appalti pubblici.

Dunque, se pur la perizia del consulente tecnico non fa esplicito riferimento all’informativa antimafia adottata in danno della -OMISSIS- nel 2009, queste evidenze – come correttamente ritenuto dall’amministrazione (pagg. 16 e 17 della relazione) – ne palesano l’esistenza e consentono di ritenere inverosimile che la ricorrente non ne fosse a conoscenza. A fronte di una riduzione tanto consistente del volume d’affari e dell’insussistenza di contratti stipulati con pubbliche amministrazioni, non è, difatti, credibile che un imprenditore normalmente avveduto, che partecipa a procedure di evidenza pubblica, non sospetti neppure dell’esistenza di un provvedimento di interdittiva posto a carico della società di cui intende acquistare un ramo di azienda.

La ragionevolezza del giudizio espresso dall’amministrazione non può, poi, ritenersi inficiata da quanto affermato nel ricorso circa il fatto che i sig.ri -OMISSIS- e -OMISSIS- sono stati vittime dei reati commessi da esponenti del clan dei Casalesi, hanno proposto domande risarcitorie, hanno costituito un’associazione antiracket e sono stati sottoposti a misure protezione per cinque anni.

Le risultanze probatorie acquisite con l’operazione “Sistema Medea” – secondo cui costituzione di un’associazione antiracket e le denunce di patite estorsioni poste in essere in nome e per conto di -OMISSIS-, sporte da -OMISSIS- e da altri imprenditori legati al clan casalesi-Fazione Zagaria sarebbero fittizie ed avrebbero quale scopo quello di accreditarsi agli occhi dell’opinione pubblica, secondo una strategia ideata dallo stesso -OMISSIS- – unitamente ai rapporti intrattenuti da -OMISSIS- con -OMISSIS-, ad avviso del Collegio, costituiscono, invero, elementi che supportano sufficientemente la valutazione effettuata dall’amministrazione, facendo cadere l’ombra del sospetto su quegli stessi comportamenti posti in essere da -OMISSIS- e -OMISSIS-.

La ragionevolezza di questo giudizio trova, inoltre, supporto negli accertamenti effettuati dalla Divisione Anticrimine della Questura di Milano e riportati nella relazione del 18.8.2015 e cioè: la querela sporta nei confronti di -OMISSIS-, -OMISSIS- e -OMISSIS- da un condomino per lesioni personali aggravate (artt. 582 e 577 c.p.), la denuncia di -OMISSIS-, da parte del Nucleo della Polizia tributaria della Guardia di finanza di Modena, per i reati di dichiarazione fraudolenta mediante uso di fatture per operazioni inesistenti (art. 2, d.lgs. n. 74/2000) ed emissione di fatture per operazioni inesistenti (art. 8, d.lgs. n. 74/2000), le denunce di -OMISSIS-, da parte dell’ispettorato del Lavoro di Modena, per violazione delle norme relative agli infortuni sul lavoro (art. 89, c. 2, d.lgs. n. 626/1994), da parte della Polizia Stradale di Ravenna, per “falsità ideologica commessa dal privato in atto pubblico” e “falsità ideologica commessa dal pubblico ufficiale in atti pubblici”, da parte del Nucleo della Polizia tributaria della Guardia di finanza di Modena, per dichiarazione fraudolenta mediante uso di fatture per operazioni inesistenti, da parte della Tenenza dei Carabinieri di Cologno Monzese, per truffa e la segnalazione per appropriazione indebita.

Tali fatti, per quanto non facciano effettivamente emergere fattispecie di reato strumentali all’attività di organizzazioni criminali, costituiscono, tuttavia, elementi indiziari che vanno a stridere con l’immagine di imprenditori che contrastano l’illegalità che i vertici della -OMISSIS- danno di sé.

La circostanza che -OMISSIS- sia al momento solamente indagato e non vi sia dunque una condanna in sede penale non assume rilievo in questa sede: a prescindere dagli esiti che avrà il giudizio penale, il quadro indiziario che emerge dai provvedimenti impugnati è invero basato su fatti gravi, precisi e concordanti che palesano, con elevata probabilità, l’esistenza di stretti legami tra -OMISSIS- ed il clan dei casalesi, fazione di -OMISSIS-.

Non assume poi rilevanza accertare se effettivamente la cessione di ramo d’azienda da parte della -OMISSIS- in favore della -OMISSIS- abbia consentito a quest’ultima di aggiudicarsi le procedure d’appalto sperate: anche ove il disegno sia fallito, non per questo deve escludersi l’esistenza di un rischio di inquinamento mafioso.

Come pure non assume rilievo accertare se i vertici della -OMISSIS- condividessero o comunque fossero consapevoli dell’intento di -OMISSIS-: i fatti che possono essere posti a base del provvedimento prefettizio prescindono, invero, dall’atteggiamento antigiuridico dei singoli ma sono rilevanti nel loro valore oggettivo, in quanto rivelatori di un condizionamento che la mafia può esercitare, perfino contro la volontà del singolo (cfr. Cons. Stato, sez. III, sent. n. 1743/2016).

11. È, infine, infondato anche il motivo con cui viene lamentata l’illegittimità del provvedimento con cui il Prefetto di Milano ha negato l’iscrizione della società ricorrente nella c.d. White list: i fatti posti a fondamento di tale atto sono gli stessi che hanno portato all’adozione, come si è visto legittima, dell’

interdittiva antimafia.

Né assume rilievo il lasso di tempo intercorso tra la presentazione dell’istanza da parte della -OMISSIS-, la ricezione della stessa da parte della Prefettura di Modena e la trasmissione alla Prefettura di Milano: la circostanza che il provvedimento di diniego di iscrizione nella white list è stato adottato (il 17.11.2015) a meno di un mese di distanza dall’interdittiva antimafia (del 27.10.2015) esclude la necessità di un’ulteriore attività istruttoria.

12. Quanto al ricorso per motivi aggiunti, le censure proposte avverso la relazione della divisione anticrimine della Questura di Milano del 18.8.2015, anche ove fossero fondate, non porterebbero comunque all’annullamento dell’informativa antimafia impugnata, andando ad incidere su circostanze fattuali che non sono state determinanti per l’adozione del provvedimento prefettizio. In ogni caso, le obiezioni addotte – come l’intervenuta prescrizione o l’archiviazione per remissione della querela di alcuni reati – non sono in grado di elidere il valore indiziario dei fatti richiamati nella relazione.

Le censure proposte avverso la relazione del Ministero dell’interno – servizio analisi criminale del 7.10.2015, di illegittimità derivata dai vizi lamentati con il ricorso principale, sono, infine, infondate per le ragioni sopra affermate.

13. Per le ragioni esposte il ricorso principale ed i motivi aggiunti sono infondati.

14. Quanto alla domanda di esenzione dal pagamento del contributo unificato con riferimento al ricorso per motivi aggiunti, essa è sottratta alla giurisdizione di questo tribunale, appartenendo a quella del giudice tributario in ragione della natura di entrata fiscale del contributo unificato (cfr. Corte Costituzionale n° 73/2005; Cass. civ., SS.UU., 17 aprile 2012, n. 5994, nn° 3007/2008 e 3008/2008, Sez. Un., 5 maggio 2011, n. 9840, Tar Lecce III 00555/2016, T.A.R. Sicilia – Catania, III, 28 gennaio 2016, n. 295,Tar Trento 148/2016; Tar Lazio I bis n. 03260/2016; Tar Toscana, n. 978/2016).

Essa va comunque rimessa in sede amministrativa alla segreteria, per le determinazioni di competenza.

15. Le spese seguono la soccombenza e si liquidano in dispositivo.

P.Q.M.

Il Tribunale Amministrativo Regionale per la Lombardia (Sezione Prima)

definitivamente pronunciando sul ricorso, integrato dai motivi aggiunti, come in epigrafe proposto, lo respinge.

Condanna la ricorrente al pagamento delle spese di giudizio, a favore del Ministero dell’interno, che liquida in euro 3.000,00 (tremila/00), oltre oneri di legge.

Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall’autorità amministrativa.

Ritenuto che sussistano i presupposti di cui all’art. 52, comma 2 D. Lgs. 30 giugno 2003 n. 196, a tutela dei diritti o della dignità della parte interessata, manda alla Segreteria di procedere all’oscuramento delle generalità nonché di qualsiasi altro dato idoneo ad identificare la ricorrente e le persone fisiche e giuridiche nominate nella sentenza.

Così deciso in Milano nella camera di consiglio del giorno 22 giugno 2016 […]

 

 

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